Shoah. Le colpe degli italiani

La storia politica del Novecento si sta rapidamente allontanando da noi, non fa più parte del nostro presente. La contemporaneità si nutre del non contemporaneo, a cui attinge a piene mani il sistema della comunicazione e dello spettacolo, ma ciò avviene a prezzo della cancellazione del legame con il passato recente, in primo luogo con le vicende politiche del secolo scorso.
Liberarsi del Novecento, secolo degli orrori, è stato una sorta di programma comune che doveva consentire di sbarazzarsi di eredità imbarazzanti e ingombranti, per affrontare il mare aperto della globalizzazione sotto il segno dell’eterno presente.
Quel che non poteva essere dimenticato si trasferiva nella dimensione ritualizzata della memoria ufficiale, istituzionalizzata, presuntamente condivisa. È così successo che, in tempi abbastanza rapidi, la Shoah, da evento rimosso se non negato, sia assurta a simbolo di un’epoca intera, mantenendo aperto un varco tra presente e passato, e però contribuendo potentemente alla vittoria della memoria sulla storia. Per non banalizzare Auschwitz e ridurre la Shoah a rito ripetitivo della memoria, è necessario conoscerne le dimensioni effettuali, la fenomenologia, indagarne le cause e responsabilità.
In tal senso il libro di Marino Ruzzenenti, Shoah. Le colpe degli italiani (manifestolibri, 2011), rappresenta un contributo prezioso che affronta temi spinosi e ineludibili.
È significativo che esso abbia meritato un attacco diretto dell’“Osservatore Romano”, forse dovuto anche allo stupore che uno studioso extraccademico avesse osato mettere in discussione il senso comune storico, gli assunti non solo del Vaticano ma della storiografia italiana standard in tema di antigiudaismo e antisemitismo, di coinvolgimento o meno del fascismo nella Shoah.
Bisogna tener conto che tali assunti fanno parte degli esiti di una massiccia operazione di revisione storiografica, dispiegatasi soprattutto dagli anni ’80 in poi: una sorta di rivoluzione conservatrice all’italiana, volta a ribaltare l’egemonia della cultura di sinistra, alle prese con il disfacimento e crollo del comunismo.
In quel contesto, al di là di schermaglie di superficie, si determinarono ampie convergenze trasversali sulle tesi propugnate da Renzo De Felice e volgarizzate da legioni di giornalisti e fabbricatori di opinione pubblica.
Resta il fatto che anche dopo l’ondata di piena del revisionismo e il suo ridimensionamento a fenomeno circoscritto e provinciale, in primo luogo per merito della ricerca storica sul nazismo, la storiografia italiana solo in tempi recenti ha cominciato ad affrontare la questione della responsabilità degli italiani, e del mondo cattolico in specifico, nella preparazione e perpetrazione dello sterminio degli ebrei.
Ruzzenenti lo fa con un affondo di grande efficacia portando l’indagine su un territorio emblematico, quello di Brescia e provincia, epicentro della Repubblica sociale italiana.
Grazie alla preziosa documentazione trovata nell’Archivio di Stato della città lombarda, tenendo conto che gli ebrei del territorio erano pochi, perché massicciamente espulsi all’epoca della Controriforma, Ruzzenenti riesce a ricostruire le peripezie e i tragici destini di ognuna delle vittime della persecuzione razziale, l’opera degli zelanti funzionari della Repubblica di Salò, in gara coi tedeschi per catturare le prede, spesso persone anziane ed inermi, l’aiuto che gli ebrei ricevettero da parte di persone comuni e però anche le delazioni, l’accaparramento, il saccheggio, motivati da squallidi interessi, ma anche dagli stereotipi convergenti dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo.
Nelle maglie della persecuzione omicida, orchestrata dalla Questura di Brescia, incapparono tra gli altri i Dalla Volta, commercianti di tessuti. In uno dei capitoli più belli e emozionanti del suo libro, Ruzzenenti ricostruisce con accuratezza la storia tragica del giovane Alberto Dalla Volta, l’amico fraterno di Primo Levi ad Auschwitz, scomparso nella marcia della morte a cui le SS costrinsero i prigionieri al momento dell’evacuazione del lager nel gennaio del ’45 (Levi si salvò perché abbandonato sul posto in quanto ammalato).
