Su Residenza fittizia
di Alessandro Niero
Raffaella Poldelmengo

Alessandro Niero, Residenza fittizia, Milano, Marcos y Marcos, 2019.

Residenza fittizia, l’ultimo libro di Alessandro Niero, ci avverte fin dal titolo che vi si ha a che fare con una prima e importante sparizione: il residente, cioè il soggetto, è registrato ma in realtà abita da un’altra parte. In effetti, un soggetto non c’è, qui c’è invece un «essere» che anche quando assume il pronome “io” corrisponde soltanto a un vedere che registra, in forma di racconto sghembo, ciò che resta di uno o più orizzonti terrestri quando è passato lo tsunami di un linguaggio che scarnificando e martellando sillabe e grumi consonantici riduce il reale al suo scheletro minerale, come alla sua radiografia ai raggi X (esemplare a questo proposito la seconda sezione del volume: Ritratti e autoscatti). Segno meno (prima sezione dell’opera) ben si ricollega al primo libro di Niero (Tendente a 1, ed. Colpo di Fulmine, 1996), che ci immetteva nel regno della ragione matematica: ma in Residenza fittizia di quel regno vogliono ora essere «annusate» – è il caso di dirlo – le possibili venature metafisiche.

A un primo sguardo sembrerebbe che si tratti di movimenti opposti, lo slancio proprio di chi anela all’integrità dell’essere, e forse all’unità, nel primo libro; l’incessante lavorio del sottrarre, fino a perdersi, nel recente. Ma, a ben guardare, si tratta del medesimo movimento, una sorta di sistole e diastole dell’essere che – anche a nome di altri – dubita profondamente della propria densità esistenziale, colta quasi solamente nel momento in cui le persone, le cose, le situazioni, l’altro da sé, insomma, fanno barriera diventando spesso non tanto ostacolo quanto, al contrario, limite salvifico. In Residenza fittizia – in particolare, appunto, nella sezione Segno meno, segno che è «un solitario fil di lama orizzontale» – si allude a una sorta di viaggio durante il quale l’orizzontalità piana della vita di tutti i giorni (gente che va, cammina, corre su strade, autobus e treni, in parallelo con nuvole, basse anche quelle) viene guardata con occhio da entomologo, con una lente di ingrandimento che privilegia i piani bassi, la polvere, la pioggia sul selciato, la neve, la melma, il fango: l’opacità calma e dolente del mondo che si dà immediatamente a vedere. Dietro questo originalissimo sguardo noi lettori guardiamo, sempre coscienti che di “uno” sguardo si tratta, individuale e particolare, un individuale e particolare che non aspira, anzi, rifiuta coscientemente di farsi universale, grazie all’uso sapiente di un linguaggio straniante e personalissimo con il quale l’identificazione è in un primo momento perigliosa. E infatti, pur essendo le esperienze cui il poeta dà atto nei suoi testi assolutamente feriali e comuni a noi tutti, lo sguardo del poeta che si affida alle staffilate dei grumi consonantici, delle allitterazioni, delle rime interne, delle ripetizioni, della creazione di nuove sonorità, sfalcia il quadro trasformandolo in una sorta di scultura sonora, o distorsione ottica in cui i normali profili delle cose e delle situazioni si sono alterati e destrutturati proprio come nei quadri di Bacon. O nelle sculture di Giacometti.

