
Noi torneremo, invece, quando il sole avrà vinto la pioggia.
Franco Fortini, Via dello Yenan (1945),
traduzione immaginaria da Isiao Chen
Nell’ottobre del 1945 il giovane Franco Fortini, per il «Politecnico» di Elio Vittorini, pubblica la traduzione di una poesia di Chrétien de Troyes, La complainte des tisserandes, tratta dal roman Yvain ou le chevalier au lion, composto verso la fine del XII secolo.1 Una poesia così lontana nel tempo e così distante se non dagli stilemi poetico-letterari di metà Novecento certamente, o ancor di più, dai tratti socio-culturali in cui si muove Fortini, che non opera una corrispondenza tra quei versi «originali» e i suoi «derivati». Certo, quella poesia di Chrétien illustra la condizione del lavoro sfruttato e se si vuole è anche un canto di lotta. Ma Fortini non allestisce una traduzione (soltanto) sull’asse referenziale, per dirla con Jakobson, per restituire un milieu e anche un contenuto, un’esperienza che è quella del lavoro e del lavoro oppresso, mortificante ieri come oggi, un tema che, certamente, è nelle corde dell’impegno poetico-politico fortiniano. O, meglio, quell’ambiente di lavoro, quell’officina è resa ma attraverso la forma, come spiegherà meglio il Fortini più maturo della Verifica dei poteri (1965). Una forma ricercata e preziosa in Chrétien, più secca in Fortini. La regola di traduzione che proietta i versi di Chrétien in quelli fortiniani e viceversa non è una corrispondenza empirica o, magari, metrica (ottonari e novenari) e lessicale, ma nemmeno semplicemente quella tematica, bensì quella della poeticità, cioè di un sentire comune a dispetto delle differenze che sono molteplici. Un sensus communis.
Rime baciate e preziose in Chrétien, che impiega termini rari e difficili per catalizzare ancor di più l’attenzione sulla rima così ricca. L’acutizzazione, l’accentuazione, analogamente, nella traduzione fortiniana, invece, è più brechtiana e nella sua secchezza, la «punta secca» di cui parla Mengaldo, accentua il conflitto e l’ingiustizia. Come nella brechtiana Domande di un lettore operaio raccolta nelle Poesie di Svendborg (1939) tradotte da Fortini insieme alla compagna Ruth Leiser per il volume Einaudi Poesie e canzoni (1959). Le «tisserandes» di Chrétien che accarezzano la seta per filarla, non sono e non saranno mai meglio vestite, «miauz vestues», in Fortini diventano lavoratrici i cui prodotti, marxianamente, non sono per loro: «i panni di seta non sono per noi». Quel prodotto del loro lavoro è come alienato. Mangiano poco. «Au main petit et au soir mains», con l’associazione sonoro-semantica tipica di Chrétien (main/mains). Poco il mattino, ancor meno la sera. Il «pain» in Chrétien è associato al «peine»: è una pena perché, nonostante il lavoro delle mani, non basta mai. In Fortini quel gioco associativo si secca: «È poco il pane, tra sera e mattina». Inoltre Fortini inverte la sequenza temporale: dalla sera alla mattina, e quel tra allude anche alla notte che è come inesistente ma grazie alla traduzione fortiniana insistente, una notte di riposo per l’assenza di pena che deriva dalla mancanza di pane. Notte che ritorna nel finale, perché in realtà, per timore del bastone del padrone, la notte spesso si veglia. Le «mains» («Que ja de l’uevre de noz mains»), nonostante lo sforzo e il lavoro (l’uevre), non tolgono il «mains», la penuria. Questi giochi associativi sono anche antitetici. Chrétien elegge alcune parole che sono vicine e al tempo stesso lontane. Le mani-mains che producono l’abbondanza, il guadagno («tant gaeignier») sono quelle la cui opera non sana il meno-mains. Tra sera e mattina il pane è poco perché al risveglio le filatrici sono attese «per la giornata di tutta fatica» che è un vero e proprio inserto fortiniano, un’interpolazione. Del resto Fortini riduce anche i versi, da ventisette a venti.
