Il romanzo saggio
1884-1947

Stefano Ercolino, Il romanzo saggio. 1884-1947, trad. it. di Lorenzo Marchese, Firenze-Milano, Bompiani («Agone»), 2017, 298 pp.

In linea con gli scopi dichiarati dal curatore Antonio Scurati per la sua collana «Agone», la traduzione del volume The Novel-Essay (Palgrave Macmillan, 2014) porta al lettore italiano la seconda opera di un ottimo rappresentante di una nuova generazione d’intellettuali impegnati in un confronto con i grandi temi culturali della contemporaneità. Stefano Ercolino (1985), formatosi sotto la lezione di Massimo Fusillo e Franco Moretti, dopo diversi incarichi come ricercatore in Europa e negli Stati Uniti, insegna letterature comparate alla Yonsei University di Seul. Nei tre anni trascorsi dalla pubblicazione dell’opera originale in inglese, Il romanzo saggio ha suscitato ampia risonanza non solo nel mondo accademico (su riviste come «Modernism/Modernity», «Compar(a)ison», «Between», «Los Angeles Review of Books», «Strumenti critici», «Syndey Review of Books»), ma anche in quello più ampio del dibattito militante sui giornali e sui siti specializzati («La Repubblica», «Alias», «La Lettura», «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Fata Morgana»). Il fatto si spiega non solo con l’innegabile qualità della proposta teorica dell’autore, in grado di combinare analisi stilistica e storica su un corpus di lavoro con un convincente inquadramento culturale del problema, ma soprattutto con la natura del tema stesso, che chiama in causa una forma letteraria ibrida, tra saggistica e narrazione, che apparentemente continua dalla modernità fino a noi.

L’interesse del Romanzo saggio è quello di fornire una dimostrazione storicamente fondata del processo che ha portato alla nascita di un genere particolare, attorno cui diversi recensori si sono indaffarati a redigere un elenco ampliato, che travalicasse i confini temporali posti da Ercolino (nel sottotitolo, 1884-1947, e nonostante il suo avvertimento nelle pagine finali) e aggiungesse certi romanzi a un categoria che sembra far tendenza. Più che d’ibridazione tra saggio e romanzo, per molti scrittori contemporanei, da Eraldo Affinati ad Alessandro Garigliano, da Luca Doninelli a Stefano Massini (per mantenersi al contesto italiano), l’uso della riflessione all’interno della costruzione romanesca testimonia di una convivenza pacifica tra forme non più antitetiche, ma rese naturali perché sostenute dal ritorno di una forza narrativa ineludibile, l’autobiografia, riformulata con nuove pretese di finzionalità (ad esempio nel caso dell’auto-fiction). Al contrario, la parabola del romanzo saggio descritta da Ercolino (Huysmans, Mann, Broch, Strindberg, Musil) pone le sue basi in una risposta critica al cambiamento dei paradigmi culturali del romanzo moderno, e in particolare di quello di formazione, realizzando una sorta di «esorcismo formale» che emerge come «compromesso» (p. 82) contro la crisi dei valori universalistici della borghesia moderna, fino all’esaurirsi della sua funzione simbolica al termine della modernità (una fine individuata sul fronte degli eventi, e con molte ragioni, con la Seconda guerra mondiale).

Da un lato, se gli effetti formali del romanzo saggio, come il rallentamento del tempo narrativo causato da una riflessività indagante penetrata nel racconto, possono ormai considerarsi patrimonio retorico comune della scrittura contemporanea, la loro comparsa è il segnale di un avvenimento letterario inedito, la cui formazione evolutiva s’inserisce nella storia della letteratura, registrandone mutamenti e battute d’arresto: per questo, lungo molte delle pagine del volume, l’autore precisa le difficoltà, le incertezze e il sostanziale carattere irrisolto e «dialettico» con cui il nuovo genere tenta di saldare tra loro la pura narrazione e l’inserzione saggistica, quel ragionamento attorno all’alternativa, forsanche derivata dalle filosofie della crisi e dall’irrazionale, al romanzo moderno: è appunto l’utopia del “saggismo” (nel senso che il termine ha assunto dopo la sistemazione teorica di Musil nell’Uomo senza qualità).

Dall’altro, il romanzo saggio si comprende solo all’insegna di una “sfida” alle premesse cartesiane che certo non corrisponde più alla nostra epoca. Anzi, si potrebbe affermare che l’interpretazione del saggio data da Adorno – la scrittura dell’interpretazione e del dubbio, alla maniera di Montaigne, contraria alle pretese cartesiane – non risulta nemmeno troppo pertinente se ci rivolgiamo tanto allo sviluppo storico del genere del saggio, quanto alla produzione contemporanea delle forme ibride tra saggio e romanzo. D’altronde Adorno, da filosofo, pensa più propriamente al saggismo che a una forma letteraria storicamente definita. Non è forse un caso che una vera e propria crisi del saggio letterario “cartesiano”, di scuola filologica o “diagnostico-cognitiva” (Angenot), non si dia in Europa fino alla seconda parte del Novecento. La crisi delle premesse cartesiane dentro il discorso argomentativo del saggio sarà accolta quando il genere del romanzo saggio avrà ormai esaurito la propria funzione. Il filone complementare della contaminazione romanzesca dentro il saggio resta ancora veramente da esplorare in uno studio organico al pari di quello qui recensito.