Il racconto del lavoro
nella letteratura italiana
contemporanea: a partire da Addio.
Il romanzo della fine del lavoro

Tiziano Toracca

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell’Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l’hanno percorsa.

Primo Levi, La chiave a stella

Dalla metà degli anni Novanta il tema del lavoro ha assunto un certo rilievo nella narrativa italiana contemporanea, in particolare dopo il triennio “generazionale” dei movimenti (Genova 2001 – Melfi 2004).1 Gli interessi del mercato editoriale e dunque, anzitutto, la mole di testi pubblicati in questo periodo da decine di scrittori di diversa generazione (nonché da molti lavoratori),2 l’attenzione crescente da parte della critica letteraria e l’adozione di approcci interdisciplinari e comparatisti3 dimostrano a sufficienza la rilevanza assunta dal tema del lavoro in campo letterario. Per quanto la storia letteraria e la storia sociale e politica scorrano su piani distinti e a ritmi diversi – per quanto cioè il piano simbolico non registri e non sia tenuto a registrare automaticamente e surrettiziamente ciò che avviene e ha rilevanza sul piano storico, sociale o politico – mi sembra indiscutibile che la letteratura italiana contemporanea abbia cominciato a interessarsi al problema del lavoro in concomitanza con il passaggio storico dal fordismo al post-fordismo e in parallelo a quella serie di riforme giuridiche che hanno rappresentato per molti aspetti le tappe politiche decisive di quel passaggio.4 L’interesse della letteratura per il problema del lavoro – l’interesse da parte del mercato editoriale, da parte di scrittori, giornalisti, critici e pubblico – emerge senza dubbio in un contesto storico di profondi mutamenti e ruota attorno ad alcune parole chiave che ritroviamo in varie analisi sociologiche e giuridiche e in particolare attorno a due grandi argomenti: il declino della classe operaia e l’emersione di un «nuovo operaismo»5 da un lato e la precarietà, la flessibilità e l’instabilità del rapporto di lavoro dall’altro lato. Tra i due, tra il declino della classe operaia e l’emersione e la diffusione del lavoro atipico, c’è evidentemente un relazione molto stretta: l’uno e l’altro fenomeno condensano come detto il passaggio dal fordismo al post-fordismo e prendono avvio, almeno simbolicamente, con la marcia dei quarantamila, il clamoroso scontro tra capitale e lavoro che si consuma a Torino nell’ottobre del 1980.6 Da questo punto di vista il primo grande romanzo contemporaneo sul lavoro è l’ultimo di Volponi: Le mosche del capitale (1989) – romanzo in cui la marcia dei quarantamila ha un peso simbolico decisivo tanto per Saraccini quanto per Tecraso – mostra bene il mutamento che investe il paradigma industriale: la deindustrializzazione, l’esternalizzazione della produzione e la dismissione della classe operaia da un lato; la smaterializzazione, la frammentazione e l’evaporazione del lavoro dall’altro lato.

Fatta salva la complessità del tema e l’adozione di forme e generi letterari molto diversi,7 il libro di Angelo Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro (2016),8 permette a mio avviso di mostrare una delle questioni più interessanti e costanti che la rappresentazione contemporanea del lavoro pone e affronta. Permette cioè di mostrare la speciale prospettiva nella quale la «letteratura postindustriale»9 ha spesso osservato e rappresentato il lavoro. Si tratta di una questione che viene posta in maniera esplicita già nel titolo dell’opera di Ferracuti, il romanzo, appunto, della fine del lavoro. La rappresentazione del lavoro riguarda un’esperienza esaurita e svuotata, propria del passato. Il lavoro ha perso centralità e significato, ma il fatto decisivo è che ha cessato di rappresentare l’epicentro della vita e del sistema sociale. Ha smesso, cioè, di raffigurare quell’azione fondamentale grazie alla quale un individuo poteva narrare a sé e agli altri la propria esistenza e grazie alla quale poteva accedere alla dimensione politica della vita, al welfare, al riconoscimento sociale.10 L’idea di raccontare e rappresentare l’attività lavorativa retrospettivamente, come un’esperienza che aveva più senso o un senso più chiaro nel passato (in un passato anche molto lontano) e che è tramontata ed è stata trasfigurata nel presente, è una traccia che ritroviamo in molti romanzi italiani contemporanei.11 Il bisogno di fare i conti con il superamento di un modello di civiltà fondata sul lavoro (come recita l’art. 1 della Costituzione italiana) rimanda immediatamente alla tesi politica della fine del lavoro, a un dibattito cioè che comincia a diffondersi in Europa (a sua volta) a partire dalla metà degli anni Novanta e che fa da sfondo alla proposta, oggi molto diffusa, di introdurre un reddito universale di base (Universal Basic Income) come strumento di protezione sociale e di emancipazione alternativo rispetto al «ricatto del lavoro».12 Pur rappresentando il lavoro come un’esperienza in declino, tuttavia, Addio sembra però rovesciare l’obiettivo di fondo della tesi politica della fine del lavoro. Il venir meno della centralità di quell’esperienza non rappresenta infatti (come in quella tesi) una possibilità o un varco rispetto alle aberrazioni prodotte dal lavoro e in particolare dal lavoro fordista – totalizzante, pervasivo e reificante13 – aberrazioni dovute soprattutto alla volontà di sottomettere tutta la realtà umana e sociale alla razionalità produttivistica della fabbrica e a quell’ideologia dello sviluppo sostenuta tanto dal capitalismo quanto dal socialismo reale.14 Prendere le mosse dalla crisi del lavoro e narrarlo retrospettivamente significa proiettare sul racconto un’idea contraria: l’idea che la storia del lavoro sia soprattutto la storia di un conflitto che ha portato alla ribalta diritti, coscienza civile e libertà positive: «conquiste portate non dallo sviluppo spontaneo della tecnica, ma forgiate nel ferro e nel fuoco della crisi e del conflitto. Conquiste sempre parziali, limitate, contraddittorie. Proprio per questo più preziose».15 Addio comunica l’idea che la cicatrice inferta all’uomo dal lavoro e dunque le storie di sfruttamento, annichilimento e morte tipiche della vita in miniera, in cava o nella fabbrica (e tipiche più in generale di ogni rapporto di subordinazione non riconosciuto, garantito e protetto) vadano rivendicate orgogliosamente come ferite di uno scontro avvenuto in difesa di ideali di giustizia e di diritti umani inviolabili intorno ai quali fondare una civiltà. Così scrive Ferracuti nella sua introduzione, intitolata Questo libro:

Quindi l’inizio fu il racconto del passato, ricollegare il presente a quell’epica, il sacrificio e il dolore di questa gente, l’emancipazione e la lotta, i primi scioperi repressi nel sangue; poi ciò che restava di quella classe operaia, frantumata e massacrata dalla chiusura delle miniere e dal declino del polo industriale dell’alluminio, anche se mi interessava soprattutto raccontare cosa succede quando finisce il lavoro, cosa può produrre tutto questo dentro la vita delle persone, il senso di disagio e di angoscia esistenziale, la perdita e il gorgo […]. Il paradosso è che in questo racconto collettivo viene fuori quasi la nostalgia per quel passato che è stato darwiniana lotta per la sopravvivenza ma anche emancipazione politica.16

Addio fa emergere una concezione del lavoro che pur nelle sue varianti si ripete in molta letteratura contemporanea: nonostante la natura depersonalizzante, alienante e disumana del lavoro (nel passato) e di fronte alle radicali trasformazioni che hanno frammentato e dissolto il lavoro (nel presente), la rappresentazione letteraria rivendica il valore sociale e antropologico dell’atto lavorativo.

Addio rievoca e racconta la parabola industriale del Sulcis-Iglesiente – «la provincia più povera d’Europa coi suoi 30.000 disoccupati su 130.000 abitanti, e 40.000 pensionati dell’industria»17 – e attraverso la rievocazione e il racconto di questa esperienza singolare mira a intercettare un processo storico-economico che interessa tutto il mondo industrializzato. Tra la produzione d’alluminio che avviene a Portovesme e che ormai è in declino e quella avviata in Arabia Saudita, Norvegia e Islanda dalla medesima multinazionale americana – l’Alcoa – c’è una somiglianza decisiva. Così come tra le miniere di bauxite sarde e quelle australiane e africane. Narrare l’una equivale a parlare di tutte le altre. Il tramonto della civiltà mineraria avvenuto in Sardegna, oltre che essere una vicenda rilevante in sé, è anche un’allegoria di un processo più ampio, internazionale, globale. L’ultimo capitolo del libro, ambientato in Islanda, funziona da questo punto di vista come i capitoli precedenti: le fonti, le riflessioni e gli incontri che l’autore inserisce e descrive nel racconto – con il militante Sigurðsson ad esempio o con lo scrittore Magnason – convergono verso questo obiettivo di fondo: intercettare un macrocambiamento attraverso il racconto di una microstoria.

In fondo le cose si possono mettere a fuoco anche in un luogo solo, in un bit antropologico, piccolo o grande non importa, al sud, al centro, al nord di un paese, c’è tutto ovunque, basta saperlo cercare, quindi dovevo scegliere un luogo solo e farlo diventare simbolico.18

È soprattutto nella prima (Terra del carbone) e nella seconda parte (Musi neri) del libro19 che il lavoro nelle miniere del Sulcis-Iglesiente – feroce e distruttivo: «storia di dura fatica, di irriducibili lotte sindacali e di morte»20 – viene rappresentato anche come processo identitario e come esperienza di emancipazione, di fratellanza, solidarietà e professionalità (il tenni ogu e il tenni orìga del S’armadori bonu).21 Attraverso uno sguardo retrospettivo che prende le mosse dalle contraddizioni feroci del vecchio paradigma produttivo, e senza tacerle, la letteratura tenta insomma di raccontare non solo il lato oscuro e negativo del lavoro e dunque la sua astrazione (per cui il lavoratore è considerato mera forza lavoro, capitale vivente espropriato della persona, merce venduta e consumata in cambio di un salario) ma anche il suo lato luminoso e positivo, la spinta formativa ed emancipante del lavoro, l’idea che esso sia un’azione compiuta dall’uomo in quanto soggetto e non in quanto predicato. L’aspetto davvero positivo che emerge in questo sguardo all’indietro, in verità, è il legame osmotico che il lavoro stabilisce tra l’individuo e il mondo: è la capacità del lavoro di dare alla vita un senso quotidiano e una dimensione sociale rendendo perciò familiare, comprensibile e abitabile il mondo circostante.22 Se certi narratori o certi personaggi provano nostalgia di fronte a immagini, simboli o frammenti del passato – il «passato che non vuole passare» (Ferracuti), «questo mitico prima» (Rea) – è perché in quell’archeologia del lavoro è depositato un sistema di valori, «una civiltà, una cultura, una forma mentis»:23 l’idea, in sostanza, che il lavoro e le lotte per il lavoro abbiamo dato senso – un senso collettivo, identitario e storico – alla vita di moltissime persone.

Con Marco Grecu ho visitato tutti i siti del Sulcis, ho visto le rovine, i resti di quello che è stato il distretto con le sue tante miniere. Da quelle di Bacu Abis e San Giovanni, a Buggerru e Montevecchio, in questi resti di cattedrali della civiltà industriale a cielo aperto, ho ritrovato quelli di un’epoca sepolta spesso fatiscenti, caduti in rovina. “Senza queste miniere non avremmo avuto alcuna identità, sono la nostra storia […]”.24

Ma ora che anche l’ultimo sito italiano in attività è fermo, rischia la dismissione, anche lì si prepara la lotta. Non si rassegnano all’idea che, dopo tanti secoli, l’attività che è stata sopravvivenza e dannazione, sopraffazione e lotta per emanciparsi, possa finire per sempre. Sopravvive in alcuni di loro […] una sorta d’inguaribile nostalgia. “Sono figlio di un minatore, già da bambino vivevo la vita delle miniere, qui sono nate le prime battaglie sindacali e il primo sciopero nazionale, ci sono stati degli eccidi, a Buggerru, Gonnesa, sapere che in Sardegna non c’è una miniera in produzione è come se sparissero i pastori […]”.25

