Scipio Slataper: un mosaico di prospettive

«Voglio morire alla sommità della mia vita». Atti delle iniziative per i cento anni dalla morte di Scipio Slataper, a cura di Lorenzo Tommasini e Luca Zorzenon, Centro Studi Scipio Slataper, Trieste 2016, pp. 256.

Passeggiando per Trieste le tracce slataperiane non sono evidenti come quelle legate a Saba, Svevo e Joyce – i tre letterati eletti a numi tutelari del capoluogo giuliano cui sono dedicate tre fotografatissime statue. Il suo ruolo di scrittore non è neppure sottolineato nella strada a lui dedicata, dove viene rubricato come “volontario triestino”. Eppure, «Slataper è l’anima di Trieste», come sostiene Claudio Magris in Microcosmi con una sintesi brillante. Che subito dopo si rivela però ingarbugliata se non addirittura contraddittoria, appunto, come l’anima della città che ha in questo autore un cantore formidabile.

Sulle pagine della «Voce», nelle Lettere triestine, Slataper stese lo sfondo polemico su cui si affrescherà tutta la cultura triestina ben oltre la sua morte. Nelle prose liriche del Mio Carso registrò più di cento anni fa peculiari modi di sentire e comportarsi che ancora oggi chi visita Trieste riconoscerà nei suoi abitanti. Nelle corrispondenze con intellettuali e amici analizzò con lucidità e lungimiranza la situazione geopolitica della Venezia Giulia e della sponda orientale dell’Adriatico. Una pallottola sul monte Podgora, nel dicembre del 1915, privò le terre giuliane del loro cantore più vitale, acuto e appassionato.

Per ampliare la conoscenza di questo autore così significativo seppur spesso sottovalutato è nato nel 2013 il Centro Studi Scipio Slataper, di cui recensiamo qui la prima fatica editoriale, curata da Lorenzo Tommasini e Luca Zorzenon: «Voglio morire alla sommità della mia vita». Atti delle iniziative per i cento anni dalla morte di Scipio Slataper, un volume composto da tre sezioni, ciascuna contraddistinta da un approccio differente. La prima raccoglie gli interventi del convegno del 3-4 dicembre 2015 svoltosi a Trieste e Gorizia nel centenario dalla morte; la seconda riporta incontri con gli studenti e percorsi didattici slataperiani svolti nel Polo liceale goriziano; la terza, infine, raccoglie gli interventi pubblicati nel numero di dicembre 2015 del «Ponte rosso», periodico triestino di arte e cultura, dedicato interamente alla figura di Slataper.

Prima di osservare più nel dettaglio i contributi, va sottolineata proprio la triplice natura dei contenuti. Gli articoli provenienti dal «Ponte rosso» hanno un carattere più introduttivo, e permettono anche ai non addetti ai lavori di conoscere il pensiero e le scelte dell’autore triestino. La sezione dedicata agli incontri con gli studenti e ai percorsi didattici interdisciplinari presenta concreti esempi di lavori svolti in aula, tra letteratura, storia, storia dell’arte, scienze della Terra – nonché testimonianze scritte di proprio pugno da alcuni studenti. Gli atti del convegno che costituiscono la prima sezione sono esattamente ciò che ci si aspetta: approfondimenti e ricerche originali intorno all’autore.

Si può dunque esplorare questo volume in più modi: come semplici curiosi, cominciando dalla terza parte e scegliendo poi cosa approfondire; da insegnanti alla ricerca di spunti, si può partire dalla seconda; come addetti ai lavori si può partire dagli atti del convegno o, ancora, da eclettici si può saltare tra gli interventi in diverse sezioni, mantenendo l’attenzione su un tema specifico: la cultura di Slataper, gli autori che lo hanno ispirato, la sua analisi del contesto storico-politico e così via. Uno strumento prezioso anche fuori dalle mani degli specialisti, dunque, utile per aumentare presso il grande pubblico la conoscenza della figura e delle opere di questo acuto intellettuale triestino.

Proviamo dunque a osservare alcuni contributi presenti attraverso traiettorie oblique. Partiamo dal suggerimento del nipote di Scipio, Aurelio Slataper: si nota un grande salto tra le posizioni dello studente vociano lontano dagli irredentisti e quelle del giovane adulto che si arruola nell’esercito italiano, salto che va indagato per tentare una lettura d’insieme della figura di Slataper. Come dare conto di questo cambiamento? Gli Scritti politici curati da Giani Stuparich nel 1925 propongono un’immagine filtrata dall’amicizia personale e dal momento storico, e la biografia di Anco Marzio Mutterle, del 1965, procede principalmente con gli strumenti della critica letteraria. Sarebbe più opportuno, oggi, agire invece in una prospettiva storiografica.