Tra:
È poco il pane, tra sera e mattina
quattro denari la paga sarà
d’oro si fanno, col nostro patire
Traduzione brechtiana quella di Fortini. Traduzione fortiniana. «Toz jorz» le filatrici faticano nella filanda «ma i panni di seta» non sono per loro. Nella poesia di Brecht l’operaio domanda: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?». Sono stati forse i loro re a trascinare i pesanti blocchi di pietra.
i muratori?
Perché lascino a te
Sette spiragli al muro,
Perché arrivino a te
La luce e il pane.
Sudore d’aglio e latte
Caglio di sangue e baci.
che possa colmare – la fame che ha?
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
et ces morts abattus resteront exposés.
questo sangue ed esposti gli uccisi resteranno
Nella poesia Canto degli ultimi partigiani (in Foglio di via) di Fortini è l’«erba secca del prato» ad accogliere i denti dei partigiani fucilati. Su quella terra seminata da carne non più d’uomo giustizia si farà. Le mani di un popolo che si leva nelle preghiere della poesia di Emmanuel, qui diventano «pugni dei morti».
II.
L’analogia, naturalmente, è tematica, persino ideologica, è vero, ma è ancor di più fondata su questo sensus communis kantiano. In una conferenza del 1986, intitolata proprio Sensus communis, disponibile nel libro Anima minima (2023), Lyotard affronta il tema della «comunità ancora inintelligente», del sentimento, della spontaneità dell’attività dell’uomo descritta da Kant, sempre difficile da condividere con gli altri, la comunità. Questo sensus communis è sì pensiero ma non è filosofia, semmai è uno «stato affettivo incosciente», quello che Lacan chiamava la “Cosa”. In quel saggio, La cosa freudiana, che è una conferenza del 1955, Lacan affermava che: «il centro vero dell’essere umano non è ormai più nello stesso posto che tutta una tradizione umanistica gli assegnava»; e ancora: «è nella disgregazione dell’unità immaginaria che l’io costituisce, che il soggetto trova il materiale significante dei suoi sintomi». Lacan ricorda che quando l’infans, nella dinamica dello stadio dello specchio, si identifica, giubilando, nell’immagine del suo corpo, nel riflesso di quel naso, catturato nell’immagine, è già preso per il naso. La luna di miele dello specchio dura poco. L’Altro, già lo sapeva Aristotele, mi costituisce. Ma il sensus communis decostruito da Lyotard non è una comunità di gusto, che magari stabilisce le corrette regole per la traduzione, tenuta insieme dalla cultura e dai valori, da un piacere condiviso e da una promessa di progresso. Senso è senso della riflessione, condizione trascendentale, che è senso comune a tutti, sede, anzi domicilio per tutti della pura capacità di riflessione.
Destinatari e mittenti di questo senso comune a tutti sono il coro che costituisce il soggetto che, pertanto, è sempre scisso, lacerato, abitato da una voce universale. Il sensus, scrive Lyotard, è index sui, il soggetto si avverte (da sé come da fuori), è indice di sé e del suo stato di costituzione scissa, capacità del pensiero di pensare il pensiero stesso, facoltà che (in quanto fuori) è comune e condivisa. Ciò che prende voce nel soggetto è questo coro, «la divisione del soggetto», che di volta in volta, magari per un istante, è con-vocata, accordata. Il sentimento, quindi, è ciò che anima, risveglia il soggetto nella sua divisione e nella sua coralità. Ecco perché il sensus communis è presupposto di conoscenza e comunicabilità e quindi anche della regola di traduzione. Questo sensus è il domicilio, l’indirizzo dell’appuntamento in cui si intrecciano quelle proporzioni variabili che chiamiamo “soggetto”. Il sensus, direbbe il Nancy della Comunità inoperosa, è il clinamen, la pendenza dell’uno sull’altro, dall’uno all’altro che è con-costitutiva dell’uno e dell’altro. Ciò che c’è di comune in questo senso (anche ciò che c’è in comune tra un verso originale e uno derivato) è il sentimento che mette in relazione un pensiero non con questo o quell’oggetto ma con il pensiero medesimo. Ciò che Lyotard chiama Stimmung, il “soggettivo” (che non sono io e non sei tu), il “riflessivo”.
