Sul discorso di João Pedro Stédile

Nell’intervento di João Pedro Stédile al recente Incontro Nazionale del MST sono chiaramente espresse alcune verità, ormai evidenti a chiunque non tema di aprire gli occhi: in primo luogo, la connessione fra le lotte nel campo dell’agricoltura – oggi direttamente dominata dal capitale – e la necessaria resistenza, da parte del lavoro in ogni suo settore (incluso quello dei “lavoratori della conoscenza”) contro il  dominio esercitato dallo stesso capitale nelle forme attuali. L’agribusiness si vale dei medesimi meccanismi – a partire dal sistema dei brevetti – utilizzati dalle imprese  transnazionali nel campo della produzione scientifica e culturale. Il collegamento oggettivo può essere la base della riunificazione del lavoro, attualmente frantumato. Non solo, ma il riferimento all’agricoltura trasforma la mozione ecologista (per la salvezza della vita sul pianeta) da velleità moralistica in contenuto concreto della lotta di classe.
Leggiamo l’invito di Stédile per “… Una riforma agraria che si preoccupa, in primo luogo, di produrre alimenti, cibo salubre. Una riforma agraria che ha l’obiettivo di preservare i semi naturali in quanto eredità del nostro popolo. Una riforma agraria che sia combinata necessariamente con la scolarizzazione e l’educazione, affinché tutti i contadini, giovani ed adulti, possano avere accesso alla conoscenza scientifica.” È il richiamo  a un’ipotesi di socialismo, radicale come quella che era stata dei Kibbutz ma esente dalla contraddizione interna (il nazionalismo, il disprezzo per un altro popolo) che finì per annientare quel magnifico progetto.
Nella presente contingenza, quando sembra esaurita la fantasia creatrice dell’opposizione, è forse il caso di cominciare a recuperare i contenuti di quelle ipotesi del passato per tentare vie realmente nuove (escluso il vacuo “cambiamento”). È quanto ci suggeriscono i contadini brasiliani.