Versioni di me medesimo

Alessandro Niero, Versioni di me medesimo, Massa, Transeuropa, 2014.

Un mondo di sfuggenti ossessioni e di sottili conforti si affaccia da questa raccolta di versi, la terza data alle stampe da Alessandro Niero dopo Il cuoio della voce (Voland, 2004) e il misto di prosa e poesia di A.B.C. Chievo (Passigli, 2013). Come nel Paterson di Jim Jarmusch, un uomo non si sottrae a nessuna delle sue più ordinarie incombenze: entra nei negozi e negli istituti, lascia la figlia a scuola o fa il turista, si sposta in treno o fa rifornimento di benzina. Il suo orecchio è sempre attento alla risacca del quotidiano, a cavare poesia dalle sue pieghe più inaspettate, intrecciandole con i suoi propri assilli. Quello sul tempo, innanzitutto: le sue sospensioni, gli stratagemmi opposti al suo trascorrere, il suo dilatarsi nell’atto della lettura (la pagina di libro intrattiene infatti una relazione assai stretta col tempo).

Lungo tutta una sezione, quella che apre il volume («Il signor Czarny»), l’autore affida a un servizievole alter-ego, germinato dal proprio cognome, il compito di spalleggiarlo. Niero lascia che sia Czarny a fare i conti con i sentimenti ingombranti, le inadempienze, le ambiguità irrisolte; chiede a lui di rintuzzare la boa del tempo, di inabissarsi a scrutinare i compagni di viaggio; di flagellarsi per la mancata sincronia con la realtà o di depositare in sua vece il correttore dell’ironia. L’autoritratto di Niero si sfrangia così nei cento rivoli delle pose di Czarny, mostrato intento a tutelarsi dagli assalti del vivere quotidiano (il byt), transitandolo verso le sue inquiete pacificazioni.

L’ascolto necessita di una distanza di sicurezza, che è soprattutto interiore. Come nel Cielo sopra Berlino di Wim Wenders, i brandelli di conversazioni in cui si frantuma il bisbiglìo del mondo sono raccolti e ritessuti secondo gli imperativi dell’eloquio recondito, in un processo di incessante riconsiderazione. Detriti per la maggior parte di noi inservibili diventano materiali di pregio per le sue impalcature verbali, chiamate a sostanziare le riflessioni in versi: il lessico di Niero abbraccia così falde insolite della lingua, provenienti dai territori più dimessi del quotidiano come dagli orizzonti dei suoi studi di slavista.

La ridislocazione impropria di frammenti culturali “altri” genera effetti stranianti, che aspirano a dilatare il tessuto della lingua poetica italiana. Come quando, al ritorno da Mosca, l’avviso che precede il chiudersi delle porte della metropolitana («ostorožno, dveri zakryvajutsja», p. 35) si infigge nel paesaggio lagunare e vi si propaga, amplificato dall’altoparlante interiore. O quando le piroette verbali infantili, racchiuse nello scrigno delle Poesie per Beatrísa Aleksándrovna, rifluiscono nel discorso poetico del padre alla stregua di vere e proprie rivelazioni.

La lingua sobria e sapida del poeta è vivida di inezie ferroviarie: suo scomparto d’elezione, quello che si ritaglia tra vagone, rotaia e paesaggio intravisto dal finestrino. La faglia spazio-temporale che si genera nell’arco della percorrenza è tutt’altro che claustrofobica: epitomizzato dentro il Regionale, irrompe dalle scalette lo spettacolo del mondo, con le parole e le immagini che si affollano dai corridoi e dai sedili.

Ogni tanto succede che una rima (o una rima al mezzo, ma anche una quasi rima, o meglio ancora un’assonanza) si carichi addosso il corpo di un’intera lirica, giustificando lo sprigionarsi della sua vita cartacea. Un paio di novenari schioccano a sigillare uno dei dialoghi con Czarny («sposare il moto dei vagoni / seguire un battito di mani», p. 12). Una progressione inesorabile di bisillabi in combutta con secchi, non obsoleti enjambements prepara la chiusa che risolve il rebus del Promemoria del signor Czarny: «Eccola: / come non mai descritta prima, seme / di crescita e potenza oppure mera / esposizione alle intemperie, ma / comunque necessaria sete e a te/ perenne invito; lei, bisillabo / calpesto: vita. Vita». Con una risonanza tanto perentoria, nella sua coda, da rimbalzare in epigrafe a una poesia successiva (Il «byt» del signor Czarny).

Presenze più o meno cifrate tra i versi, o padroni delle epigrafi, i poeti più prossimi all’universo di Niero: Montale e Brodskij, Magrelli e Miɫosz, Larkin e Baudelaire. La voce dell’autore delle liriche si specchia in quella empatica del traduttore: a chiudere la raccolta è una manciata di versioni di poeti russi, che vanno dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri. Le poesie trascelte dal paniere di traduttore gettano umbratili squarci sui versi scritti in proprio. E viceversa. L’osmosi tra il poeta e il traduttore fa sì che sia possibile trascinare pezzi da una scacchiera all’altra, facendo stillare le stesse suggestioni, operando scelte che dialogano tra di loro. Come attesta ad esempio il risalto dell’“anzitempo” in Fet e in Czarny, la consistenza petrosa dei momenti in cui la ferialità e l’anima si toccano, tanto in Achmatova quanto in Niero, o l’impatto della neve sui contorni degli eventi.

Da una pagina all’altra, assistiamo al vivo accapigliarsi della voce schietta e istintiva del poeta con quella rigorosa, esigente dello studioso. Nell’ansia di lasciare un qualche segno, riscrivendo il mondo con parole che fermino la visione meglio e più intensamente di ogni fotografia. Col sarcasmo che sempre si affretta a intervenire per imboccare «la traiettoria del non prendersi sul serio / del tutto». E a un passo dalla libertà piena.