Di epica nuova
Paolo Rabissi e Franco Romanò

In occasione dell’apertura del blog «diepicanuova», Paolo Rabissi e Franco Romanò hanno fornito un resoconto della discussione, da loro promossa, intorno all’idea di una «epica nuova». Ne accogliamo il testo nel nostro sito con l’intento di sollecitare attenzione al tema e di promuovere un dibattito aperto a tutti i nostri lettori e collaboratori.

Siamo partiti dalla constatazione dell’esistenza di un “sentimento” dell’epica (dal quale non è immune la nostra stessa produzione poetica) che ci sembra viva dentro di noi come un sottofondo primigenio che per una serie di motivi consideriamo legato all’infanzia del mondo oltre che alla nostra. Ma abbiamo tenuto anche conto, sulla base della nostra esperienza di redattori e direttori di riviste, di quanto ci sembra stia avvenendo nella produzione poetica più recente: una maggiore propensione alla comunicabilità del verso, una disponibilità a superare le sacche dell’individualismo lirico a favore di una maggiore oggettività. In quest’ultimo senso il recupero della Storia ci appare proprio fra le più importanti delle caratteristiche di un’epica nuova. Del resto non mancano esempi da fare, per il secondo Novecento valga fra tutti l’opera di Pagliarani ma nel blog daremo conto di una serie di autori e autrici presentando i loro testi accompagnati da nostre note critiche. E presenteremo anche autori stranieri, di paesi non lontani da noi nei quali la poesia epica gode di ottima salute.

La riflessione sull’epica tradizionale e la presentazione di questi autori ci ha portati dunque a tentare di dare una prima, sicuramente incompleta, definizione di epica nuova.

Il poeta che oggi legittima ai propri occhi, magari inconsapevolmente, il sentimento dell’epica, quanto meno conserva dell’epica tradizionale nei suoi versi il registro più oggettivo e più narrativo, che non è per sé prosa ma che sicuramente si sottrae all’oscurità ricercata dei significanti e ai crucci individuali esistenziali e identitari magari autoironici. Piuttosto questo poeta sceglie contenuti che abbiano radice nella Storia, quella individuale certo ma anche collettiva. Vogliamo dire che se c’è un retroterra che può distinguere un percorso epico in poesia oggi esso non può che essere un forte senso della Storia.

In questa Storia mancano sicuramente eroi ed eroine, guerrieri e guerriere. Non si tratta degli antieroi che sono stati protagonisti di una certa letteratura di primo Novecento perché costoro si definiscono sempre solo in quanto individui, anche se nei grandi autori assurgono a tipologie universali. Sono i soggetti sociali e politici forti ad essere al centro del nostro discorso. Soggetti portatori di forme nuove di vita, cultura e identità che non rinunciano al conflitto ma che nulla vogliono avere a spartire con le guerre e gli eroi del passato, per questo ci sembra di poter dire che un’epica nuova non potrà essere guerresca e/o legata ad assoluti fideistici, anche perché la qualità eroica si è diluita e distribuita dentro i soggetti collettivi, fino a scomparire nella sua accezione tradizionale individualistica.

Proviamo ora ad articolare qualcuno dei temi che, nelle nostre conversazioni in preparazione del blog, si sono imposti alla nostra attenzione (per una più completa disamina rimandiamo al blog).

Nel rapporto d’amore lo scontro tra eros e thanatos è dovuto alla competitività che si scatena quando la donna non accetta più i ruoli che la cultura patriarcale prettamente maschile le ha imposto spacciandola per naturale se non addirittura di origine divina. Il conflitto, quando esplode, è devastante e mette in crisi l’identità maschile. Esso può risolversi nel momento del riconoscimento (occorrerebbe dire ‘reciproco’: qui il femminismo non dice molto se non con posizioni così radicali che finiscono col lasciarsi alle spalle la maggior parte delle donne, come sempre succede tra avanguardie e massa) della differenza e della autonomia della donna e dell’uomo, il che non comporta di fatto la famiglia o l’unione fissa perché l’asimmetria della condizione femminile attraversa tappe imprevedibili e non programmabili in buona fede nel percorso di un’appropriazione più o meno stabile della propria identità: la rivoluzione dei costumi apre all’emancipazionismo ma lascia interamente aperta la questione della liberazione della donna che non può avvenire senza una contemporanea presa di coscienza dell’uomo, senza cioè la critica delle leggi patriarcali che hanno dominato una storia millenaria. Quando ciò non avviene, e perlopiù ancora non avviene, succede anche che il maschio rischi di rimettere la propria ricerca nelle mani della donna che sente più agguerrita, salvo poi imbestiarsi nella violenza omicida a causa del vuoto identitario nel quale può ritrovarsi: soprattutto se persino il baluardo estremo della sua identità, cioè il posto di lavoro, viene meno. La messa a tema della relazione tra uomo e donna, frutto del femminismo dalla fine Ottocento a oggi, segna la nostra epoca in maniera irreversibile. Eros e thanatos si accampano dentro un conflitto che mette in discussione una intera civiltà. Cosa può dire in proposito oggi un’epica nuova?

