
Certi libri nascono espressamente dal desiderio di colmare un vuoto, di ripensare e di ridefinire il nostro passato culturale, letterario e politico e di tracciare nuove strade di analisi e di ricerca. È il caso di Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi, a cura di Marco Gatto, Bernardo De Luca e Fabio Moliterni, con un bel reportage fotografico di Lorenzo Pallini, e corredato da una galleria di documentari liberamente visionabile online, da pochi mesi in libreria. Il libro, frutto del lavoro di un gruppo di studiosi e studiose, è dedicato alla memoria di Goffredo Fofi e solleva una serie di temi di carattere teorico, politico e letterario che non è facile affrontare in una semplice recensione. Per esempio, esiste ancora una questione meridionale? Come gli scrittori, e più in generale gli intellettuali, meridionali si sono posti nei riguardi delle classi subalterne, e come hanno rappresentato la loro cultura, i loro valori, i loro sogni, le loro aspirazioni, ecc.?
Come è noto, dopo la liberazione dal nazi-fascismo per più di un decennio la “questione meridionale” divenne uno dei temi centrali della strategia politica della sinistra. Furono anni di speranza e di illusioni, di appassionate ricerche, di dibattitti e di importanti opere letterarie e di inchieste. Basta ricordare che in quel periodo vennero pubblicati Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (1945), le opere di Rocco Scotellaro (1920-1950), uscite postume, molti saggi e articoli dei maggiori meridionalisti – Le parrocchie di Regalpetra di Leonardo Sciascia (1955), Il cafone all’inferno di Tommaso Fiore (1955), Baroni e Contadini di Giovanni Russo (1955), Banditi a Partinico di Danilo Dolci (1955) –, che insieme a Fontamara di Ignazio Silone (1930) avevano posto al centro della loro riflessione la civiltà contadina e le sue battaglie politiche e sociali. Ma la dura repressione delle lotte contadine e il fallimento della riforma agraria per le classi subalterne meridionali rappresentò motivo di delusione e di rassegnazione. Con il boom economico molti contadini vennero costretti ad emigrare e diventarono operai. Nacquero in quel periodo inchieste come Milano, Corea, di Franco Alasia e Danilo Montaldi (1960), L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi (1964), ma anche film come Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti (1960) che denunciarono in vario modo le dure pene patite dagli immigrati meridionali nel loro impatto con le città del Nord. Il Sud nella storia d’Italia, il libro di Rosario Villari pubblicato nel 1970, fa un bilancio della questione meridionale e sancisce quasi la conclusione di un periodo storico e politico. Nel corso degli anni ottanta e novanta con la crisi della sinistra e la fine del mondo contadino infatti essa è scomparsa dall’agenda politica, anche se non sono mancati i tentativi da parte di singoli studiosi e scrittori di riflettere sulla realtà sociale, politica ed economica del Mezzogiorno d’Italia. Come ha affermato Goffredo Fofi nel 1997, «la questione meridionale è morta e sepolta. Negli anni Novanta il Sud è andato assimilandosi sempre di più al Centro e al Nord. Esiste una questione nazionale e delle questioni locali, territoriali». L’Atlante nasce dal chiaro proposito di rilanciare la discussione su tali questioni e di offrire un importante contributo allo studio della letteratura delle regioni del mezzogiorno (isole incluse), in contrapposizione alle interpretazioni riduttive effettuate da vari studiosi nel corso degli anni. È con questo spirito che bisogna leggere il libro, a cominciare dal denso e articolato saggio introduttivo di Marco Gatto, che parte dalla riflessione su Alcuni temi della questione meridionale (1926) e su Letteratura e vita nazionale (1950) di Antonio Gramsci, sugli studi di Ernesto de Martino e di altri antropologi, pensatori e scrittori (come Pasolini, per esempio), con un discorso teorico e letterario serrato sul meridionalismo e il panorama letterario dell’ultimo ottantennio. A questo proposito sottolineo brevemente un passo da me condiviso che riguarda la critica a Scrittori e popolo di Asor Rosa (1965), anche se bisogna considerare che il libro era nato dal proposito di liquidare il populismo e il progressismo di marca comunista, di criticare l’atteggiamento paternalistico degli scrittori, la letteratura dei buoni sentimenti che imperversava ancora negli anni cinquanta e sessanta (vedi in particolare il caso di Metello di Vasco Pratolini e delle opere di Cassola di quel periodo, ecc.) per gettare le basi di un nuovo pensiero rivoluzionario. Ciò però aveva portato a un azzeramento teorico e politico del passato e del marxismo tradizionale, a una lettura schematica e riduttiva di un secolo e mezzo di cultura letteraria e politica italiana.
Anche Guido Liguori (già docente di Storia del pensiero politico all’UNICAL e presidente della International Gramsci Society) nel suo importante contributo, che conclude la prima parte dell’Atlante, analizza la categoria di “subalterni” a partire dai Quaderni del carcere.
Passando alla seconda parte del volume, le “mappe” delle letterature regionali sono rispettivamente di Valentina Panarella sull’Abruzzo e il Molise, di Gatto sulla Calabria, di Simone Giorgio sulla Puglia, di Bernardo De Luca su Napoli e la Campania, di Beatrice Perrone sulla letteratura della Grecìa salentina, di Ivan Pupo sulla Sicilia e di Luca Mozzachiodi sulla Sardegna: dei panorami di storia sociale, politica e letteraria che presentano evidenti novità interpretative e offrono tanti spunti di riflessione sulle questioni trattate. In questo ambito un significato particolare rivestono i capitoli dedicati a Rocco Scotellaro dello stesso Gatto, ad Alessandro Leogrande di Fabio Moliterni e a L’amica geniale di Elena Ferrante di Maria Veneruso, senza però trascurare le pagine che trattano di scrittori rappresentativi come Ignazio Silone, Carlo Levi, Francesco Jovine, Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Corrado Alvaro, Saverio Strati, Mario La Cava, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese ed Ermanno Rea. Si tratta, quindi, di uno strumento indispensabile, indirizzato ai lettori d’ogni specie, per comprendere la storia del nostro mezzogiorno, la sua cultura e la sua letteratura, per di più tenendo presente che esso, come viene pensato dagli stessi autori, non deve essere considerato un lavoro definitivo, bensì una sorta di “cantiere e di un punto di avvio”, una base di partenza per nuove indagini e ricerche.