Vari interventi nel volume si avvicinano alla questione. Possiamo leggere il pensiero di Fulvio Senardi sul tema in due contributi: in quello per gli studenti goriziani, da loro stessi sintetizzato (I giuliani della «Voce» tra irredentismo e nazionalismo, dove vengono mappate le posizioni fino all’entrata in guerra dell’Italia) e in quello per il convegno, Slataper, dall’irredentismo culturale all’imperialismo adriatico, dove si individuano come cause delle mutate opinioni l’esperienza in terra tedesca di Scipio e la sua seguente simpatia per il gruppo nazional liberale italiano. Più attento alle motivazioni umane dietro alla svolta è Lorenzo Tommasini in Slataper tra irredentismo e nazionalismo (da «Il Ponte rosso»); un’attenta analisi della posizione politica si trova invece nel testo Fenomenologia dell’Irredentismo di Luca G. Manenti. Di sfondo, o come introduzione, il chiaro intervento di Romano Luperini presso il Polo liceale goriziano, Gli intellettuali e la Grande guerra: l’esempio di Slataper.

Ma ci sono altri percorsi interessanti. Sul momento vociano e le sue conseguenze per l’autore riflettono nella terza parte Cristina Benussi (Scipio Slataper e «La Voce»: una collaborazione fruttuosa) e Walter Chiereghin (Anatomia della città «irredenta»). A cavallo tra le presentazioni e il convegno, due testi di Lorenzo Tommasini riprendono i fili che uniscono Slataper a Hebbel; in particolare, quello nella terza sezione, dedicato alle influenze del letterato tedesco sulle fiabe slataperiane, apre interessanti piste sulle motivazioni che spingono l’autore giuliano a sperimentare un genere apparentemente leggero. Motivazioni che vengono ulteriormente chiarite nell’intervento di Luca Zorzenon Cercare una forma, dove non si parla di fiabe ma viene sottolineata la missione educativa che Slataper poneva come compito essenziale per sé in quanto letterato e intellettuale. Chi invece preferisse continuare l’approfondimento letterario, potrà proseguire leggendo i saggi della prima parte dedicati a Hamsun e Ibsen (Note sul naturismo slataperiano: «Il mio Carso» e «Pan» di Hamsun di Roberto Norbedo e Slataper lettore di Ibsen di Alfredo Luzi), oppure confrontando i due testi di Gianni Cimador dedicati agli influssi slataperiani su Biagio Marin («Vedevo solo in lui Sigfrido, il puro folle» nella prima sezione e Il “dramma” della ricomposizione nella terza), oppure ancora seguendo l’attenta ricerca di punti di contatto “fiorentini” tra Slataper e Michelstaedter nell’intervento di Ilvano Caliaro “Persuasioni” a confronto.

Spiace un po’ constatare che il confronto tra Scipio Slataper e Srečko Kosovel, poeta sloveno quasi contemporaneo e a sua volta cantore del Carso, sia solo accennato in un percorso didattico della seconda sezione: uno dei motivi che rendono così attuale il pensiero di Slataper sta proprio nella sua intelligente apertura verso le presenze slovene, da lui mai sminuite né sottovalutate. Ma più di cento anni dopo, le due comunità sono in buona parte ancora caute nell’aprirsi alla conoscenza reciproca, e studi in tal senso, a cavallo tra due lingue e due mondi, sono ancora in buo-na parte a venire.

Ci auguriamo che il Centro Studi Scipio Slataper prosegua nelle proprie ricerche anche in questa auspicabile direzione: il capoluogo giuliano, forse oggi più che mai, ha bisogno di dialogo e confronto con tutte le sue radici (storiche, linguistiche, culturali, antropologiche) per comprendere la propria complessa identità e trovare una visione ampia che possa ispirare il suo futuro. Se un secolo dopo le Lettere Triestine sarebbe oggi ingiusto dire che «Trieste non ha tradizioni di cultura», andrebbe altresì sottolineato che lo stesso terreno nutre due tradizioni tuttora ben distinte, che da una maggiore reciproca conoscenza potrebbero trarre gran giovamento. Un lavoro di riflessione in tal senso che parta dagli specialisti ma capace di arrivare agilmente a studenti e professori sarebbe di grande aiuto.

Al di là dell’indubbio interesse letterario, il pensiero slataperiano, nella sua visione d’insieme prima che nelle sottigliezze argomentative, rappresenta un patrimonio ancora attuale per tutti coloro che si interessano a questo lembo di Mitteleuropa tra Carso e mar Adriatico. Slataper vi trovava un microcosmo dove si riflettevano, con i loro problemi e le loro potenzialità, l’Europa intera e il Mediterraneo. Sarebbe ora di rendere giustizia a questo pensiero anche fuori dagli studi, e magari di tenerlo presente quando ci si occupa di storia, cultura e politica a Trieste e non solo.