Il secondo mestiere di Valeria Della Valle
Marco Debenedetti

Capita, ed è anzi un fenomeno non del tutto infrequente, che uno studioso scopra ad un certo punto dentro di sé l’esigenza di esplorare nuovi filoni di ricerca, magari molto diversi da quelli che aveva battuto fino a quel momento. Vengono alla mente due esempi illustri: Louis de Broglie, che si era dapprima dedicato a studi storici e che solo su stimolo del fratello Maurice decise di rivolgersi a quelli di fisica, arrivando a formulare l’ipotesi della duplice natura ondulatoria-corpuscolare della materia; e Camillo Sbarbaro, che unì per tutta la vita alla creatività poetica una brillante attività come lichenologo. Espressione, questa molteplicità di interessi, di un dilettantismo inteso nel senso migliore del termine, vale a dire di una curiosità governata dall’autentica gioia dell’esplorazione, dalla felicità della scoperta, dall’amore per la conoscenza: felicità e amore che hanno bisogno di esplicarsi liberamente e resistono con ostinazione a qualsiasi artificioso (o magari burocraticamente artificioso) ingabbiamento in settori disciplinari.

È appunto quello che è accaduto a Valeria Della Valle: che, dopo aver dedicato tutta la propria carriera scientifica alla storia della lingua italiana, giungendo ad essere una delle più importanti studiose oggi operanti in questa disciplina, a partire dal 2019 si è rivolta a un nuovo interesse, vale a dire la storia dell’arte, e più precisamente dell’arte romana del Novecento. Si è trattato di un percorso molto strutturato, articolato in quattro momenti:

1. l’impegno editoriale, condiviso con Vincenzo Trione, della direzione della grande enciclopedia Arte contemporanea, edita dalla Treccani in quattro volumi nel 2021;1

2. la curatela della mostra La strada sognata. Artiste a Roma negli anni Quaranta, tenutasi presso la Galleria EDDart in Palazzo Taverna a Roma dal 12 giugno al 19 luglio 2024.2 La mostra ricomprendeva le tele di otto pittrici, tutte attive negli studi e nei laboratori di Via Margutta nella prima metà del Novecento, alcune abbastanza note ed altre pressoché dimenticate, di cui è stato spesso molto difficile ritrovare le opere: Katy Castellucci, Eva Fischer, Graziana Meschini, Pasquarosa,3 Adriana Pincherle, Eva Quajotto, Wicky Wilhelm e Maria Pia Zanetti, vale a dire la madre stessa di Valeria Della Valle;

3. il saggio Lo studio d’arte Villa Giulia a Villa Poniatowski: un’avventura artistica dimenticata, dedicato alla poliedrica figura di Enrico Galassi e pubblicato sulla rivista genovese «Quaderni della Wolfsoniana»;4

4. il saggio monotematico, infine, Artiste a Roma nella prima metà del Novecento, redatto per il Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia della Treccani.5

Questo interesse per l’arte del Novecento a Roma si è manifestato in modo improvviso, ma stava covando nell’animo della studiosa da molti anni: omaggio alla madre pittrice e comunque all’ambiente di Via Margutta, nel quale ha avuto il privilegio di crescere; e insieme tributo a una possibilità accarezzata e immediatamente respinta nella sua prima giovinezza, vale a dire quella di dedicarsi professionalmente, invece che agli studi di storia della lingua italiana, a quelli storico-artistici. È del resto un destino comune pressoché a tutti, quello di portare dentro di sé innumerevoli possibilità di espressione, e di trovarsi poi a sceglierne una o poco più; mentre tutte le altre, quelle che sono state abbandonate, restano a lavorare nell’ombra, solo apparentemente ridotte al silenzio.

Scopriamo però anche un’altra cosa, ancor più sorprendente: che questa nuova vena di studio e di ricerca ha avuto una prima manifestazione di carattere non intellettuale, ma artistico. Si tratta della raccolta di racconti La strada sognata, scritta nell’arco di dieci anni e uscita per i tipi di Einaudi nel 2022.6 Appunto in quest’opera, non con gli strumenti del critico bensì del narratore, Della Valle ha per la prima volta fatto i conti con la nostalgia e i ricordi che le vengono dall’aver passato i primi anni della propria vita in un mondo culturalmente ricchissimo e anticonvenzionale, come quello dei pittori di Via Margutta alla metà del Novecento; mondo ormai perduto e quasi inimmaginabile, di cui ha avvertito la necessità di lasciare una diretta e vivida testimonianza.

La strada sognata appare dunque importante per il suo valore innanzitutto documentale, di resoconto “dal vivo”, per quanto mediato dalla finzione creativa, di un momento determinante per la cultura romana e italiana del secondo dopoguerra;7 ma, ancor più, in quanto testo propriamente letterario, portatore di originalità e di bellezza. Ecco, riassunto in poche righe, il suo contenuto.

