Daniela Cremona,
Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto
Stefano Nutini

Daniela Cremona, Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto, a cura di Gianni D’Amo, Calendasco, Le Piccole Pagine, 2025.

È stato pubblicato di recente un libro prezioso sui «quaderni piacentini» (le minuscole sono filologicamente d’obbligo); ne è autrice Daniela Cremona, è intitolato Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto ed è pregevole sotto molti aspetti. Vediamoli subito, per chiarire per quali motivi ne raccomando l’uso e la lettura. Innanzitutto l’impianto, che è quello di un’accuratissima lettura dall’interno della rivista, che ne ricostruisce la storia materiale, organizzativa, redazionale, oltre ovviamente a quella politica e culturale: una trattazione che non trascura né i tragitti, i contributi e le esperienze dei singoli collaboratori né il contesto in cui il periodico si situò (qui affrontato concentrandosi sulla prima serie, quella autogestita, dal 1962 al 1980). Credo che si possa affermare tranquillamente che nessun’altra rivista di quegli anni abbia avuto un’attenzione paragonabile allo studio paziente che l’autrice le ha dedicato. Merito indubbio di Daniela Cremona, prematuramente scomparsa nel 2012, che ne fece oggetto della sua tesi di laurea nel 1995, oltre che della rilevanza del periodico, che Rossana Rossanda ha persuasivamente definito «certo non l’unico, ma per molti versi il più significativo del ‘68 innovatore». Altri motivi d’interesse della trattazione sono a mio parere la grande cura documentaria, che non esclude puntuali prese di distanza critica su alcune posizioni emergenti, e la capacità d’individuare, lungo il percorso della rivista, gli articoli e le congiunture più rilevanti e dirimenti, riassumendoli e problematizzandoli. Proverò ad adottare la medesima disposizione, prendendo spunto, per quanto segue, da alcuni di questi “tornanti”.

I «quaderni piacentini» nascono, come non poche altre esperienze politico-culturali di provincia, tra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, da collettivi o da esperienze personali che dapprima si “mettono alla prova” nell’organizzazione di “cineforum” o cicli di dibattiti (e qui il pensiero corre all’esperienza del “lavoro culturale” di Bianciardi, rispetto al quale Daniela Cremona lamenta giustamente la singolare incomprensione da parte dei «quaderni piacentini»). Provincia, dicevo. Ma ben presto l’ambito si allarga e le ambizioni si rafforzano. I giovani, ma non giovanissimi, Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio configurano fin dai primi numeri i contenuti e il taglio inconfondibili della rivista, che apre precocemente le porte a valutazioni politiche, culturali, di costume espresse con grande ardore e passione “radicale”, senza compiacenze, autocompiacimenti o autoindulgenze, nell’Italia del centrosinistra. Nel frattempo, a contrappunto dell’avvicendarsi degli articoli, si assestano le rubriche della rivista (La loro Italia-Cronaca italiana, Il franco tiratore, Da leggere-da non leggere, Da vedere-da non vedere, quest’ultima affidata all’intelligenza acuta di Goffredo Fofi). Ne emerge una fisionomia apparentemente eclettica, ma che in realtà si traduce in una grande apertura critica rispetto ai problemi della società italiana e non solo, mantenuta durante tutta la vita del periodico. Emerge il ruolo di Fortini, fin dall’inizio (con la sua Lettera ad amici di Piacenza) e nei suoi frequenti interventi, come stimolatore spesso rude, collaboratore attento, seminatore di spunti etico-politici che trovarono terreno fertile nella rivista. E intanto si consolida un corposo e vivace gruppo di collaboratori militanti e di studiosi non accademici (fra gli altri/e, Edoarda Masi, Carlo Donolo, Francesco Ciafaloni, Cesare Cases, Giovanni Jervis, Elvio Fachinelli, Vittorio Rieser, Sergio Bologna, Federico e Nicoletta Stame, Renato Solmi, Luciano Amodio, Giovanni Raboni, Roberto Roversi, Giovanni Giudici, Liliana Lanzardo, Giovanni Mottura, Luigi Bobbio, Guido Viale, Sebastiano Timpanaro, Michele Salvati, Bianca Beccalli; ma non si deve trascurare il sintomatico contributo postumo di Raniero Panzieri ai primi del 1967) e si struttura il “direttorio” Bellocchio-Cherchi-Fofi, che nei fatti fu quasi un esecutivo, se si possono mutuare questi termini dalla politica.

