Quattro variazioni sul niente
Luca Lenzini

Per Remo, trent’anni dopo
Urbino, novembre 2017

I.

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non sempre invisibili agenti e spie; non chiari ma visibilmente nemici; vi saluta un intellettuale, un letterato, dunque un niente. Dimenticatelo se potete.

Questo è il finale dell’ultimo testo pubblico di Fortini, la Lettera all’assemblea “Per la libertà d’informazione” che si tenne a Milano, al Teatro Franco Parenti, il 7 novembre 1994. Scritta due giorni prima, il 5 novembre, la Lettera fu pubblicata sul «manifesto» il 29 novembre, all’indomani della morte di Fortini.1

Un niente. Dimenticatelo. Un invito alla dimenticanza e un gesto di cancellazione di sé; un decreto, anche, di estinzione di una funzione, di un ruolo diventato socialmente inutile e politicamente irrilevante, tale il sottinteso del congedo: sarebbero queste, dunque, le “ultime parole” di Fortini. E lo sono, di fatto. Ma per chi lesse quel testo nel novembre del 1994, dopo o insieme alla notizia della morte del suo autore, è stato inevitabile contravvenire alla richiesta di dimenticanza, mentre è stato naturale, invece, interpretare quel saluto, più in generale, come una “uscita di scena” carica sì di pathos ed a sfondo tragico, ma carico di una ironia dura ed amara, senza indulgenze, senza perdono verso l’inerzia, l’inadempienza morale e culturale e politica che contrassegnava quel momento storico, per nostra vergogna tutt’altro che esaurito. A monte di quella ironia, c’è una contraddizione, chiaramente espressa nel testo: da una parte una negazione assoluta, con la riduzione a niente del letterato-intellettuale, dall’altra un’aperta rivendicazione, insieme politica ed etica, della necessaria assunzione di responsabilità, nel qui-e-ora, di fronte alla corruzione ed alle manipolazioni del potere, da parte della prima persona, ovvero dell’«ospite ingrato» che lì si congedava, con una ultima frecciata ad uso dei posteri («se potete»). La Lettera in proposito parlava chiaro: occorre, ci diceva, «Pagar di persona, secondo le regole del finto mercato che fingiamo di accettare: ossia dimettersi o costringere altrui alle dimissioni, ritirare o apporre le firme e le qualifiche e il proprio passato, affrontare sulla soglia di casa o di redazione le bastonature fisiche o morali già in scadenza».2

Un’altra contraddizione, naturalmente, era poi quella di chiedere di esser dimenticato in un modo così memorabile; del resto, si ricordi che la cancellazione di sé evocata nella chiusa era preceduta da un eloquente «Sapete chi sono», posto all’inizio della lettera. Insomma tra quel sapete iniziale ed il se potete finale, tra il chi ed il niente si aprono ampi varchi ad una interpretazione che vada oltre la lettera; e soprattutto vi è lo spazio per un giusto, anzi sacrosanto orgoglio. Forse finalmente le stesse qualifiche di “intellettuale” e “letterato” potevano essere pronunciate da Fortini un’ultima volta per essere negate, proprio perché quell’ultima negazione, in realtà, aveva alle spalle una serie quasi infinita di elaborazioni, proposte, appelli e moniti, riflessioni e vertiginose ricognizioni, tali da colmare l’affermazione estrema del niente di significati e implicazioni di ordine storico e sociologico, di vibrazioni etiche, di riverberi utopici. Come dimenticarlo?

II.

Mi pare che meriti attenzione il rapporto tra l’ironia del tardo Fortini e quel “niente” che campeggia nella chiusa del nostro testo, e che ritroviamo così di frequente negli ultimi libri. Quella parola la troviamo, per esempio, nei versi di E vorreste non parlassero, pubblicati nell’estate del 1984 sulla «Linea d’ombra» e poi confluiti nell’Ospite ingrato (seconda edizione, 1985):3

E vorreste non parlassero
i letterati di letteratura
i cattedratici di cattedre
le puttane di affari
di patti gli affaristi
le mamme di mammane
di sindaci i sindacalisti?
Non di vitalizi i vivi
o gli avvizziti di vizi?
Né di squallori le blatte
o di ablativi le scuole?
Ah che la lingua combatte
dove il niente duole.

Non si tratta, qui, di un semplice esercizio linguistico o di una boutade occasionale, bensì di un testo che illustra in modo appropriato e sempre attuale il rapporto tra ironia, il niente e l’oggi. Il dominio dello stereotipo, la routine imposta dalla divisione del lavoro, l’opacità e l’agio procurati dal “benessere”, la tranquilla gestione delle lobbies e dei poteri grandi e piccoli, tutto questo s’iscrive nel presente coprendo il vuoto che tocca all’ironia smascherare, come sempre e ancora una volta. La realtà con i suoi figuranti è di per sé una sotie, una farsa che la lingua, in sofferenza e quasi coatta, istigata dalle leggi dell’apparenza, recita e svela allo stesso tempo.

III.