Livia Bencini è una bambina indipendente, curiosa, che ha la sfortuna di crescere in un contesto completamente diverso da lei: una famiglia dominata patriarcalmente dal padre militare, piena di ipocrisie e solo attenta alle convenzioni sociali, in cui si respira in pieno l’atmosfera pesante e velenosa del fascismo anni Trenta. Una famiglia in cui non vi è spazio per alcuna verità umana, in cui gli affetti più profondi sono segnati da una sottile violenza (o forse non tanto sottile, visto che aleggia il sospetto di attenzioni un po’ troppo insistite da parte del padre generale), e che la bambina patisce così tanto da non riuscire neppure a chiamare “mamma” la madre; madre che peraltro passa il tempo a chiamare a sua volta per nome, come fossero suoi amici personali, i membri di Casa Savoia, in un grottesco tentativo di elevazione sociale.

A salvarla da questo stato di oppressione, intellettuale, sentimentale e anche fisica, è l’amore per il disegno, che la famiglia ovviamente non capisce ma decide di tollerare. L’incontro con Via Margutta, la via dei pittori di Roma, avviene per la prima volta in sogno:

La strada l’aveva sognata una notte: era coperta di neve, silenziosa e stretta. Livia non ci aveva pensato più, ma quando, dopo mesi, c’era capitata all’improvviso, l’aveva riconosciuta. Era proprio la stessa, anche se mancava la neve: i cancelli si aprivano su cortili grandi, con la ghiaia e le panchine di marmo, le statue nelle nicchie, i glicini attorcigliati alle inferriate, le fontane ricoperte di muschio. Quella strada la conoscevano tutti, perché c’erano gli studi degli artisti e le botteghe degli artigiani: si trovava nel centro della città, ma rimaneva appartata e in disparte, come se fosse un’isola.8

È proprio attraverso il lavoro di artista che pian piano Livia evade da quel mondo familiare che la soffoca: fa alcuni incontri importanti (l‘insegnante di disegno Fiore Agagian, la famiglia di intellettuali ebrei Laszlo), trova lavoro nello studio di mosaico Landolfi, che si apre proprio su Via Margutta e in cui un giorno si imbatte persino nella pittura di Alberto Savinio. Intraprende insomma un percorso di autoscoperta, di faticosa conquista della condizione adulta, che la condurrà a sposare uno scrittore, Giulio Doni, e a mimetizzarsi completamente in quella vita diversa, più ampia, che aveva sempre saputo dover esistere da qualche parte.

Il vero centro della narrazione però non è lei, bensì Adele detta Dede, sua figlia, che a Via Margutta ha già la ventura di appartenere sin dalla nascita, subito dopo la guerra, e di cui diventa privilegiata testimone. È attraverso il suo sguardo che il lettore viene introdotto in un mondo pieno di bellezza, in cui le persone sono più importanti delle cose e gli oggetti, quando contano, lo fanno solo per le emozioni che riescono a suggerire. Ecco dunque le amiche Guenda e Gaia, che giocano con Dede in terrazzo; la loro mamma Doina che cucina i sarmali; Marina Chaliapin;9 il padre di Dede Giulio, che invecchia tra progetti sconclusionati e muore «così, con il senso di aver lasciato tutto incompiuto».10 Ecco la pittrice Giuditta Giurati, che firma i suoi quadri «Ditta» e invecchia, isolata dalla realtà, nel ricordo di un grande amore giovanile; la bambina Utta, che cerca di trascinare Dede in un universo di bugie; la signorina Cortese; gli amanti Diego e Derek, che la piccola Dede spia dalla finestra e idealizza nella perfezione del loro amore fra eguali, e tanti altri.11

La realtà degli artisti di Via Margutta viene rappresentata in un modo autenticamente pittorico, pennellata dopo pennellata, con una tavolozza fatta soprattutto di nostalgia; ogni particolare è vero ed esatto, le vicende storiche, dalle adunate del fascismo alla presenza strafottente degli americani a Roma dopo la guerra, fino alle prime avvisaglie del turismo negli anni Sessanta, sono menzionate con precisione, anzi con una conoscenza dei fatti addirittura documentale (i romanzi di Virgilio Brocchi, le fotografie di Arturo Ghergo e Ghitta Carell),12 e tuttavia l’atmosfera di questi racconti è semmai evocativa e simbolica, quasi magica. Sono tutti racconti “al femminile”, lo sguardo è sempre di donne, non per qualche puntigliosa rivendicazione di genere, bensì per una naturale necessità poetica dell’autrice; gli uomini che vi compaiono sono rappresentati in una luce di affetto, accarezzati dalla tenerezza delle donne che li hanno amati. La grazia di questi personaggi non è priva di incrinature, di dolore, di momenti di rottura, il loro universo morale non viene certo rappresentato come perfetto e adamantino; tuttavia hanno sempre un loro interno equilibrio, una loro coerenza interiore, che li consegna a una profonda schiettezza umana.

