«La mia lunga fedeltà».
Contini e l’Einaudi
Luca Baranelli

Lettere per una nuova cultura. Gianfranco Contini e la casa editrice Einaudi (1937-1989), a cura di M. Villano, Firenze, Edizioni del Galluzzo, 2019.

Se è lecito parafrasare un’affermazione fatta nel 1953 da Pierre Mendès France sull’attività di governo, anche in editoria «publier c’est choisir». A lettura ultimata, questo carteggio pone infatti una prima, ineludibile domanda: che senso culturale ed editoriale ha – su un tema, o un rapporto fra persone e/o aziende – pubblicare tutte le lettere di uno o più archivi? Certo è più facile e semplice stampare tutto, ogni viscere e ogni frattaglia. Ma non sarebbe meglio, anche se più impegnativo, valutare, scegliere e decidere di non pubblicare tutto? Non sempre, com’è noto, la quantità trapassa in qualità. D’altra parte gli archivi, finché esistono, conservano le carte e i documenti per i ricercatori e gli studiosi, che farebbero bene a frequentarli di più.

Comunque sia, la domanda non mi pare fuori luogo, anche perché questo volume di grossa mole, grande formato e capienza di pagina – 586 pp. di lettere, 126 di Regesto, Bibliografia e Indice dei nomi, 75 di Premessa, Introduzione e Nota ai testi –, sebbene stampato con un contributo del Ministero per i beni e le attività culturali, costa 105 euro; e rischia di raggiungere (che non vuol dire essere letto, talora neanche dai recensori) un numero davvero esiguo di persone, i soliti addetti ai lavori – nei giornali, nelle università, nelle case editrici – di un mestiere che va scomparendo o non c’è più. In questo caso, si dirà, il volume fa parte di una collana che si chiama proprio «Carte e carteggi. Gli archivi della Fondazione Franceschini»; e la statura dei corrispondenti, primi fra tutti Gianfranco Contini e Giulio Einaudi, accresce l’appetibilità del libro. Ma una stazza e un prezzo assai minori, senza nulla togliere alla ricostruzione di quel rapporto, sarebbero stati molto più funzionali allo scopo.

Aggiungo che, mentre la plaquette einaudiana di un centinaio di pagine curata da Paolo Di Stefano nel 1990 (Gianfranco Contini, Lettere all’editore. 1945-54) suscitava viva curiosità e voglia di leggere altre lettere oltre alle 37 ivi pubblicate, questa grossa raccolta completa rischia d’ingenerare sazietà e perdita progressiva di attenzione.

L’antefatto del rapporto di Contini con l’Einaudi – durato cinquant’anni nel suo duplice ruolo di direttore di collana e di autore – è documentato da uno dei testi imprescindibili dell’intero carteggio: la lunga lettera inviatagli da Leone Ginzburg il 27 giugno 1938, la seconda del volume. Il ventinovenne Ginzburg scrive al ventiseienne Contini «per incarico del prof. Debenedetti», direttore della Nuova raccolta di classici italiani annotati varata l’anno prima da Einaudi, e gli rimanda una prima stesura dell’introduzione alle Rime di Dante con una serie di «avvertenze» e consigli sia specifici sia generali che ammontano a una lezione di etica editoriale. Chi pubblica libri, argomenta Ginzburg, deve sempre rivolgersi al suo «pubblico-base», in questo caso «quello dei nostri studenti universitari. Questo fatto impone ai nostri collaboratori perspicuità di ragionamento, più forse che d’espressione, e pertinenza di richiami nel chiarire le caratteristiche d’una poetica o d’una mossa stilistica o semplicemente d’una parola» (pp. 5-6). E più avanti:

Gran parte della p. 7 è assai difficile da intendere: si tratta d’un concetto forse un po’ complicato, ma tanto maggiore dovrebb’essere, allora, la perspicuità con cui è avvicinato al lettore. Il romanticismo, la sacra rappresentazione, le chansons de geste, Mallarmé, Gide, Cocteau si accavallano, non solo nella pagina, ma nella fantasia del nostro studente di lettere, che probabilmente non conosce nulla di tutto questo, o nella migliore ipotesi assai poco: sicché i riferimenti gli sono di scarso aiuto. Perché non tentare di dire le stesse cose con più rispetto dell’ignoranza di quel lettore-tipo, e cioè con assai meno erudizione? Comunque, la parte “elegante” dei riferimenti va certo abolita. (p. 7)

E infine:

Nelle ultime pagine, ma particolarmente dalla seconda metà di p. 12 fino in fondo, la rapidità dell’esposizione (e perciò, inevitabilmente, la sua frammentarietà) si fa sempre maggiore: il parlare riposato della prima parte dell’introduzione si trasforma qui in un panorama accennato con pochi tratti. Non potrebbe Lei togliere l’acceleratore, in quest’ultimo atto del Suo viaggio introduttivo?

Queste osservazioni Le diranno la cura con cui è letto ed esaminato il Suo lavoro, sia dal direttore della Nuova Raccolta che dall’ufficio di redazione, e l’importanza che attribuiamo a questo volume, col quale intendiamo aprire la collezione. (p. 9)

Nel dopoguerra i rapporti con Contini vengono ripresi da Cesare Pavese, Massimo Mila, Paolo Serini, Carlo Muscetta (che il 14 giugno 1949 gli propone un commento della Divina commedia per la Nuova raccolta); e poi da Giulio Bollati.

Ma dal 1945 in avanti il coprotagonista del carteggio sarà Giulio Einaudi. È senza dubbio lui l’unico interlocutore paritario di Contini, il solo che gli dà e riceve del tu, e che spesso si rivolge a lui scrivendo «Carissimo». Il fatto che siano nati a distanza di due giorni, nel gennaio 1912, accresce la confidenza (Contini dedicherà a Einaudi anche due ottave di ringraziamento per un dono natalizio). Quando Einaudi, il 16 ottobre 1952, propone a Contini di dirigere la NRCIA, Santorre Debenedetti (primo direttore della collana) è morto da quattro anni e i titoli in catalogo sono solo tre: le Rime di Dante, La Città del Sole di Campanella e Il Decameron di Boccaccio, mentre La cena de le ceneri di Bruno, già affidata a Giovanni Aquilecchia, uscirà nel 1955. Contini risponde a giro di posta che la proposta gli interessa molto. A metà dicembre incontra Bollati, che il 15 gennaio 1953 gli scrive di aver «riferito a Einaudi del nostro colloquio torinese»: Einaudi, scrive Bollati, «si preoccupa che la proporzione risulti comunque a vantaggio degli autori massimi e medio-massimi (due su tre), ma su questo punto mi sono sentito autorizzato a tranquillizzarlo»: segno evidente che Einaudi paventava predilezioni e scelte di Contini troppo eccentriche e peregrine.

Poco dopo il suo trasferimento a Firenze, il 28 febbraio 1953 Contini scrive a Einaudi una lunga lettera (pp. 74-84) in cui enuncia con grande chiarezza il programma dettagliato, il carattere e i criteri della collana e comincia a indicare possibili curatori: Dante, Vita nuova (Domenico De Robertis) e Commedia, per la quale non ha «nessuna idea precisa circa il possibile commentatore», Canzoniere di Petrarca (Gianni Miniati), Gerusalemme liberata (per cui fa il nome di Ezio Raimondi), le poesie di Foscolo (Giuseppe De Robertis), di Carducci e di Pascoli, I promessi sposi (da affidare a Giovanni Nencioni), le Dicerie sacre e la Strage degli innocenti di Marino (per la cui cura indica un suo «ottimo allievo cappuccino, […] il padre Giovanni Pozzi»). Come si vede, gli autori proposti sono tutti «massimi e medio-massimi». La lettera si conclude con un invito e un auspicio lodevoli e lungimiranti che riguardano i curatori:

Un gruppetto da attivare è quello dei normalisti della classe di Bollati: almeno Ponchiroli, Blasucci e il più giovane (ma dinamico) Citati mi paiono passibili di speranza […]. Ma il mio ideale, reso ogni onore agli anziani, sarebbe di poter lanciare dei (relativamente) giovani, che in questa palestra mostrassero di poter far le prove di ben altra carriera; e intanto operassero con quel mordente che si viene sedando dopo un congruo numero di lustri. (p. 84)

L’ottimo programma e i buoni propositi di entrambe le parti non riusciranno tuttavia a rimettere in moto la Nuova raccolta. Lo testimoniano due lettere davvero cruciali del 1957. Il 6 maggio Einaudi scrive a Contini manifestando le sue «vive preoccupazioni» per la totale mancanza di notizie da parte di chi si è impegnato a curare i volumi della collana, e del suo stesso direttore: «Pubblicare a due anni di distanza dalla Cena delle Ceneri un altro titolo, come quello del Marino, d’interesse limitato e marginale, significherebbe seppellire definitivamente la collana, almeno agli occhi di quel pubblico, non strettamente specializzato, cui la collana si rivolge». Einaudi vorrebbe pubblicare opere «maggiori» già programmate, come le poesie di Foscolo e Carducci, I promessi sposi, La Gerusalemme liberata. La risposta di Contini del 12 maggio è assai risentita, quasi drammatica: prospetta addirittura la fine della sua collaborazione, ma finisce per rassicurare Einaudi sul lavoro dei curatori da lui indicati.

Nonostante questi e altri momenti critici, la presenza di Contini in casa editrice durerà ancora a lungo, e non solo come direttore di collana. Una ripresa d’impegno e di programmazione per la Nuova raccolta si avrà all’inizio del 1982, quando il ventitreenne normalista Antonio Cannistrà è da poco entrato in casa editrice. Il 6 aprile Contini affida di fatto al giovane allievo il ruolo di trait d’union fra sé e l’editore, col compito di seguire e rendere operativi i progetti nuovi o rinnovati di una serie di opere e di curatori. Anche questa volta, tuttavia, gli esiti non saranno quelli auspicati e previsti da Einaudi e Contini (per fare un solo esempio significativo, il primo volume dell’edizione dei Canti di Leopardi commissionata a Luigi Blasucci nel 1982 uscirà solo alla fine del 2019, ma da Guanda, nella collana Scrittori italiani della Fondazione Bembo).

Alla luce del duro scambio fra Einaudi e Contini del maggio 1957, e nonostante l’impegno di Cannistrà nei primi anni ’80, sembra lecito dire che la vicenda complessiva della NRCIA abbia patito, assai più di altre collane, difficoltà di vario tipo: economiche, commerciali e operative (forti ritardi nelle consegne e abbandoni dei curatori in corso d’opera). Sotto la direzione di Contini (1953-1990) usciranno una decina di titoli, ai quali vanno aggiunti alcuni altri da lui commissionati: Le occasioni di Montale a cura di Dante Isella (1996), il Canzoniere di Petrarca a cura di Rosanna Bettarini (2005), i Poemi conviviali di Pascoli a cura di Giuseppe Nava (2008). L’impressione è che egli sia stato per la casa editrice più fecondo e produttivo come autore che come direttore di collana. Nel catalogo Einaudi si contano infatti le cinque raffinate e intonse brossure grigie delle Opere di Gianfranco Contini (apparse fra il 1970 e il 1990 e poi riproposte nei Paperbacks), tre raccolte – su Dante, Gadda e Montale – uscite nella PBE, lo scritto su Benedetto Croce nei Saggi brevi, la traduzione di Alcune poesie di Hölderlin, la traduzione di racconti novecenteschi Italie magique curata da Contini e pubblicata in francese nel 1946, un certo numero di Introduzioni e Premesse, nonché le edizioni critiche del Petrarca nella NUE e dell’Opera in versi di Montale nei Millenni (insieme con Rosanna Bettarini).