Per restare nel territorio della politica, l’autrice afferma a ragione che tutto il periodo tra il 1962 e il 1968, con l’intensificarsi delle dinamiche politiche e sociali nazionali e internazionali, è caratterizzato per i «quaderni piacentini» dalla scelta consapevole di una specifica postura: «ospitare sulle loro pagine temi in grado di provocare un dibattito nella sinistra», ma lasciando «il luogo della sintesi […] alle singole coscienze o ad altri ambiti» (p. 45); impostazione ribadita più volte da Daniela Cremona, sulla scorta delle scelte redazionali: «i “quaderni piacentini” non sono orientati a “dare la linea”, essendo la loro ricchezza specifica proprio l’articolazione interna di posizioni e la capacità di arricchirle nel reciproco confronto» (p. 128). Una caratterizzazione, questa, che consentirà alla rivista una singolare crescita di autorevolezza e, in parallelo, una diffusione straordinaria (si parte con 200 copie di tiratura, poi aumentate a 500, nel 1962, che passano a 2000 nel 1964, a 8000 nel 1966, a 12.000-13.000 nel 1968, per attestarsi sulle 10.000 negli anni Settanta e su circa 6500 a metà degli anni Ottanta), oltre che una considerevole circolazione secondaria, “di movimento”.

Nell’approssimarsi del ’68 e poi durante quell’anno sconvolgente, i «quaderni piacentini» scelgono volutamente alcuni filoni di lettura e valutazione, grazie alle penetranti analisi di alcuni collaboratori: è per esempio il caso degli Stati Uniti, che Renato Solmi presenta analizzando l’articolazione delle forze progressive e socialiste – i neri, i pacifisti, gli studenti, con un’attenzione «quasi disperata» per la classe operaia (p. 60) –, dapprima nella prospettiva di una «rivoluzione di maggioranza» in quel Paese, poi rivelatasi impossibile e riconvertita in quella della lotta antimperialista, in connessione con la guerra nel Vietnam. Ma è anche il caso della Cina della Rivoluzione culturale e poi del dopo-Mao, indagata con grande acutezza soprattutto da Edoarda Masi, che ne affronta sia le tumultuose vicende politiche sia le rilevanti lezioni (che evidenziano «gli elementi innovatori e addirittura sovvertitori della teoria tradizionale del movimento operaio»: p. 78). È da Edoarda Masi, nel suo contributo Note sulla fine del progresso (1966), in sinergia con Franco Fortini (e in particolare con i suoi articoli Astuti come colombe e Le mani di Radek, a cui dichiara di essersi ispirata, un aspetto che non è segnalato da Daniela Cremona), vengono per esempio rilevanti spunti rispetto alla critica al mito del progresso, al lavorismo, all’eurocentrismo, al produttivismo che caratterizzano largamente la teoria delle organizzazioni storiche del movimento operaio.

Sono anche gli anni in cui, accanto alla “presa diretta” con gli eventi del Maggio e poi durante l’autunno caldo, e alle considerazioni e alle riflessioni che se ne traggono, la rivista si apre a un ventaglio larghissimo di autori e filoni – Marcuse, Reich, la psicoanalisi e l’antipsichiatria, Wright Mills e la sociologia critica americana, Frantz Fanon e Malcolm X, Trotskij e Luxemburg, il giovane Lukács, i francofortesi, Korsch, Kosík e Sartre –, ma inoltrandosi anche in un dibattito non occasionale intorno alle tesi di Timpanaro sul materialismo. Attualità pressante, su cui si esercitano le attività teorico-critiche dei collaboratori, ma accanto ad essa il dispiegamento di una grande curiosità intellettuale. L’autrice tiene comunque a sottolineare come

non [sia] la rivista a produrre il movimento o, viceversa, il movimento a dotarsi di una rivista: l’incontro e il rapporto si costituiscono tra realtà autonome. Il reciproco e sostanziale riconoscimento di tale autonomia – e del suo valore politicamente di tipo nuovo, cioè, alla lettera, rivoluzionario – è alla base della fecondità del rapporto che viene a instaurarsi a partire dal 1967, si dispiega pienamente lungo tutto il ’68, continua negli anni immediatamente successivi, determinando reciproche influenze nella reciproca trasformazione. (p. 68)