La minaccia viene semmai da fuori, vale a dire dalle forze che cercano con furia di soverchiare la fragilità di Via Margutta. Esemplare è il colloquio della pittrice Ditta con la sua nuova padrona di casa, che la informa bruscamente che sta per darle lo sfratto:

Era cominciato tutto all’improvviso, quando si era presentata alla sua porta, preceduta da un suono di campanello prolungato e impaziente, una donna alta e magra. Le era dispiaciuto subito l’aspetto di quella donna, che era entrata prima che lei glielo consentisse. […] Ricordava, ogni volta che ripensava a quel primo incontro, che quando la donna era arrivata lei era ancora in camicia da notte e a piedi scalzi, e aveva sentito su di sé la disapprovazione di quegli occhi piccoli e vuoti che la fissavano. Certe volte rimaneva così tutto il giorno, con il corpo grasso coperto dalla camicia di tela bianca, con i merletti un po’ ingialliti sul seno ancora abbondante. Quando si era resa conto che quella donna era la sua nuova padrona di casa, che le stava parlando dello studio, e le diceva che era diventato di sua proprietà, e che per questo lei se ne doveva andare, Ditta aveva smesso di osservarla e soppesarla con curiosità, come se l’avesse dovuta rappresentare in un ritratto, e si era ritrovata con delle carte in mano: la dichiarazione di un avvocato, quella di un notaio, e una parola odiosa, sfratto, ripetuta più volte da quella voce stridente.13

Naturalmente la modernità rappresentata dagli affari e dal denaro non potrà che vincere, fagocitando l’ormai antistorico milieu dei pittori e artigiani di Via Margutta. E tuttavia, a vendicare quella bellezza perduta resterà la memoria, il ricordo, affidati proprio alle opere che gli artisti della strada incantata hanno saputo produrre: come accade alla piccola tela che rappresenta una veduta del Pincio, l’ultima dipinta da Ditta, esposta alla Galleria nazionale d’arte moderna a pochi metri dalle opere dello scultore, Ilja Berea, da lei amato in gioventù. Oppure ancora rimarrà la memoria stessa di Dede, ormai anziana e divenuta a sua volta storica della lingua proprio come l’autrice, che si aggira tra i portoni e i cortili della strada, inesorabilmente cambiati e involgariti, e riflette fra sé e sé:

A pensarci bene, si diceva mentre usciva dall’ombra della strada e si avviava verso la luce di piazza di Spagna, non era successo niente di memorabile, in quella strada, solo piccole cose, e per questo per tanti anni aveva taciuto e aveva tenuto per sé quei ricordi: perché quelle storie non valeva la pena di raccontarle a nessuno. Ora non aveva più parole, e quelle poche che ricordava era giusto che morissero con lei, o rimanessero chiuse in un libro, come quelle che per tutta la vita aveva chiuso nei vocabolari.14

Questi racconti, iniziati nel sogno, terminano dunque nella memoria, come racchiusi tra due cinematografiche dissolvenze. In mezzo c’è una luce di fiaba. Ma che cos’è la fiaba? È una narrazione tramite la quale i bambini sono istruiti sulla ferocia della vita adulta e, insieme, sugli strumenti grazie ai quali si può fronteggiarla: astuzia, solidarietà, speranza, coraggio. Valeria Della Valle ha costruito un proprio personale corpus fiabesco i cui protagonisti non sono Cappuccetto Rosso, Biancaneve o i Sette capretti, bensì la pittrice Giuditta Giurati, l’americana Nancy Smith candida come un’adolescente e il pittore Ilja Berea che modella la creta con energiche ditate. E il fatto che il lettore sia commosso di fronte a questi personaggi, proprio come davanti a quelli di una fiaba ascoltata durante la propria infanzia, dimostra che la scrittura di Valeria Della Valle è in questi racconti significante e poetica.

Maria Pia Zanetti, Ritratto di Nicoletta Laszlo, 1940, collezione privata.

Maria Pia Zanetti, Ritratto di Rosa Calderon, 1942, collezione privata.

Wicky Wilhelm, Ritratto di Carmen Scarpitta, 1942 ca., collezione privata.

Alberto Savinio, Il sonno di Eva, mosaico eseguito nello studio di Enrico Galassi, Bologna, Palazzo Bentivoglio.

Enrico Galassi, Pesci e ciliegie, 1932, già collezione Franco Gentilini, poi collezione privata. Foto di Maurizio Montanari.

Enrico Galassi, La torre solitaria, 1936, collezione privata. Foto di Maurizio Montanari.