Negli ultimi anni, su stimolo in particolare di Enzo Collotti, sono state condotte ricerche analoghe, nondimeno in Italia non è mai stato possibile varare uno studio sistematico e capillare del collaborazionismo, arrivando a negare l’esistenza del fenomeno in nome di uno dei miti più insulsi e duraturi, quello degli “italiani brava gente”. Una fantasia autoassolutoria profondamente radicata nel senso comune, fatta propria dalla retorica politica e instillata con ogni mezzo in quella che doveva essere una Repubblica antifascista, consentendo trasformismi, sdoganamenti, riprese sotto altra veste del razzismo, reviviscenza dell’antisemitismo nei contesti più diversi, di destra e di sinistra, e soprattutto in ambienti cattolici tutt’altro che marginali.
Il contributo della ricerca storica in questa battaglia intellettuale è indispensabile. Lo si può constatare a proposito del secondo tabù che Ruzzenenti affronta nel suo lavoro, quello dell’antisemitismo cattolico, sistematicamente derubricato a antigiudaismo di matrice puramente religiosa, non razziale, e quindi, chissà perché, legittimo e innocente.
Il dispositivo autoassolutorio, che ha consentito con esiti deleteri di non fare i conti con la propria storia, poggia infatti su due pilastri: l’immunizzazione del fascismo dal contagio nazista, erigendo un muro tanto invalicabile quanto fantastico tra i due movimenti, utilizzando a tal fine proprio la Shoah, rispetto a cui i fascisti, cioè gli italiani, non avrebbero avuto a che fare. Anzi il fascismo avrebbe fatto da scudo agli ebrei perseguitati dai nazisti. Le leggi razziali e l’apporto diretto della RSI alla Shoah ci dicono però esattamente il contrario.
Il secondo pilastro è rappresentato dalla tesi secondo cui il fascismo, a differenza del nazismo, non era razzista e sicuramente non era antisemita. Lo divenne per opportunità politica, a causa dell’alleanza con Hitler, ma razzismo e antisemitismo gli erano estranei. In definitiva tale estraneità rimanderebbe ad una differenza antropologico-culturale degli italiani rispetto ai tedeschi o altri popoli propensi ad atteggiamenti razzisti e antisemiti.
Scavando ancora si scopre che alla base della impermeabilità, puramente leggendaria, degli “italiani brava gente” alle derive razziste e antisemite c’è il cattolicesimo, la religione e la cultura cattolica, egemone da sempre nel Bel Paese.
Di qui l’irritazione per la ricerca di Marino Ruzzenenti. Egli infatti esamina il particolare antigiudaismo di un esponente di primo piano della cultura cattolica novecentesca, lo storico Mario Bendiscioli, strettamente legato al futuro Papa Paolo VI, nonché fortemente polemico contro il “neopaganesimo razzista”, tipico del nazismo. Per tale motivo e per il suo successivo collocarsi su posizioni antifasciste e democratiche, Bendiscioli viene presentato come un campione e maestro del miglior cattolicesimo democratico-progressista. Rispetto a ciò Ruzzenenti non opera alcun rovesciamento scandalistico. Bendiscioli era effettivamente critico del paganesimo antireligioso del nazismo, però propugnava una forma di antigiudaismo religioso, ampiamente condiviso in ambito cattolico, capace di superare la frattura della Shoah e di riproporsi a lungo, per esempio nella solenne preghiera del Venerdì Santo in cui si stigmatizzava la “perfidia” degli ebrei.
Negli anni Trenta, quando si posero le basi dello sterminio, poi reso effettuale nel contesto della guerra mondiale, Bendiscioli contribuì attivamente a definire la posizione della Chiesa sulla “questione ebraica”. Le sue tesi, proprio perché non abbiamo a che fare con un reazionario, sono sintomatiche e inquietanti. Egli sostiene che “l’ebreo non si lascia assimilare che nell’apparenza”, crederlo è una finzione e illusione. Il passo ulteriore consiste nel trovare una soluzione politica all’insopprimibile diversità ebraica. In merito Bendiscioli, sulla scorta di Hilaire Belloc, propugna l’abolizione dei diritti politici degli ebrei e la loro riduzione al rango di stranieri in Patria. Di là a pochi anni questi auspici si concretizzeranno pervenendo al tentativo di soluzione finale della questione ebraica.
Anche in questo caso non si può usare la Shoah come male assoluto, perpetrato unicamente dai nazisti, per assolvere tutti coloro che attivamente contribuirono al disastro. I più tenaci nel negare le proprie responsabilità sono stati i cattolici; al contrario essi dovrebbero essere in prima fila nell’interrogarsi su quanto è successo. Sottrarsi è comodo ma non risolve nulla. Questo è l’invito che il libro rivolge alla parte più sensibile del mondo cattolico.