Voce, sensus, segno che testimonia che il soggetto è abitato (scisso) dall’Idea dell’universalità, del coro – da quello che nel testo Materia e tempo, raccolto nel libro L’inumano (pubblicato in originale nel 1988, nel giro d’anni del libro di Nancy), Lyotard chiama «eco» – che, in quanto soprasensibile, non fa esattamente parte della natura; tuttavia fa parte del soggetto «il fatto che tutte le facoltà di accordino per rendere possibile la conoscenza in generale», anzitutto la conoscenza più elementare presupposta dalle altre, cioè la riflessione. Questo «principio d’unisono soggettivo è tanto più intenso quanto più la forma sembra sfuggire all’intelligenza». Ma questo è il campo d’elezione, o di battaglia, non della filosofia, bensì dell’arte. Del resto il sensus communis (in Kant come in Lyotard) è estetica.
È questo principio di unisono che risuona come un’eco nella traduzione che Fortini fa di Chrétien o Emmanuel.
Ecco perché per Kant l’analogia non è un rapporto di somiglianza ma una somiglianza di rapporto. Nella traduzione fortiniana agisce proprio quest’ultima. Wittgenstein nel manoscritto redatto attorno al 1929 chiamato Big Typescript di fatto osserva che la verità è la catastrofe dell’errore perché, come scrive Wittgenstein, noi ci rappresentiamo o ci siamo sempre rappresentati questo così e così, una certa cosa che, tuttavia, «così non è», perché questa cosa è Unbekannten, sconosciuta, sentenzia Kant che, come Wittgenstein, propone una «Erkenntnis ist die nach der Analogie», una conoscenza per analogia. Noi ci orientiamo, annotava Wittgenstein, siamo diretti e guidati, ci facciamo un’immagine dei fatti (come scrive, con un certo “ottimismo”, nel Tractatus) in forza di un’analogia, in base a questa ci dirigiamo, raggiungiamo qualcosa, ma occorre mostrare, indicare, dimostrare, far vedere, manifestare. Wittgenstein usa i termini zeige, zeigen e aufzeigen. Mostrare che è l’analogia a dirigerci e che questa non è (mai) corretta, perché la cosa «così non è», mostrare che ci orientiamo in base all’analogia, ma fuorviante o falso è quando non riconosciamo che, per l’appunto, si tratta di una Analogie che è «Quelle seines Gedankens», fonte del pensiero.
Kant nella Nota 22 dei Prolegomeni osserva che c’è una somiglianza di rapporto tra la sfera giuridica delle azioni umane e quella naturale delle forze motrici, anche se tra i due ambiti non vi è somiglianza iconica o empirica, cioè un rapporto di somiglianza:
Non solo non c’è corrispondenza o concordanza puntuale tra originale e derivato, ma la traduzione (che non è semplice derivazione), per dirla con il linguaggio di Wittgenstein, è come uno spazio logico-matematico, Bild, e non copia di un modello, così come persino la funzione scientifica è sempre uno schema che implica la possibilità di altri schemi, di altre traduzioni che catturano quella situazione, quei versi (Boltzmann: «tutti i concetti teorici sono immagini ideali»). «Noi ci facciamo immagini dei fatti» (2. I) scrive Wittgenstein nel Tractatus ma questa immagine-Bild non è copia, bensì essa stessa un fatto. Il collegamento tra un fatto e l’altro, la situazione o la poesia originale (immagine) e la traduzione che è a sua volta immagine è quella pienezza che Wittgenstein chiama forma di raffigurazione, cioè la possibilità che le cose, che i versi “originali”, siano gli uni con gli altri in quella relazione che sussiste anche tra gli elementi dell’immagine, gli elementi dei versi tradotti, anch’essi fatti. Questa forma è come «metro apposto alla realtà» (2. 1512). La traduzione-Bild ha una sua realtà propria.
1 La traduzione, con il testo a fronte, è reperibile nel libro F. Fortini, Traduzioni disperse e inedite, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2024.
2 Traduzione anch’essa reperibile in F. Fortini, Traduzioni disperse e inedite cit.