Enrico Galassi, Villeggiatura, 1935, collezione privata. Foto di Maurizio Montanari.

Note

1 Arte contemporanea, direzione di V. Della Valle e V. Trione, 4 voll., Roma, Treccani, 2021.

2 La mostra è stata curata da Valeria Della Valle con la collaborazione di Elena Del Drago, Costanza Pinci e Cristina Faloci. Ne è stato stampato un catalogo, sempre a cura di Valeria Della Valle.

3 Pseudonimo di Pasquarosa Marcelli Bartoletti.

4 V. Della Valle, Lo studio d’arte Villa Giulia a Villa Poniatowski: un’avventura artistica dimenticata, in «Quaderni della Wolfsoniana», 2, 2025, pp. 107-117.

5 V. Della Valle, Artiste a Roma nella prima metà del Novecento, in Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia, vol. I, pp. 814-823, Roma, Treccani, in corso di stampa.

6 V. Della Valle, La strada sognata, Torino, Einaudi, 2022. Al volume è stato attribuito la 59ª edizione del Premio Settembrini; per la bibliografia si veda al termine di questa nota. I racconti della raccolta, dieci in totale, si dispongono in realtà lungo una traiettoria narrativa unitaria. Alessandro Iovinelli, nella sua recensione a La strada sognata (in «Treccani», 20 giugno 2022), ritrova un “architesto” di questa forma nel libro di Alice Munro The view from Castle Rock (2006): «La forma della raccolta di racconti consentiva invece ad Alice Munro, e ora a Valeria Della Valle, di creare un affresco anche di valore storico, nel quale però le singole porzioni narrative, pur facendo parte di un quadro omogeneo, conservano un’autonomia compositiva, sia per i personaggi, che per le storie narrate».

7 Sulla storia e l’importanza di Via Margutta si vedano almeno: M. Fagiolo dell’Arco, Scuola Romana. Pittura e scultura a Roma dal 1919 al 1943, Roma, De Luca, 1986; F. Di Castro, Via Margutta. Cinquecento anni di storia e d’arte, Roma, Edizioni Kappa, 2006.

8 V. Della Valle, La strada sognata cit., p. 3.

9 Vedi alla nota 11.

10 V. Della Valle, La strada sognata cit., p. 91.

11 La narrazione si fonda su un “sistema dei personaggi” assai ampio, e programmaticamente sospeso tra ricordo di artisti realmente vissuti e libera rievocazione fantastica. In particolare, nel personaggio di Ilja Berea sono confluite le caratteristiche fisiche dello scultore bulgaro Assen Peikov (1908-1973) e alcuni tratti della personalità del pittore americano naturalizzato italiano Salvatore Scarpitta (1919-2007); il nome del personaggio è stato scelto in omaggio al pittore rumeno Dimitrie Berea (1908-1975). Il disegnatore Radu Roman è ispirato al pittore e grafico rumeno Eugen Drăguţescu (1914-1992). Il personaggio della pittrice Fiore Agagian è nato come memoria della pittrice veneta Fiore Brustolin Zaccarian (1901-1995). Nella scultrice Berta c’è il ricordo della scultrice Berta De Gasperis, moglie dello scultore e illustratore Alberto Mastroianni (1903-1974). Nell’architetto Landolfi è stato rappresentato il pittore, mosaicista, poeta Enrico Galassi (1907-1980), ma vi sono anche elementi biografici di Giorgio De Chirico (1888-1978). Nell’episodio dell’artista che incolla lana sulla gommapiuma è stato rievocato il pittore Giulio Turcato (1912-1995). Nel regista Daniele Ludovisi (Ludo) è stato ricordato il pittore e regista cinematografico Giuseppe Maria Scotese (1916-2002). Sono stati citati con i loro veri nomi solo il pittore Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) e Marina Chaliapin, figlia del famoso cantante lirico Fëdor Ivanovič Chaliapin (1912-2009) e moglie di Luigi Freddi, il fondatore di Cinecittà (1895-1977).

12 Virgilio Brocchi (1876-1961) fu uno scrittore popolarissimo nell’Italia tra le due guerre, autore di numerosi romanzi che si rivelarono, per il mercato librario di quegli anni, degli autentici best seller. Arturo Ghergo (1901-1959) fu un fotografo attivo a Roma negli anni Trenta, specializzato in ritratti dei divi della nascente Cinecittà. Ghitta Carell (pseudonimo di Klára Karolina Mánkovits, 1899-1972) fu una fotografa di origine ungherese, molto nota sempre negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale e spesso utilizzata dagli esponenti dell’élite politico-economica per i propri ritratti ufficiali.

13 V. Della Valle, La strada sognata cit., pp. 98-99.

14 Ivi, p. 175.