Più di trentacinque anni dopo l’incarico ricevuto da Einaudi di dirigere la NRCIA, il 9 febbraio 1988, Contini concluderà una lettera a Ernesto Ferrero con queste parole lapidarie: «La mia fedeltà alla Einaudi è stata fonte di amarezze. La saluto cordialmente ma con tristezza».

Nel lungo periodo che va dal settembre 1953 al giugno 1976 il tessuto connettivo del carteggio è costituito dallo scambio fitto e costante fra Contini e Daniele Ponchiroli. Fra i discepoli di Contini, l’einaudiano che ha maggiore sintonia col maestro è senza dubbio Ponchiroli, efficiente quanto schivo, umile e al tempo stesso raffinatissimo interlocutore del maestro anche nello stile epistolare e nel lessico. «Caro Professore» scrive sempre Ponchiroli; «Carissimo» scriverà Contini dal 1970 in poi. Dialogando con lui di lavoro ma anche di minuti argomenti quotidiani, Ponchiroli è attentissimo a mettere sempre a suo agio Contini: lo rassicura e lo tranquillizza quando è il caso, attutisce e smorza gli spigoli, ripara e porge scuse, asseconda e anticipa le sue richieste di libri Einaudi. Il 18 giugno 1954 gli scrive che si sta dando da fare «per mettere in moto la macchina» della «nuova collana di studi-manuali linguistici» a cui Contini tiene molto, che tuttavia non vedrà la luce (due titoli a essa destinati, la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti di Gerhard Rohlfs e i Lineamenti di storia della lingua greca di Antoine Meillet, usciranno in altre collane). Quando nel 1960 Ricciardi pubblica l’edizione continiana dei Poeti del Duecento, dedica al maestro undici versi di complimenti e auguri; e nel 1974 gli manda in omaggio speciali mostarde mantovane fatte in casa «all’antica» dalla cognata Semiramide. Questo intenso rapporto darà, fra gli altri, un risultato editoriale esemplare con il Canzoniere di Petrarca (il cosiddetto «petrarchino» del 1964), testo critico e introduzione di Contini, annotazioni di Ponchiroli. Nella lettera del 29 ottobre 1965 Ponchiroli manifesta senso di colpa e angoscia per avere smarrito un dattiloscritto sul Felibrismo di Fausta Garavini. (La sua disperazione, di cui sono partecipi i colleghi dell’Einaudi, troverà un’eco affettuosa nelle pagine che Calvino dedicherà al dottor Cavedagna in Se una notte d’inverno un viaggiatore). Contini lo rassicura a stretto giro di posta confermandogli che «la dolcezza delle nostre relazioni personali» resta immutata, ma coglie quest’occasione per lamentare con esempi precisi e accenti molto risentiti la scarsa attenzione della casa editrice per le sue proposte di direttore di collana e consulente (pp. 326-27).

Scomparso Ponchiroli, l’ultimo redattore in totale sintonia con Contini – anche nelle vesti di sofisticato e mimetico epistolografo – è il giovane Antonio Cannistrà, che nel suo breve intenso passaggio in casa editrice nei primi anni ’80 mette al servizio di Einaudi, del maestro e della sua collana doti d’intelligenza e cultura non comuni: di grande interesse, in questo rapporto a tre, è la lunga lettera-saggio che Cannistrà scrive a Einaudi e inoltra a Contini il 30 ottobre 1983. Ben presto, però, egli abbandonerà i coturni di geniale normalista per calzare i sandali di frate carmelitano.

Degli altri corrispondenti di Contini, mentre Giulio Bollati tiene quasi sempre un tono d’interlocuzione “alto”, Agnese Incisa firma varie lettere fra le più disinvolte e simpatiche del periodo della crisi (1984-86): deferenti senza essere affettate e ossequiose, spesso vivaci e spiritose. In quelle di Paolo Fossati dei tardi anni ’80 si apprezza invece una cortesia professionale priva di vezzi e timori reverenziali.