Eppure il lettore vi trova una verità. E infatti le “cose”, “le situazioni”, inizialmente descritte secondo una sorta di geometria non euclidea, cioè per punti non immediatamente rappresentabili, svelano una verità condivisa che si dà a vedere solo nella parte finale dei testi, là dove l’uso costante del principio di contraddizione – non solo negare ciò che si è appena affermato, ma soprattutto far convivere opposti a cui si attribuisce uguale densità ontologica – dà origine a quel brillio metafisico in cui il lettore intravede, per un attimo, non tanto un’essenza quanto un senso, garantito dall’azione piuttosto che da un’entità nascosta. Spesso è la volatilità dell’essere e al contempo il suo resistere anche se momentaneo; ed è, altresì, il progressivo lavorio del tempo che perde, elimina, taglia, scava a favore di un’essenzialità scarnissima, ma infine piena di pace e nitidezza. La realtà insomma, sotto l’urto delle sonorità desuete e potenti proprie del poeta, si dà a vedere per quel che può essere, sostanza vitale che deborda con il suo lussureggiare di fluidi e liquidi (e liquami), e che ininterrottamente tende alla sostanza minerale, quella che vira al grigio e al terra-terra, regno quasi notturno e saturnale di cui l’io del poeta, come Orfeo, cerca conforto e ragioni al pari del cane in cerca di tartufi (vedi a questo proposito La vita sfusa). Un mondo orizzontale, quindi, proprio come il segno meno che lo caratterizza, proprio come lo sguardo del poeta che, ignorando la verticalità (pur nominata talvolta sotto forma di «rete celeste / che ingriglia di senso / lo sparso semenzaio delle cose», Senso della domenica), non stabilisce gerarchie, non giudica, non pone regole di nessun tipo. Dove il lettore avverte una sotterranea benevolenza fiorire dal «selciato», benevolenza che si configura come accettazione e condivisione di un comune destino di cui tutti, assieme al poeta, siamo attori, a volte stonati a volte svogliati, ma pur sempre presenti.

Sguardo terrestre, questo del poeta, e sguardo a modo suo “democratico”, che osserva e vede ciò che gli è dato vedere attraverso il filtro del proprio linguaggio, che non pone gerarchie tra alto – che non c’è – e il basso su cui si posano i piedi: prova ne sia non solo l’accostamento tra termini letterari e preziosi e termini usuali (e a volte pure triviali), ma soprattutto il coesistere, sullo stesso piano basso, di realtà alte come la ricerca del senso ultimo e la quotidianità più insignificante: emblematiche, in questo senso, Un manico di scopa e Rigovernare.

Le cinque tappe in cui attraverso questo testo si realizza il “viaggio” del poeta danno ragione, al contempo opponendovisi, dell’esergo iniziale: «se ti togliamo ciò che non è tuo / non ti rimane niente» (da Milo De Angelis). Se nella prima sezione (Segno meno), infatti, il poeta si guarda intorno annotando ciò che nella vita di tutti i giorni si è perduto, si è tolto, si è tagliato, si è spostato, si è eliminato, anche a favore di una sostanziale nitidezza, nella seconda (Fotografie e autoscatti) sono i compagni di viaggio a presentare il conto delle proprie e altrui perdite, mentre nella terza (Note di transito) – la sezione più completa – sono i luoghi di passaggio, le azioni momentanee, i pensieri vagabondi a rendere conto dell’ineliminabile entropia del reale e della sua accettazione da parte del poeta, che ne intuisce anche i benefici. E infatti «la vita rasoterra ha un suo perché», dice il poeta in La vita rasoterra. E dice pure «anch’io assottiglio la mia traccia» (5B) e, soprattutto, in Je suis là, rimarca «Quell’ora senza nome e senza tono / dove però io sono»: nudo, magro, senza peso, ma pur presente, anche se per un attimo, proprio come le particelle subatomiche. Nella quarta tappa del viaggio (Nove pensieri per Bea) il poeta incontra gli affetti nella figura della figlia, che obbliga il padre a guardare e guardarsi, a vedere il futuro e coglierne i tratti di perdita e opacità, mentre nella quinta sezione (Ghèl) il viaggio giunge alla sua fine e al suo fine. Cioè al sospirato traguardo: la terra nella sua totale alterità e autorevolezza, che si mostra all’occhio che guarda, guarda, guarda e niente chiede se non di guardare.

Da questo silenzioso guardare nasce anche per noi quel vedere che dà ragione del mondo, questo mondo disteso ed in pace dove dominano i colori e la quiete delle rocce, delle montagne, dei sentieri, degli alberi, e soprattutto della neve (si veda tutto il ciclo Storie del bianco), la quale va e viene secondo regole non prevedibili eppure meravigliose (nel senso che sempre desta meraviglia e stupore. perché si sa che la neve può anche «dare buca», Beznež’e). In questo immenso quadro magico, materno, primordiale, il poeta «stecco ambulante», «smarrisce», forse gioiosamente, «i lineamenti», proprio come succede ai colori ocra e verde, e sa che, oltre il monte, c’è – finalmente? – qualcosa che lo aspetta, forse una nudità piena di pace e significato. Forse la nudità del non detto.