Sono affermazioni importanti – dato che il libro di Daniela Cremona si concentra programmaticamente, fin dal suo sottotitolo, sul ’68 –, che guidano l’analisi che ne consegue.

A valle del maggio ’68 (e qui siamo a uno dei “tornanti” periodizzanti che scandiscono l’analisi dell’autrice), l’articolo di Carlo Donolo (La politica ridefinita, pubblicato nel mese di luglio),

ha (e mantiene) […] tutte le caratteristiche di un vero e proprio manifesto della nuova politica, così come essa esce ridisegnata dal Sessantotto. In esso confluiscono i punti alti della coscienza teorica e dell’esperienza pratica del movimento (con particolare riferimento a quello tedesco), e in esso si deve riconoscere […] uno dei contributi più originali e rilevanti nel delineare le coordinate di quel radicale ripensamento della politica che è un tratto distintivo dell’esperienza dei «quaderni piacentini». (p. 129)

I punti su cui Donolo si concentra sono: la ridefinizione del soggetto rivoluzionario stesso, che a suo parere ha fallito nel punto più delicato del passaggio dal «per sé» all’«in sé», la necessità di un nuovo militante, che non si limiti a trasmettere ideologia ma elabori risposte globali a partire dal locale, in forme di democrazia diretta, dirigenza collettiva, critica pratica e dialettica, in una strategia di lotta sia contro l’istituzionalizzazione dei conflitti sia contro la spoliticizzazione dei soggetti e dei problemi e secondo un modello di «rivoluzione culturale», non agita da un partito-guida ma da un vasto movimento eterogeneo e decentralizzato (pp. 122-135).

Un anno dopo, nel luglio 1969, a ridosso dell’autunno caldo, di nuovo Donolo e Ciafaloni, con l’intervento Contro la falsa coscienza nel movimento studentesco, riconoscono con franchezza lo stallo e l’insuccesso del movimento, individuandone difetti e inadempienze in snodi cruciali, come il rapporto fra ruolo sociale e ruolo politico, i modi della politicizzazione, le caratteristiche socioculturali dei gruppi coinvolti, l’esistenza di una falsa coscienza rivoluzionaria, che porta a confondere schematicamente contestazione e rivoluzione (pp. 141-142), tanto che quest’ultima «viene ridotta a pura metafora, il luogo dell’indistinto, dell’indeterminato e perciò dell’irreale»: p. 146). Come si vede, i «quaderni piacentini» non si sottraggono a critiche (e autocritiche) rispetto a letture e diagnosi precedenti.

Per tutto il periodo seguente, che vede l’emergere dei gruppi della sinistra rivoluzionaria,

la rivista piacentina […] rema faticosamente controcorrente, mantenendo una più che apprezzabile e pressoché unica coerenza di orientamento lungo alcune linee direttrici fondamentali: la necessità di adeguamento teorico nel nuovo contesto del – e avendo come oggetto il – nuovo capitalismo internazionale integrato, da praticare in forme inedite senza riproporre la tradizionale separazione tra teoria e prassi, intellettuali e militanti; l’esigenza di convivere con la contraddizione tra ruolo sociale e impegno politico, evitando fughe in avanti e facendo invece della propria concreta situazione (studente, lavoratore, intellettuale ecc.) il luogo di ripoliticizzazione della società; contro ogni tentazione propagandistica e autoreferenziale, il dovere morale che, per quanto possibile, le parole corrispondano ai fatti, e viceversa. (p. 148)

A questo punto, anche per il fatto che l’autrice reputa persuasivamente che «la fase calante [della rivista] iniziò a manifestarsi nel 1972» (p. 39), ritengo opportuno tralasciare la considerazione delle varie fasi successive dei «quaderni piacentini» fino al 1980 –, approdo della ricostruzione di Daniela Cremona – per richiamare invece alcune delle riflessioni espresse nella parte conclusiva del volume rispetto ad alcuni aspetti più generali individuati nella traiettoria complessiva del periodico, che ne connotano la fisionomia e l’identità.