Nella sua Introduzione la curatrice Maria Villano ricostruisce analiticamente il lungo rapporto fra Contini e la casa editrice Einaudi, così periodizzato: 1. Torino-Domodossola-Friburgo. Da Dante a Spitzer (1937-1952); 2. Contini in Italia. La direzione dei “classici” e il progetto della linguistica (1952-1962); 3. Gli anni sessanta e settanta: l’«einaudizzazione» di Contini; 4. Dopo Ponchiroli: L’opera in versi di Montale e il sodalizio con Antonio Cannistrà (1976-1989). Osservo solo che alla luce dei documenti pubblicati e della breve presenza che egli ebbe in casa editrice (due anni e mezzo circa: 1981-84), mi pare eccessivo parlare per la fase finale di un «sodalizio con Antonio Cannistrà». Il quale fece moltissimo sul piano propositivo e organizzativo per ridare slancio alla collana diretta dal suo maestro, ma non ebbe il tempo necessario per seguirne gli sviluppi e vederne i frutti. All’editore raccomando una correzione urgente: Felice Balbo deve riavere al volo il proprio nome, anche nell’Indice; e alla curatrice chiedo perché non definire esplicitamente “fascista” il commissario Paolo Zappa e la sua gestione della casa editrice nel 1944.

Sulla scia dell’Introduzione, le note di Maria Villano sono a mio avviso troppo numerose e troppo lunghe, talora superflue o inutili. La bulimia annotatoria, che non risparmia persone e fatti trascurabili o non funzionali né al testo né al contesto (come quelle alle pp. 131, 162, 193, 245), induce a qualche errore spiacevole (come nella n. 4 di p. 357) e a esilaranti scambi di persona, frutto di lapsus e di congetture improbabili o errate (come nelle nn. 15 e 20 di pp. 396-97) che si riflettono anche nell’Indice dei nomi. La curatrice – che pure si mostra capace di note interessanti e utili (come la n. 3 di p. 194 sugli accenti einaudiani e la n. 12 di p. 243) – avrebbe forse dovuto ispirarsi all’aureo criterio delle essenziali annotazioni «alla fiamma ossidrica», raccomandato a quanto pare per il Canzoniere di Petrarca (NUE 1964) da Contini a Ponchiroli, e da lui messo in pratica.

Mi duole infine segnalarne una, inutilmente apologetica (p. 509), che definisce «oggetto di culto per ogni studioso della Einaudi […] curato in modo ineccepibile» il catalogo Cinquant’anni di un editore. Le Edizioni Einaudi negli anni 1933-1983. Purtroppo non è così. Per quanto impreziosito da un ottimo inserto iconografico, quel volume della PBE fu infatti concepito e strutturato come un grosso “listino” (recante perfino l’indicazione degli esauriti!) anziché come un catalogo storico, dato che le edizioni e le ristampe non vi sono registrate, come dovrebbero, in rigorosa successione cronologica (si veda come esempio pertinente, a p. 116, dove è relegata la I edizione 1939 delle Rime di Dante curata da Contini). Questa pecca non è mai stata eliminata nelle edizioni successive del catalogo, compresa – ahimè – quella del 2018 uscita nei Millenni.

Torno, per concludere, al punto iniziale. Pubblicare carteggi di protagonisti della cultura del Novecento è utile e giusto, purché gli editori, e soprattutto gli editori di cultura, abbiano un’idea di pubblico che non si limiti a un’élite privilegiata e autoreferenziale, ma includa anche, come ricordava Ginzburg a Contini nel 1938, almeno «quello dei nostri studenti universitari». In questo caso, ridurre drasticamente la mole e il prezzo del libro avrebbe giovato sia alla considerazione che Contini e la casa editrice Einaudi meritano sia alla comprensione del loro contributo alla cultura italiana.