Considerando che il lavoro è l’attività che segna e determina profondamente lo spazio e il tempo della vita quotidiana ed è l’esperienza cardine del legame tra gli individui e l’ambiente sociale in cui agiscono, l’evaporazione del lavoro segna la fine di “un mondo”, il crollo delle coordinate essenziali su cui si reggono le forme di partecipazione dell’individuo alla società, l’idea di appartenenza, di cooperazione, di riconoscimento, di prestigio. Il lavoro si dà come allegoria di una forma di civiltà in cui l’individuo si realizza nella dimensione sociale, di fronte agli altri, nelle relazioni che il lavoro produce “dentro” e “fuori” il suo perimetro specifico. Vivere in una società, appartenere a una comunità, a una classe, condividere spazi, tempi, obiettivi, problemi e dunque realizzarsi attraverso l’integrazione: è questo l’orizzonte ideale, “sublime”, che il mondo del lavoro promette contro la sua negatività. Ed è dentro questo orizzonte – pubblico e sociale – che la personalità dell’individuo è tenuta ad esprimersi. Attività che congiunge l’io e gli altri, l’io e le istituzioni, che modella il paesaggio e che assicura gli aspetti ripetitivi e familiari, la dimensione quotidiana e sociale della vita: dire addio al lavoro – lavorare in modo precario o instabile o non lavorare più o senza prospettive – significa perdere questa forma essenziale di integrazione tra l’io e il proprio mondo.

L’idea che la fine del lavoro stabilisca un punto di osservazione privilegiato per riflettere sul lavoro è un’idea che ritroviamo in Fortini. Sebbene abbia in mente l’interruzione quotidiana del lavoro e non la fine del lavoro in senso stretto, nel senso che ha oggi, Fortini riflette sulla capacità epifanica di quel momento in termini estremamente interessanti anche in rapporto alla moderna rappresentazione del lavoro.

Di tutte le immagini che del mondo della produzione moderna si possono offrire, una sola mi è parso potesse raffigurare – per me autore di versi lirici – qualcosa di molto severo, imperfettamente decifrabile, e ricco perché ambiguo. Una sola oltre a quelle più ovvie della città moderna o della “media campagna industriale”: intendo il momento della interruzione o fine del lavoro, anzi il momento in cui con l’interruzione o fine del lavoro della fabbrica appare più evidente il carattere storico del paesaggio industriale. È il momento dell’Ottobre polacco, dei grandi meetings nelle fabbriche di Varsavia.26

Il momento dell’interruzione del lavoro rende evidente «il carattere storico del paesaggio industriale». Permette di vedere il carattere non assoluto dell’alienazione e dunque il carattere non assolutamente negativo del lavoro. In Addio e in altri romanzi contemporanei avviene qualcosa di analogo: la fine del lavoro permette di ripensare il carattere storico dell’atto lavorativo, l’alienazione ma anche il valore del lavoro in quanto categoria dell’essere sociale. È l’ontologia del lavoro: la profonda (e persistente) contraddizione tra l’idea che il lavoro sottometta l’uomo, alienandolo, e l’idea che il lavoro liberi l’uomo, emancipandolo. È in gioco, in altre parole, la natura bifronte dell’atto lavorativo, quell’ambivalenza messa bene in luce da Lukács (Per l’ontologia dell’essere sociale)27 e della quale Vogliamo tutto (1971) di Balestrini e La chiave a stella (1978) di Levi rappresentano due perfetti poli dialettici. Il rifiuto del lavoro da parte del protagonista del romanzo di Balestrini, Alfonso, e «il gusto del lavoro»28 provato dal protagonista del romanzo di Levi, Faussone, comunicano in forme esemplari perché nette due concezioni antitetiche del lavoro. La prima si rifà a una tradizione di lunghissima durata che dal mondo antico – da Aristotele e Platone – e dall’Alto Medioevo – dalla teoria delle tre funzioni di Adalberone di Laon – arriva sino al mondo moderno, a Marx, Nietzsche, Freud, Kafka, Pirandello, e ai giorni d’oggi: si rifà cioè a una tradizione in cui è per lo più dominante l’idea secondo cui «il vero regno della libertà» in cui l’uomo può realmente umanizzarsi ha inizio soltanto «al di là del regno della necessità».29 La seconda si rifà in qualche modo a Locke, a Smith e alla dialettica servopadrone di Hegel30 e affonda le sue radici nel mercantilismo medievale, nel monachesimo occidentale, nell’Umanesimo e nella riforma protestante (in particolare nell’idea di Beruf, cioè di lavoro come vocazione).31 Si tratta naturalmente di una questione ambivalente e complessa – le due concezioni sopra abbozzate tendono di fatto e spesso a sovrapporsi tra loro (è il caso di Marx ed è il caso del Cristianesimo se solo si confrontano la cultura del Vecchio e quella del Nuovo Testamento) – una questione in rapporto alla quale appare comunque decisiva la svolta determinata dalla rivoluzione industriale e in particolare dall’affermazione perentoria e pervasiva del principio capitalistico di razionalità economica.32 Da quel momento, infatti, e non a caso, nasce e si sviluppa (sebbene in maniera alluvionale) il diritto del lavoro come tentativo di tutelare l’attività dell’uomo contro la sua riduzione a forza lavoro e a merce di scambio (rivendicandone dunque la natura antropologica) ed è soltanto allora, attraverso gli scontri sociali, le rivolte e l’emersione dell’idea di classe, che si prende coscienza della natura ambivalente del lavoro.