Il primo è quello che l’autrice riassume nella formula del «fare insieme la biblioteca», usando l’espressione comune tra i collaboratori dei «quaderni piacentini» e in primis tra i fondatori. Daniela Cremona si riferisce al «grande rilievo, costante in tutta l’esperienza della rivista, attribuito alle segnalazioni di libri, alle anticipazioni editoriali, all’analisi, sempre attenta e polemica, di quelle che Franco Fortini, proprio sui “quaderni piacentini”, chiamerà le “istituzioni letterarie”, italiane e non» (p. 222), il che implica sia il rigore critico-analitico esercitato implacabilmente sulla produzione massificata dell’incipiente «industria culturale» italiana – un impegno che proseguirà negli anni Settanta, contro la «restaurazione culturale» – sia il rispetto tutto particolare verso la tradizione, ossia la sottolineatura della «necessità di non fare tabula rasa delle proprie origini antropologiche, sociali, linguistiche, culturali; il rapporto con i Padri, sotto qualsivoglia profilo lo si intenda considerare; il rapporto tra Rivoluzione e Restaurazione, con il loro sfuggente e pur concretissimo, talvolta tragico, intreccio» (p. 235). Il che – grazie alla pratica continua dello studio, del pensiero, del posizionamento critico – contraddice la connotazione apparentemente solo destruens degli interessi dei “piacentini”, come se si addicesse loro l’immagine unidimensionale, lo stereotipo, del “franco tiratore”. Così pure, tra gli altri aspetti caratterizzanti evidenziati dall’autrice, merita di essere sottolineato quello della pratica dell’autogestione, affidata a un senso gratuito dell’operare politico-culturale («dare il meglio per nulla»: p. 279), come esperienza intellettuale collettiva, operazione che rifiuta la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale (p. 280), impegno non disinteressato (e anzi spesso “tendenzioso”), rigoroso, privo di subalternità e complicità con lo «stato di cose».

Da ultimo, un appunto sulla chiusura del testo di Daniela Cremona, che risente evidentemente dell’elaborazione personale delle lezioni della storia da parte di questa generosa militante politica, che fu – come si è potuto constatare – anche un’attenta e valente studiosa. L’autrice esprime, nella riconsiderazione retrospettiva delle vicende e degli esiti di «quaderni piacentini», una constatazione dolorosa, legata a una frustrazione: «la lotta per essere meno infelici risulta quasi sempre fallimentare, avendo tra l’altro richiesto quote a volte spaventose di infelicità aggiuntiva, in nome dell’eccezionalità di tale lotta, che, una volta diradate le nebbie, si vede aver condotto poco lontano da dove si era partiti (e, a volte, nella direzione sbagliata)» (p. 121). La spiegazione che Daniela Cremona dà di questa eterogenesi dei fini sta nel fatto che – rispetto al fatidico binomio «trasformare il mondo e mutare la vita» – non si è, a suo parere, riusciti a mutare il primo, il mondo, perché non si è cambiato la seconda, la nostra vita (o perlomeno «non abbastanza»: p. 288). Ora, senza voler indulgere a facili ottimismi o a repliche fideistiche, e con il rispetto che l’autrice senza dubbio merita, vorrei ricordare una diversa risposta a questo problema, quella che dette Fortini, nel suo articolo per i «quaderni piacentini» su Il dissenso e l’autorità (1968), peraltro citata nel libro (p. 118): «mutamento della vita ossia di se stessi si dà soltanto come trasformazione del mondo o rivoluzione».

Nota: Segnalo al lettore e alla lettrice la preziosa digitalizzazione dell’intera collezione dei «quaderni piacentini» presente nella Biblioteca Gino Bianco della Fondazione Alfred Lewin di Forlì.