Ma non si scordino, anche, i versi di Italia 1977-1993, in Composita solvantur: «Hanno portato le tempie / al colpo di martello / la vena all’ago / la mente al niente». Si vede bene qui come il “niente”, nella sua crudezza e violenza, sia l’esito di un processo storico-sociale e non un’istanza metafisica. Si notino le date incorporate nel titolo: dopo il ’77 (che a Fortini sembrò una deriva suo malgrado complice del Niente, di giovanile disperazione più che di meditata opposizione),4 c’è l’omicidio Moro, l’89, le guerre dei Balcani e del Golfo. Il niente ha certamente qualcosa a che fare con tutto questo e con le morti per droga e per violenza, i suicidi e l’autodistruzione nelle tante forme a quel niente votate. Tale è lo sfondo di quegli anni: un niente per così dire storicizzabile proprio nel suo proporsi come approdo finale della Storia, giunta al suo compimento.

C’è sempre qualcuno, anzi ci son molti che si danno da fare per condurre al Niente le esistenze degli uomini, e questo già Fortini lo aveva detto insieme a Brecht5 in Una volta per sempre:

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere.

Ora però, nel novembre ’94, l’accento è diverso, e non solo perché il Niente è anche il punto d’arrivo del “letterato” e dell’intellettuale, condannato all’irrilevanza o ammutolito di fronte allo strapotere dei media e al loro ordine del giorno. O meglio: quelli che guidano al niente, e quelli che si fanno guidare, ci son sempre; ma non sempre «gli oppressi / sono oppressi e tranquilli» e «gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni», come in Traducendo Brecht dice Fortini con una variazione sul Libro di Giobbe e sul suo Manzoni. La Lettera del ’94 parla, ad un certo punto (ed è un punto decisivo), di «oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù»: è in questa dimensione psico-esistenziale che il Niente prende il suo colore epocale. La tranquillità degli oppressori si nutre di queste vaste e torbide correnti, che nel nostro tempo sembrano oltrepassare ogni confine e ristabilire una celata continuità con i demoni inferi del Novecento.

Dunque l’ironia, quale si manifesta nell’ultimo Fortini, implica non solo, e forse non tanto, una polemica, quanto una secessione, un volgere le spalle – non al presente, certamente, bensì ad una intera generazione, i cui esponenti sono divenuti in non piccola parte i pittbull della “pubblica opinione”, intesa nel senso (decisamente legato, appunto, all’azione devastante dei media) in cui ne parlava Max Frisch nel Diario della coscienza: il «consenso di tutti coloro che la pressione sociale ha corrotto».6 Qui, in questa zona oscura di disperazione e accettazione, di menzogna e corruzione, affiora il contenuto del Niente: il rancido, rancoroso Niente Italiano, naturalmente estraneo e indifferente a qualsivoglia forma di emancipazione o mutamento anche quando veste i panni del Progressismo, naturalmente ostile alla nozione stessa di eguaglianza e rivolto astiosamente a negare ogni passato ed ogni futuro degni di essere salvati: una “modernizzazione” che diventa utopia negativa, le cui metastasi afferrano tanto il vissuto dei singoli quanto il corpo sociale. L’ironia fortiniana, intrisa di amarezza eppure combattiva, è insomma la risposta a questa utopia negativa, un modo per non tradire la speranza e per cercare interlocutori differiti, di un altro tempo – un tempo dopo la dimenticanza, oltre il niente. Del resto, nel «dimenticatelo» della Lettera del ’94 si potrebbe leggere anche una indicazione ulteriore, appunto di superamento: il gesto di chi spinge verso un oltre orientato al futuro ma, allo stesso tempo, un oltre situato fuori dalla dimensione letteraria o estetica, in linea con il finale di una stupenda poesia di Paesaggio con serpente, dove si dice: «E chi aprirà i vecchi miei lessici e legga / le carte soffiando la polvere, almeno / abbia un giusto scuotere del capo, il capo alzi, guardi / se la mattina è acuta, esca» (Allora comincerò…).

IV.

Fortini, a ben vedere, ha combattuto per tutta l’esistenza contro il niente. Il «tuo niente» è nell’ultimo verso del primo testo del primo libro poetico di Fortini (E questo è il sonno, in Foglio di via) e proprio quel niente ritorna, mezzo secolo dopo, in Composita solvantur, là dove ci è consegnato il conclusivo «Proteggete le nostre verità». E nella stessa raccolta, nell’Appendice di light verses e imitazioni ritroviamo il niente in una versione, ancora, Da Brecht, che può far da conclusione a questo discorso, come un epitaffio per una militanza lunga tutta una vita e insieme un esempio per le nostre:

Se al vuoto anzi tempo mi volgo
ricolmo rientro dal vuoto.
Quando pratico col niente
torno, il mio compito, a saperlo.

Quando amo, quando sento,
anche mi logoro, lo so.
Ma, più tardi, dentro il gelo
riarderò.

Note

1 Ora in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, p. 1775. Di seguito le citazioni di versi di Fortini sono nella lezione di F. Fortini, Tutte le poesie, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2014.

2 Ibidem.

3 Ora in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, cit., p. 1096.

4 Vedi Le “occupazioni” del settantasette, in F. Fortini, L’ospite ingrato primo e secondo (ora in Saggi ed epigrammi, cit., p. 1088).

5 In Traducendo Brecht.

6 M. Frisch, Diario della coscienza 1967-1971, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 169.