Di fronte a questa ambivalenza costitutiva del lavoro moderno, tuttavia, mi sembra che la letteratura italiana contemporanea abbia scelto. In effetti, nonostante la consapevolezza della natura sacrificale e devastante del lavoro fordista, novecentesco, da un lato, e della natura disintegrante, flessibile e precaria del lavoro post fordista, dall’altro lato, non mi pare che il modello di Balestrini (sulla scia del quale, sempre negli anni Settanta, escono i romanzi di Guerrazzi, Di Ciaula e Natella)33 abbia avuto davvero degli eredi nelle narrazioni contemporanee. Il rifiuto del lavoro e il rifiuto violento del lavoro non mi sembrano gli atteggiamenti dominanti nella letteratura sul lavoro degli ultimi trent’anni. Se è vero che anche il modello di Levi, l’elogio del lavoro ben fatto, appare un ideale sfuocato (un ideale del resto poco pertinente considerando il peso decisivo che hanno in quel libro le competenze, l’autonomia e la creatività del mestiere di Faussone),34 a essere pronunciata, evocata o a mostrarsi sotto mentite spoglie è tuttavia, indirettamente, un’idea analoga. In Addio e in altri testi da questo punto di vista analoghi (cfr. supra, nota 11), i quali sfruttano la fine del lavoro per evocare o rappresentare il passato come un deposito mitico di civiltà e di lotte ideali, il lavoro – nonostante tutto – era e dovrebbe essere ancora l’attività che emancipa gli uomini, li avvicina e dà loro identità.35 Nelle opere degli autori più direttamente interessati a rappresentare il precariato e le forme di vita liquida del nuovo millennio – Accardo, Bajani, Falco, Murgia, Nove, Raimo – il lavoro è un’esperienza vuota e incerta, angosciante, disgregante e priva di prospettive; ma è ancora lavoro che i personaggi o i narratori reclamano contro il lavoro. L’idea del lavoro come entità antropologica, sociale e civile, proietta insomma la sua luce anche nelle situazioni atipiche del presente: all’assurdità del lavoro e allo spaesamento, ai cordiali saluti, alla paralisi esistenziale e alle onde a bassa frequenza, al call center della Kirby, ai duecentocinquantaeuro mensili, alle stanze dei precari e alla perdita del sé, si contrappone, in controluce, l’idea che il lavoro vada tutelato ancora come un bene prezioso. L’ultima dichiarazione rilasciata da Giorgio Falco a Paolo Chirumbolo, nel 2010, va esemplarmente in questa direzione: «Mi aggirerò sempre intorno al lavoro sia esso presente o assente nella narrazione. Il lavoro occupa la quasi totalità delle ore di una giornata. A meno che il lavoro scompaia. Allora scriveremo solo d’amore e di omicidi».36

La prospettiva adottata da Ferracuti in Addio interferisce inoltre, a mio avviso, con un altro aspetto molto diffuso (e dibattuto) nella «nuova, potente letteratura del lavoro»,37 vale a dire, con le parole di Silvia Contarini, con quella

predominanza di forme inclini al recupero della testimonianza, del documento, dell’intervista (per tutti Mi chiamo Roberta di Aldo Nove), dell’inchiesta (esemplari Le risorse umane di Ferracuti e il collettivo Il corpo e il sangue d’Italia), del reportage letterario, spurio o romanzato che lo voglia definire, dell’incrocio tra giornalismo e narrazione di invenzione (Gomorra di Saviano), dell’utilizzazione letteraria dei blog e di internet (Generazione mille euro, di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa […] o anche Il mondo deve sapere di Michela Murgia). Esperienziale, autobiografica, giornalistica, fattuale più che finzionale, questa produzione letteraria che esubera dai generi predefiniti […] sembra rivendicare un rapporto diretto e immediato con la realtà, sembra volersi risaldare all’attualità, privilegiando indubitabilmente i modi del realismo.38

Nonostante il sottotitolo, Addio non è un romanzo: è un reportage narrativo in cui l’autore (giusta la diagnosi di Contarini) si incarica di amalgamare tra loro dei dati e dei fatti da un lato – ricavati da varie fonti: storiche, statistiche, giornalistiche, documentarie, letterarie – e le voci delle persone che ha incontrato e che ha scelto di ascoltare durante i suoi viaggi nel Sulcis-Iglesiente, a Sassari, a Parma e in Islanda dall’altro lato. Non racconta una storia, non c’è un protagonista vero e proprio e non c’è mai, o quasi mai, fiction, neppure «la più sottile e difficile delle finzioni», quella del realismo, la quale «non dichiara la propria alterità al mondo della vita […] ma nasconde i caratteri finzionali simulando, più che l’universalmente vero, il contingente reale».39 La natura non finzionale di Addio è chiara anche all’autore. Parlando del libro e delle doti di narratore dell’ex minatore Franco Farci,40 Ferracuti scrive: «queste narrazioni non professionistiche, scritte a volte senza troppi pregi formali, m’interessano più di molti romanzi d’invenzione, hanno almeno una necessità sociale e un proprio spazio nell’immaginario della comunità dove nascono, forse sostituiscono o sono una forma rinnovata di storia orale».41 Più avanti: «Forse libri come questo sono anche la risposta corporale all’indolenza della fiction, al massaggio di tutte le postazioni tecnologiche nella vita virtuale di ognuno, che non permettono più l’esperienza, almeno nell’Occidente opulento, quindi l’avventura per chi scrive diventa un atto assolutamente necessario».42 L’atto necessario, l’avventura di cui parla Ferracuti in quest’ultimo frammento di Addio, consiste allora nei viaggi e nelle ricerche compiute per riportare e testimoniare l’esperienza vissuta da altri. «Il reportage» – scrive l’autore – «contrariamente alla narrativa di finzione […] ha una dimensione comunitaria e democratica, è fatto da molti e può considerarsi un’opera collettiva» dal momento che, in questo come in altri casi, «i narratori incontrati lungo la strada sono stati molti».43 Per evitare “l’indolenza della fiction”, Ferracuti sceglie di scrivere un racconto comunitario e collettivo affidandosi alla voce di molti narratori senza perciò eleggere nessun vero personaggio a protagonista della storia e tuttavia, a mio avviso, il rifiuto dell’invenzione agisce più in profondità. Rappresentate superficialmente e in maniera per lo più paternalistica, descritte senza alcun serio interesse per la loro vita interiore e dunque per la loro umanità, le persone che l’autore chiama in causa, a narrare e testimoniare, sono infatti voci funzionali, non personaggi. L’autore stesso rinuncia intenzionalmente allo stile: esprime gusti e idee midcult senza approfondirli, adotta un registro colloquiale e un lessico scarno in cui dominano espressioni convenzionali o gergali e costruisce periodi in cui dominano paratassi, indefiniti del verbo e frasi nominali.44 Non si basa su storie o personaggi, non accede al “reale invisibile”, non si concentra sull’esperienza dell’incontro o del viaggio e non investe sullo stile o sulla figuralità:45 l’architrave narrativo di Addio sta altrove e consiste nella focalizzazione fissa ed esclusiva imposta al reportage dall’orizzonte tematico del libro. Il lavoro condensa ogni spinta narrativa e riflessiva del libro perché si pone come il problema centrale della vita umana e planetaria.46 In virtù della spinta retrospettiva, tuttavia, in virtù di quello sguardo che procede da una fine (un addio) e ripercorre la storia a ritroso, l’operazione di Ferracuti sembra aggiungere qualcosa ai modi del reportage, un sovrappiù di retorica che senza attingere al realismo o al naturalismo (pur evocati da un punto di vista tematico e sociologico)47 riscatta forme premoderne di narrazione. Nonostante la quasi totale indifferenza per l’invenzione e lo stile, Ferracuti fa emergere esperienze, ideali e valori condivisi attraverso una retorica che richiama quella dell’epica: una retorica, cioè, legata anzitutto «ai momenti primi e fondanti di una coscienza indivisa».48 Addio mette in gioco identità, memorie e tradizioni collettive e condivise; gesta esemplari e imprese eroiche; un sapere “globale” rivolto a ideali e valori che impongono il superamento di ostacoli, prove, scelte drammatiche: un ethos insomma, una normativa esistenziale, una visione eroica del mondo del lavoro. Molti personaggi che fanno parte di quel mondo combattono contro coloro che quel mondo vogliono sfruttare e distruggere, e combattono in modo coraggioso ed eroico e in nome di un’intera comunità perché vogliono fondare o rifondare una civiltà sul lavoro. È attraverso la lotta per ciò che il lavoro significa in termini antropologici e sociali – una lotta centrale nella cultura e nella tradizione occidentale moderna – che vengono fissati i diritti e i valori e celebrate le origini della classe operaia, dei proletari, di coloro che devono lavorare in maniera subordinata perché privi di mezzi economici, di mezzi di produzione e di spirito d’impresa. Narrare retrospettivamente il mondo del lavoro, le avventure a esso legate e i suoi eroi significa allora narrare le origini mitiche di una civiltà.

