Nietzsche a Wall Street

Daniele Balicco, Nietzsche a Wall Street, Macerata, Quodlibet, 2018.

Scegliendo Nietzsche a Wall Street come titolo per il suo libro, Daniele Balicco attiva una folta serie di rimandi, ovvero espone una genealogia tanto illustre quanto impegnativa. Il primo dei rinvii è esplicitato nell’Introduzione ed è a Lenin in Inghilterra, saggio apparso per firma di Mario Tronti sul n. 1 di «Classe Operaia» (1964); un altro è a Adam Smith a Pechino (Adam Smith in Bejing: Lineages of the Twenty-First Century, 2007) di Giovanni Arrighi, autore al centro di uno dei capitoli più stimolanti del libro. E fin qui, siamo entro una costellazione ben definita, che muove da un orizzonte marxista classico progredendo fin verso le vitali, militanti sponde dell’operaismo italiano: secondo una prospettiva che tuttavia allarga il novero dei riferimenti a intellettuali di varia formazione ma per nulla riducibili, nell’insieme, a posizioni ortodosse o a teorie prescrittive, e tanto meno a un retroterra solo nostrano. Così, ecco che nella sezione «Modelli» troviamo, in ordine, Franco Fortini, Edward W. Said, Fredric Jameson e il citato Arrighi, nessuno dei quali è riportabile a schemi di ordinanza; mentre a livello di pensiero (e di stile) vale per ognuno, si può dire, un tratto o motivo caratterizzante, radicale e dialettico, spiazzante, che Balicco mette a fuoco a partire da Said: il motivo del “contrappunto”, che proviene dall’ambito musicale e che va visto come modello intrinseco allo stesso Nietzsche a Wall Street, al suo modo di declinare le istanze che provengono dalla contemporaneità.

Scrive in proposito Balicco: «non è strano che una passione per una forma musicale come il contrappunto – che è una tecnica che pretende, nell’organizzazione dell’aspetto armonico, la compresenza di linee melodiche indipendenti – si trasformi in un modo possibile di pensare il presente» (p. 102); ed aggiunge che tale forma, trionfante in Domenico Scarlatti e soprattutto in Bach, «ha in realtà espresso, benché protetta nel mondo dell’esperienza musicale, una possibilità reale dell’esistere: la convivenza armonica dell’eterogeneo» (pp. 102-103). Quest’ultima annotazione, così feconda e quasi inusitata per i nostri giorni, rivela con ogni evidenza la dimensione politica del lavoro di Balicco (nonché la sua attualità): lavoro che per quanto si collochi, in senso disciplinare, nel campo delle «scienze della cultura», può a pieno titolo rivendicare l’appartenenza al genere saggistico e dunque a un pensiero mobile, indocile, sconfinante, quale appunto si sviluppa, nel Novecento, nel solco di intellettuali-scrittori come Fortini e Said, a un tempo outcast e sentinelle del futuro, sempre impegnati nell’interpretazione della storia in atto. E quindi politico, in Balicco, è il tentativo di decostruzione del Pensiero Unico, della metamorfica e ingannevole capacità d’imporre ordine del giorno e insieme lessico e sintassi del discorso, in parallelo con l’esercizio della forza militare, monetaria e simbolica (p. 56) da parte di un Potere senza centro ma in apparenza (quello dell’apparenza è appunto il suo regno…) onnipresente. Nemmeno la dimensione etica si sottrae a questa forma di dominio; anzi,tanto più il senso ultimo delle cose (il “così è”, arrogante come un ultimatum) è saturo di cinismo, tanto più esso si mostra accattivante in quanto veicolato innanzitutto attraverso la seduzione estetica; e sotto questo profilo risultano del tutto convincenti, in chiave storica (di storia delle ideologie), le pagine dedicate da Balicco al «surrealismo di massa», che riprendono la diagnosi di Fortini del 1977 calandola dentro un sintetico ed efficace excursus storico novecentesco. Svolta epocale, in effetti, che è la diretta premessa del binomio “postmoderno” a cui è intestato il libro, da una parte Wall Street (ovvero il capitale finanziario o quel che Luciano Gallino definì Finanz-capitalismo), dall’altra Nietzsche – negli stessi anni Settanta sempre Fortini polemizzava con il «Nietzsche di tutti» – ovvero un nichilismo in salsa edonistica, importato d’Oltralpe, che proprio mentre imita il disincanto e l’emancipazione consegna il soggetto “desiderante” all’individualismo e all’alienazione di massa (con buona pace del povero filosofo, così ridotto a misura di un’avvilente capitolazione del pensiero). Sul piano dell’attualità si vedano poi i capitoli dedicati al “made in Italy” (di notevole originalità) ed a La grande Bellezza, che funzionano come verifica e rilancio del discorso condotto altrove sul piano teorico e storico-ideologico, in un percorso svolto con esemplare chiarezza.

«La vita umana è diventata nuda vita, priva di sensi di colpa e di vergogna, esposta senza protezioni culturali al dominio delle pulsioni e alla lotta per la sopravvivenza, di cui guerra e pornografia sono l’alfabeto primario» (p. 64): così, discorrendo di «forma simbolica e verosimiglianza», scrive Balicco, in modo lucido e pregnante ricordandoci l’esito repellente della rinuncia, o meglio della messa al bando di ogni contrappunto, che così bene si concilia con il consumismo e le parole d’ordine impartite dall’alto. Quale sia il luogo dell’arte in questo deserto barocco e vacuo, arcaico e ultramoderno, violento e gaiamente disperato, magari non lo chiederemo a Jep Gambardella; ma quel che più c’importa, è che libri come questo di Balicco ci invitano, con coerenza e passione lungimirante, a recuperare un modo d’essere e di pensare che non smetta d’immaginare strade alternative (cioè un diverso «alfabeto»), dove forse si nascondono i futuri sempre possibili nel presente. In questo senso le lezioni di Fortini, Jameson, Arrighi, Said vanno inquadrate non come portati storici di eresie ribelli, fini a se stesse e sconfitte dai tempi, bensì – appunto in quanto lezioni saggistiche – come strumenti da tenere sempre a portata di mano nella cassetta degli attrezzi; ed è qui che la bella citazione posta sulla soglia del libro di Balicco (Introduzione, p. 9), prelevata da Vittorio Foa (La Gerusalemme rimandata), allude infine e ad un compito non rinviabile, qui e ora e senza più esitazioni: «Non basta più capire le cose nuove che sono successe e che succedono, non basta più aggiornare le conoscenze, occorre qualcosa di più, occorre un diverso modo di pensare, di rapportare la mente alla realtà».