Ottocento e Novecento sono peraltro segnati dal conflitto tra operai e capitale e non occorre scomodare la lotta di classe per rendersene conto. A destra ovviamente si preferisce definire quel conflitto come l’eterno scontro tra ricchi e potenti da una parte e i poveri dall’altra. Non le si può dare torto. Dopo circa due secoli di scontro tra due dei soggetti storici più eminenti, il padronato e la classe operaia, a conti fatti siamo tornati al punto di partenza. La fine del comunismo e del socialismo ha riportato lo scontro alle origini: ridotta al silenzio, anche se non scomparsa, la classe operaia, di classi ne è rimasta una sola, in una versione quasi medievale perché ci troviamo di fronte a una aristocrazia, quella finanziaria, che al momento sembra essere l’unica potenza realmente capace di distruggere se stessa e la civiltà occidentale. Fordismo e Welfare, l’uno con il comando tirannico di forme di produzione rigidamente legate alla catena di montaggio, l’altro simbolo delle lotte operaie che a quella tirannia hanno imposto aggiustamenti civili di sopravvivenza, hanno dato nome a una civiltà che oggi appare un sogno irripetibile ai più. La capacità operaia di tradurre in conquiste di civiltà democratica l’impegno generoso nel conflitto da una parte e dall’altra la illuminata azione di qualche imprenditore come Adriano Olivetti o Enrico Mattei hanno fatto la storia di questo scontro nel Novecento: il meglio di questa storia deve essere ancora scritto. Può farsene carico a suo modo anche una poesia di epica nuova?

Intere generazioni in questo scontro hanno abbandonato legami e rotto vincoli secolari scavalcando le Alpi e l’oceano in cerca di lavoro, sono state un soggetto importante e decisivo tanto quanto silenzioso: la narrativa ha risarcito questo silenzio. E la poesia?

La seconda metà del secolo ha assistito a trasformazioni epocali. Basterebbe pensare ai milioni di persone che hanno abbandonato le campagne per indirizzarsi nelle città: negli anni cinquanta quasi il cinquanta per cento del reddito nazionale proveniva dall’agricoltura, oggi è ridotto al sei, sette per cento. Ma nulla è paragonabile alle trasformazioni tecnologiche che sono sotto gli occhi di tutti. Lo spazio planetario accorciato, lo spazio terrestre quasi annullato. Lavoro manuale e lavoro intellettuale, tecnologia e scienza, hanno modificato i nostri sensi, la percezione della materia e degli oggetti e dunque la stessa percezione estetica, lo sguardo sul mondo (bisogna risalire a Pagliarani, con le sue incursioni nella meccanica quantistica, per rintracciare nella poesia un’apertura verso le scienze fisiche). Ridotto la Natura nella coscienza collettiva a parchi di divertimento, a fonte d’imbarazzo lirico con i suoi tramonti, il mare, la campagna… Hanno allargato la coscienza, aperto nuove strade nella relazione tra l’io e il noi. Senza scordare i conflitti ereditati dalla società fordista lungi dallo scomparire del tutto, una cultura nuova attrae masse e genera conflitti nuovi contro chi vuole farne dominio riservato. Un altro scontro epico nel nostro orizzonte nell’ala Ovest del pianeta. Altrove, nell’ala Est, lo scontro per il momento sposta ancora milioni di persone dalle campagne nelle città, dai paesi impestati dalle tirannie, dai deserti creati dai falsi progressi. Quasi uno scenario tradizionale per l’epica nuova.

Abbiamo articolato questo discorso nelle quattro sezioni del blog. Nel primo presentiamo gli autori che ci sembrano emblematici di un discorso possibile sulle forme possibili dell’epica nuova (per ora: Pavese, Sereni, Walcott). Nel secondo, intitolato Multiverso, ragioniamo appunto su forme e contenuti di un’epica nuova. Nel terzo, intitolato Coralia, definiamo il contesto storico della poesia del secondo Novecento. Nel quarto, Contemporanea, cominciamo a presentare autori e autrici che ci sembrano rispondere ai caratteri di un’epica nuova (per ora: Pagliarani, l’americana Karen Hesse, Jolanda Insana).

A noi sembra che la tradizione della poesia epica si stia rinnovando anche per via di quella che chiamiamo comunemente globalizzazione: un sommovimento di popoli e culture che agita il pianeta come in altre epoche è avvenuto.

Conosciamo, ci sembra, i limiti e i rischi di un discorso del genere ma potrebbe anche essere occasione per comprendere quanto sta avvenendo nella poesia contemporanea.