Chi vorrebbe [sic] liquidare tutta la storia delle miniere e di questa classe operaia rocciosa, definendola anacronistica, deve tenere conto che per molti di loro la miniera è stata un’esperienza che andava oltre un lavoro normale, il dazio che si pagava alla sopravvivenza, ma una specie di misteriosa avventura quotidiana che li strappava alla routine, alla vita noiosa e banale di tutti i giorni, rendendo quello che facevano memorabile come nei romanzi di Herman Melville, Jules Verne o Joseph Conrad.49

Il piazzale della miniera era deserto, il solito senso di desolazione e di passato che avevo provato tante volte di fronte agli edifici di un mondo lontanissimo, che pure c’è stato, con la sua epica straordinaria, ma che sembra ormai irraggiungibile. In fondo, il cancello sprangato dove iniziava il Pozzo Vittorio Emanuele e la galleria Villamarina, di fianco la scritta in bronzo: «I lavoratori Igea a perenne ricordo di coloro che nella miniera sacrificarono la vita».50

La fine del lavoro è il trauma che permette di ripensare il lavoro non solo e non tanto come un’esperienza tragica di sfruttamento ma anche come materia di una vera e propria «epica straordinaria», come elemento intorno al quale gravitano dei valori fondamentali che sono stati tramandati di generazione in generazione e per lo più oralmente come è proprio dell’epica più antica (la rottura del patto generazionale causata dalla non trasmissibilità di saperi ed esperienze legate al lavoro è del resto e probabilmente uno degli aspetti chiave della rappresentazione letteraria contemporanea).

La prospettiva che Ferracuti adotta per scrivere il suo reportage gli permette allora di introdurre alcuni elementi che appartengono tradizionalmente alla retorica epica, primo tra tutti il ruolo dell’eroe che si scontra e si sacrifica per gli altri in nome di alcuni principi riconosciuti e perseguiti da una collettività. Diversamente dall’epos, la rappresentazione del lavoro che troviamo in Addio e nella letteratura contemporanea ha a che fare con il tempo e con la frammentarietà dell’esperienza del mondo moderno – con una totalità possibile e non con la “spontanea totalità dell’essere” (Lukács) propria dell’epica e della tragedia51 – e tuttavia quella rappresentazione, quando è volta a rievocare la fase aurorale, eroica, della civiltà del lavoro, sembra riammettere l’immanenza e la pienezza del senso propri dell’epica. In questa prospettiva, grazie ai modi dell’epica, l’addio al lavoro rappresenta una meditazione impegnata, straniante e polemica, sul rapporto tra l’attività dell’uomo e la sua identità sociale, e rimette in gioco ancora una volta l’ambivalenza che è propria del lavoro moderno.

Note

1 Cfr. Falso movimento. Dentro lo spettacolo della precarietà, a cura del collettivo “7blù”, Roma, DeriveApprodi, 2005. Si veda anche: C. Susani, C. Raimo (et alii), Sono come tu mi vuoi. Storie di lavori, Roma-Bari, Laterza, 2009, e S. Contarini (a cura di), Letteratura e azienda. Rappresentazioni letterarie dell’economia e del lavoro nell’Italia degli anni 2000, in «Narrativa», 31-32, 2010.

2 Sulla categoria di lavoratore-scrittore cfr. C. Panella, La rappresentazione letteraria del lavoro e la produzione narrativa dei lavoratori, in G. Sertioli, C. Vaglio Marengo, C. Lombardi (a cura di), Comparatistica e intertestualità. Studi in onore di Franco Marenco, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010, pp. 1159-1167. Uno dei primi testi sul lavoro è il romanzo d’esordio di un operaio poi divenuto scrittore a tempo pieno e cioè Mammut (1994) di Antonio Pennacchi. L’idea di fondo del libro, la sua storia compositiva (che risale agli anni Ottanta) e la sua faticosa vicenda editoriale lo hanno reso un testo inaugurale e simbolico della nuova letteratura industriale. I racconti di Norvegia (1993) di Ferracuti, i romanzi Tutti giù per terra (1994) di Culicchia e Il dipendente (1995) di Nata sono le prime opere incentrate sul tema del lavoro.

3 Cfr. T. Toracca, A. Condello, Lavoro, identità: riflessioni tra letteratura e diritto, in «Il Ponte», 2, 2016, pp. 120-126.

