Massimo Bonafin,
Non più e non ancora: verso un’antropologia del testo
Giulia Picasso

È davvero possibile tracciare una netta distinzione tra letteratura e folklore? Si può dire di conoscere appieno un personaggio o un motivo narrativo senza ampliare il nostro sguardo oltre i confini linguistici e geografici della tradizione in cui si inscrive? È possibile comprendere fino in fondo un testo senza entrare nelle pieghe del contesto della sua produzione, diffusione e fruizione, del suo Sitz im Leben?
Lo sviluppo moderno delle discipline tout court ha portato ad una progressiva specializzazione delle stesse, che in molti casi ha generato conseguenze rischiose, minacciando di ingabbiare gli studi in compartimenti blindati e di dotare gli studiosi di rigidi paraocchi. Certo, alcune felici eccezioni ci sono e debbono essere evidenziate, nondimeno questa risulta essere, ahimè, la tendenza dominante. È proprio dalla constatazione di questo irrigidimento dei confini tra diversi ambiti di ricerca che prende avvio la proposta di Massimo Bonafin, volta a ripensare il rapporto tra filologia e antropologia e a tentare di oltrepassare quel limes che tradizionalmente le separa.
Tale nucleo concettuale, affrontato con lucidità e profondità maturate nel corso di un’esperienza accademica pluritrentennale, costituisce il cuore pulsante del volume di Bonafin Non più e non ancora: verso un’antropologia del testo, pubblicato nel 2024 dalla casa editrice Edizioni dell’Orso, nel terzo volume della Nuova serie della collana «L’immagine riflessa/Quaderni». Il libro rappresenta, come osserva lo stesso autore nella premessa, il risultato del suo percorso di ricercatore di filologia e letteratura medievale romanza: attraverso lo studio di problemi specifici, Bonafin si è trovato ad interrogarsi su questioni sempre più ampie e ricorrenti, riscontrando costanti in ambiti apparentemente estranei tra di loro, ma proprio per questo meritevoli di osservazione. Un esempio illuminante è certamente offerto dal motivo del “cuore mangiato”, che si inserisce all’interno della narrativa della moglie adultera punita dal marito attraverso una vendetta cannibalica. Tale motivo letterario rappresenta solo uno degli elementi – senza dubbio il più perturbante – che costituiscono l’intreccio basico della storia in cui è inserito, ma l’aspetto più rilevante sta nel constatare che si tratti di «un capitolo di riuso e ricezione letteraria, ovvero una storia di ordinaria intertestualità diacronica» (p. 75) che si ritrova a macchia d’olio non solo nella tradizione medievale europea, ma anche, per esempio, in «un gruppo di storie molto popolari fra le tribù degli indiani delle Pianure, nell’America settentrionale» (p. 76). Ricostruire le origini e individuare i riusi di uno stesso intreccio in luoghi, tempi, culture diversi significa «passare dall’intertestualità alla comparatistica e all’antropologia» (ibidem).
In tutto ciò il ruolo della filologia non viene meno, anzi risulta accresciuto e compenetrato dal metodo d’indagine proprio dell’antropologia:
Filologia e antropologia risultano intimamente connesse già dalla loro più immediata definizione: se l’antropologia è intesa come «studio degli uomini» (p. 53), la filologia si definisce come «lo studio dei testi» (ibidem), ma questi testi non sono altro che il prodotto della mente umana.
Non più e non ancora stimola l’immaginazione del lettore, proponendo una serie di spunti che agiscono come fondamenta dalle quali costruire edifici interpretativi che mettano al centro l’universo culturale dell’opera. L’autore non si limita a delineare la pars construens, ossia le coordinate principali del proprio orizzonte ermeneutico (cap. 1-7), ma, nella seconda parte del volume (cap. 8-11), costruisce una vera e propria «galleria di antenati» (p. VIII), mettendo a contatto e a confronto le voci di alcuni grandi studiosi del XX secolo – Meletinskij, Bachtin, Frye e Turner – che vantano il merito di aver gettato le basi di quella che Bonafin ha sapientemente definito antropologia del testo. Lo studioso, adducendo prove assai persuasive, ha dimostrato come la collaborazione tra discipline anche lontane possa aprire nuove prospettive di ricerca e gettare luce su questioni ancora irrisolte: questa è, a mio parere, la più grande lezione del volume.