4 Il confronto tra le rappresentazioni letterarie del lavoro e le coeve riforme giuslavoristiche è per la verità molto utile e significativo anche per il passato e in particolare per quanto riguarda le altre due grandi stagioni in cui il lavoro è stato oggetto di rappresentazione letteraria: la prima stagione, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, la seconda stagione, durante gli anni del boom economico e dell’industrializzazione. Ne ho discusso qui: T. Toracca, Flessibilità e precarietà nella letteratura italiana contemporanea: Personaggi precari di Vanni Santoni, in N. Di Nunzio, S. Jurišić, F. Ragni (a cura di), «La parola mi tradiva». Letteratura e crisi, Perugia, CTL, Collana Scientifica dell’Università di Perugia, 2017, pp. 51-64, e qui: Id., Labour between Law and Literature: Historical Similarities and Critical Propositions on the Present, in «Pólemos», 11 (2), 2017, pp. 361–377.

5 Cfr. V. Fulginiti, Senza voce. La letteratura della crisi negli anni Duemila, in «Su la testa», 14, 30 marzo 2011, pp. 15-19: p. 15, e cfr. M. Marsilio, La crisi della figura operaia tra vecchio e nuovo millennio, in Di Nunzio, Jurišić, Ragni (a cura di), «La parola mi tradiva», cit., pp. 39-49. Due dei romanzi più importanti sul nuovo operaismo, anche se molto diversi, sono: F. Dezio, Nicola Rubino è entrato in fabbrica, Milano, Feltrinelli 2004 e S. Avallone, Acciaio, Milano, Rizzoli 2010.

6 Cfr. M. Revelli, Lavorare in Fiat, Milano, Garzanti, 1989 e cfr. D. Meneghello, Gli operai hanno ancora pochi anni di vita? Morte e vitalità della fabbrica, in Contarini (a cura di), Letteratura e azienda, cit., pp. 61-74.

7 Il tema del lavoro è un tema complesso per la sua stratificazione giuridica, politica, storica, geografica, antropologica e filosofica. Non sarà un caso che l’Oxford English Dictionary dia trentaquattro diverse definizioni del sostantivo ‘lavoro’ e trentanove del verbo ‘lavorare’. Da un punto di vista filosofico e letterario, questa complessità emerge abbastanza bene nei brani antologizzati in The Oxford Book of Work, ed. by K. Thomas, Oxford, Oxford University Press, 1999. Ho trovato molto interessante: M. Shiach, Modernism, Labour and Selfhood in British Literature and Culture, 1890-1930, Cambridge, Cambridge University Press, 2004. Per la varietà delle forme e dei generi, in rapporto soprattutto alle categorie di realismo, modernismo e postmodernismo, cfr. R. Donnarumma, “Storie vere”: narrazioni e realismo dopo il postmoderno, in Contarini (a cura di), Letteratura e azienda, cit., pp. 39-60. Più in generale cfr. G. Simonetti, I nuovi assetti della narrativa italiana (1996-2006), in «Allegoria», 57, 2008, pp. 95-136.

8 A. Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro, Milano, Chiarelettere 2016.

9 F. La Porta, Albeggia una letteratura postindustriale, in V. Spinazzola (a cura di), Tirature 2000. Romanzi di ogni genere: dieci modelli a confronto, Milano, il Saggiatore, 2000, pp. 97-105.

10 Scrive Zygmunt Bauman: «qualunque fosse, tra le sue molte virtù, quella che il lavoro aveva elevato al rango di principale valore dei tempi moderni, la sua meravigliosa, o meglio magica, capacità di dare forma all’informe e durata al transitorio si stagliava su tutte. Grazie a tale capacità, si poté assegnare al lavoro un ruolo prioritario, finanche decisivo, nell’ambito della moderna ambizione di soggiogare, imbrigliare e colonizzare il futuro al fine di sostituire il caos con l’ordine e la causalità con una sequela di eventi prevedibile (e dunque controllabile)» (Id., Modernità liquida [2000], trad. it. di S. Minucci, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 156. Cfr. anche, in senso critico, A. Gorz, Addio al proletariato. Oltre il socialismo [1980], Roma, Edizioni lavoro, 1992 e Id., Metamorfosi del lavoro [1988], Torino, Bollati Boringhieri, 1992, in particolare alle pp. 21-32.

11 Nonostante le differenze, talvolta anche vistose, credo che si possano leggere in questa prospettiva: E. Rea, La dismissione, Milano, Rizzoli, 2002; E. Nesi, Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia, Milano, Bompiani, 2004; G. Fazzi, Ferita di guerra, Roma, Gaffi, 2005; S. Baldanzi, Figlia di una vestaglia blu, Roma, Fazi, 2006; C. Piersanti, Il ritorno a casa di Enrico Metz, Milano, Feltrinelli, 2006; L. Rastello, Piove all’insù, Torino, Bollati Boringhieri, 2006; A. Ferracuti, Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia, Einaudi, Torino, 2013; G. Falco, Ipotesi di una sconfitta, Torino, Einaudi 2017. Sebbene indirettamente, l’idea di pensare il lavoro in rapporto al significato che aveva nel passato mi sembra testimoniata anche da molti romanzi che rappresentano impieghi precari e contesti lavorativi contemporanei diversi dalla fabbrica. Cfr. infra nel testo.

12 G. Allegri, Re UBI per una nuova società. Reddito di base, innovazione, tempi di vita, in G. Mecozzi, G. Allegri (et alii), Reddito garantito e innovazione tecnologica. Tra algoritmi e robotica, Trieste, Asterios, 2017. Il saggio fornisce numerosi puntuali riferimenti bibliografici sulla questione del reddito universale di base (idea, come spiega Allegri, ben diversa dal reddito di cittadinanza).

13 Lo aveva già intuito Gramsci nei primi anni Trenta: cfr. Id., Argomenti di cultura. Americanismo e fordismo, in Id., Quaderni dal carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, vol. II [nono quaderno: 1932], pp. 1143-1144. Per la letteratura italiana, cfr. soprattutto: D. Fioretti, Carte di fabbrica. La narrativa industriale in Italia (1934-1989), Pescara, Tracce, 2013. Sebbene piuttosto mediocre (per ammissione dello stesso autore), uno dei romanzi che mette meglio in luce questi aspetti è Tempi stretti (1957) di Ottiero Ottieri. Durissimo e straordinario il brano di Fortini sul sabbiatore: «Per nove ore al giorno quegli uomini e quelle donne non esistevano. Il lavoro alla macchina è mostruoso come uno sfregio […]. C’è contraddizione fra la tendenza a fornire possibilità culturali qualificanti e l’esistenza forzata di un lavoro non qualificato […]. Avevo sempre creduto retorica l’espressione di Vittorini (“il genere umano operaio”) e invece è vera». Il brano continua narrando appunto le degradazione dell’uomo nel lavoro meccanico e poi l’incontro drammatico tra il poeta (impotente, «umiliato dall’umiliazione altrui») e il sabbiatore («Disse qualcosa, ma era ancora astratto, ancora nel regno fragoroso dello strumento, nella realtà di quelle pareti oscure»), in Id., Diario di un giovane borghese intellettuale, in «Il Politecnico», dicembre 1947, ristampato con alcune significative modifiche e con il titolo Il sabbiatore (1947-1992) su «L’immaginazione», 95, aprile 1992, pp. 2-3, ora in Id., Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, pp. 1260-1263.

14 Cfr. M. Revelli, Oltre il Novecento. La politica, le ideologie e le insidie del lavoro, Torino, Einaudi, 2001.

15 R. Bellofiore, Lavoro e modernità. A proposito di Burgio e di Revelli, in «L’ospite ingrato», 4-5, 2001-2002, pp. 365-384: p. 378. I libri che Bellofiore discute sono A. Burgio, Strutture e catastrofi. Kant Hegel e Marx, Roma, Editori Riuniti, 2000, e Revelli, Oltre il Novecento, cit. Cfr anche: A. Sen, La libertà individuale come impegno sociale, Roma-Bari, Laterza, 2007. Cfr. anche S. Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità a oggi, Venezia, Marsilio, 2002.

16 Ferracuti, Addio, cit., p. 7.

17 Ivi, p. 20.

18 Ivi, p. 6.

19 Nella terza e ultima parte del libro (Crisi nera), il lavoro (il diritto al lavoro) si contrappone alla salute (al diritto alla salute). Tra la fine del lavoro e l’inquinamento (l’entomologa Ilaria Negri «ha fatto uno studio sull’inquinamento del Sulcis utilizzando le api», si legge a p. 207), tra il tasso di disoccupazione giovanile di Carbonia-Iglesias, «il 73,9 per cento» (p. 143) e «il bacino dei fanghi rossi e degli scarti chimici» (p. 99) di Portovesme sembra esserci un nesso strettissimo.

20 Ferracuti, Addio, cit., p. 38.

21 “L’avere occhio e l’avere orecchio del buon armatore”, cfr. P. Atzeni, Tra il dire e il fare. Cultura materiale della gente di miniera in Sardegna, Cagliari, Cuec, 2007, citato in ivi, pp. 81-82.

22 In Addio, Raffaele Callia – responsabile del Servizio studi e ricerche della Caritas sarda – racconta che il sindacato ha perso la sua «matrice originaria, cioè il “mutualismo”, lo spirito di solidarietà tra lavoro e società», ivi, p. 143.

23 Ivi, p. 12. E. Rea, La dismissione, cit., p. 192 e p. 69. Lo sguardo retrospettivo, in Rea, traccia una teoria minima del romanzo che richiama alla mente quell’immaginario desueto della letteratura tracciato da Francesco Orlando (F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura: rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Torino, Einaudi, 1993). Rea: «La vita è un groviglio di contraddizioni (capirai!) e un romanzo è di necessità la storia di una perdita, la storia di qualcosa che prima c’era e poi non c’è più: una speranza, un sentimento, una donna, un mestiere, perfino una fabbrica. O addirittura un mondo, una civiltà, un costume, un’epoca. I romanzi sono inventari di cose perdute. E poiché, quando si perde qualcosa, si prova dolore, essi sono, generalmente, anche storie tristi, storie di dolori» (ivi, p. 367). Sul libro di Rea rimando al saggio di Ugo Fracassa (che lo legge a partire da Memoriale di Volponi), In luogo della fabbrica. Similitudini e paragoni dal «Memoriale» alla «Dismissione», in Contarini (a cura di), Letteratura e azienda, cit., pp. 75-88.

24 Ivi, p. 51.

25 Ivi, p. 54.

26 F. Fortini, Astuti come colombe, in «il menabò», 5, 1962, pp. 29-45, con lievi varianti in Id., Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Milano, il Saggiatore, 1965, ora in Id., Saggi ed epigrammi, cit., pp. 44-68: p. 54.

27 Cfr. G. Lukács, Per l’ontologia dell’essere sociale, a cura di A. Scarponi, Roma, Editori Riuniti, 1976-1981. Lukács discute il problema del lavoro (il lavoro come posizione teleologica; il lavoro come modello della prassi sociale; la relazione soggetto-oggetto nel lavoro) nel primo capitolo della seconda parte dell’Ontologia (ivi, vol. II, pp. 17-101). Questo capitolo, come spiega Alberto Scarponi, era stato originariamente pubblicato nel 1973 per l’editore Luchterhand. La prima esposizione organica dell’ontologia non è postuma ma risale a una conferenza del 1968, pubblicata nel 1969 (Cfr. G. Lukács, L’uomo e la rivoluzione, Roma, Editori Riuniti, 1973). «Lukács ha messo in evidenza la natura duplice, bifronte, della forma lavoro: esteriorizzazione del soggetto che opera, conversione in valore umano dell’accidentalità sfavorevole, ma anche – al contempo – alienazione, parcellizzazione, espropriazione, dominio del pratico inerte», E. Zinato, Il lavoro non è (solo) un tema letterario: la letteratura come antropologia economica, in Id., Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Macerata, Quodlibet, 2015, pp. 55-78: p. 64.

28 P. Levi, La chiave a stella, Torino, Einaudi, 1978, p. 40. La citazione in esergo si trova a p. 81. E ancora: «Il termine “libertà” ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro, e quindi nel provare piacere a svolgerlo» (ivi, p. 145). Nel saggio sopra citato, Emanuele Zinato ha messo attentamente in luce l’influsso che le idee di Levi sul tema dell’operatività dell’uomo hanno avuto su Philip Roth e in particolare su Pastorale Americana (1998). Cfr. anche P. Roth, Salvarsi dall’inferno come Robinson [1986], ora in P. Levi, Conversazioni e interviste (1963-1987), a cura di M. Belpoliti, Torino, Einaudi, 1997, pp. 84-93.

29 «Il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità […]. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà», K. Marx, Il Capitale. Critica dell’economia politica, Torino, Einaudi, 1975, vol. III, Il processo complessivo della produzione capitalistica¸ trad. it. di M.L. Boggeri, p. 1102. In Marx, in particolare nei Manoscritti economici e filosofici del 1844, troviamo espresse in forma dialettica l’idea che il lavoro sia l’essenza dell’essere umano (ciò che contribuisce a distinguerlo dalle altre specie animali) e l’idea che in una società capitalistica il lavoro conti soltanto in quanto espressione di forza-lavoro, in quanto astrazione. Dentro questa contraddizione dialettica si annida e cova per Marx, a partire soprattutto dall’Ideologia tedesca (composta tra il 1845 e il 1846), la possibilità di nuove forme sociali e cioè la possibilità della rivoluzione. Nel mondo antico il lavoro è tuttavia in rapporto alla vita privata e non a quella pubblica. Cfr. P.F. Palumbo, L’organizzazione del lavoro nel mondo antico e altri saggi, Roma, Europa, 1967 e più in generale V. Tranquilli, Il concetto di lavoro da Aristotele a Calvino, Milano-Napoli, Ricciardi, 1979. Come nota acutamente Hannah Arendt, nel mondo antico gli schiavi non rappresentano attraverso il loro lavoro gratuito un interesse solo economico, ma rappresentano anche «il tentativo di escludere il lavoro dalle condizioni della vita umana», Ead., Vita activa. La condizione umana [1958], trad. it. di S. Finzi, Milano, Bompiani, 1991, p. 61. Sul rapporto tra lavoro, piacere e fatica cfr. anche H. Marcuse, La dialettica della civiltà, in Id., Eros e civiltà [1955], trad. it. di L. Bassi, Torino, Einaudi, 1964, pp. 115-138. «Le fonti e le risorse psichiche del lavoro, e la sua relazione con la sublimazione, costituiscono uno dei campi più trascurati della teoria psicoanalitica» (ivi, p. 120).

30 Il primo considera il lavoro come il mezzo attraverso il quale legittimare il possesso della proprietà e sul quale fondare la società civile, cfr. J. Locke, Due trattati sul governo [1690], a cura di B. Casalini, Pisa, Pisa University Press, 2010. Il secondo considera il lavoro come espressione naturale dell’uomo e come attività essenziale alla produzione di valore e ricchezza (anche in un regime di divisione del lavoro), cfr. A. Smith, Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni [1776], trad. it. di F. Bartoli, Milano, Mondadori, 1977. Per quanto riguarda la dialettica hegeliana, efficacemente, Fortini: «Il lavoro, – e anche il lavoro “artistico”, dal bricolage dei cosiddetti primitivi all’artigianato medievale e rinascimentale fino al moderno scrittore seduto al suo personal – è una sequenza di operazioni mediante le quali il Servo si difende dalla morte e, in prospettiva, si emancipa», Opus servile, in «Allegoria», I, 1989, pp. 1-15, ora in Id., Saggi ed epigrammi, cit., pp. 1641-1653: p. 1645. Cfr. anche il racconto Padrone e servo [1895] di Tolstoj.

31 Cfr. M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1904-1905], trad. it. di P. Burresi, Firenze, Sansoni, 1977. Cfr. anche A. Tilgher, Homo faber. Storia del concetto del lavoro nella civiltà occidentale [1929], Bologna, Boni, 1983, libro annotato anche da Antonio Gramsci in Quaderni dal carcere, cit., vol. I [primo quaderno: 1929-1930], p. 92.

32 M. Weber, Sociologia della religione [1920], a cura di P. Rossi, Milano, Edizioni di comunità, 2002. Cfr. anche A. Zaretti, Religione e modernità in Max Weber. Per un’analisi comparata dei sistemi sociali, Milano, Franco Angeli, 2003 e V. Mele, Lavoro e soggettività in Georg Simmel e Max Weber, in M.A. Toscano (a cura di), Homo instabilis. Sociologia della precarietà, Milano, Jaca Book, 2007, pp. 937-969.

33 V. Guerrazzi, Vita operaia in fabbrica. L’alienazione, Genova, Edizioni Nuove Proposte, 1972; Id., Nord e Sud uniti nella lotta, Padova, Marsilio, 1974; T. Di Ciaula, Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud, Milano, Feltrinelli, 1978; A. Natella, Come pesci nell’acqua inquinata, Milano, Librirossi, 1978. Cfr. C. Panella, Scritture di rabbia e scritture di desiderio. La letteratura italiana di fabbrica degli anni Settanta, in N. di Nunzio, M. Troilo (a cura di), Lavoro! Storia, organizzazione e narrazione del lavoro nel XX secolo, Roma, Aracne, 2017, pp. 53-66.

34 Faussone è difatti «l’antitesi dell’operaio fordista intercambiabile, forza lavoro anonima», D. Meneghelli, Gli operai hanno ancora pochi anni di tempo? Morte e vitalità della fabbrica, in «Narrativa», 31-32, 2010, pp. 61-74: p. 64. Cfr. anche A. Sangiovanni, Tute blu. La parabola operaia nell’Italia repubblicana, Donzelli, Roma, 2006. Ne è del resto consapevole lo stesso Levi: lo si vede bene leggendo il capitolo intitolato «Clausura», in La chiave a stella, cit., pp. 10-26.

35 Una riflessione di Primo Levi, qui, mi sembra molto puntuale: «Il rapporto che lega un uomo alla sua professione è simile a quello che lo lega al suo paese; è altrettanto complesso, spesso ambivalente, ed in generale viene compreso appieno solo quando si spezza: con l’esilio o l’emigrazione nel caso del paese d’origine, con il pensionamento nel caso del mestiere», P. Levi, L’altrui mestiere [1985], Torino, Einaudi, 2006, p. 12.

36 G. Falco in P. Chirumbolo, Letteratura e lavoro, cit., p. 192. Ipotesi di una sconfitta (2017) conferma questa previsione.

37 A. Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…, Torino, Einaudi, p. 58.

38 Contarini, Raccontare l’azienda, cit., pp. 7-24: pp. 10-11.

39 R. Donnarumma, “Storie vere”, cit., p. 44. «Il realismo è sempre una retorica […] una retorica che vuole si guardi al di là di essa, una lente che non deve attirare l’occhio su di sé, ma, al contrario, scomparire» (ivi, p. 45).

40 F. Farci, Lavorare per vivere, non per morire, Iglesias, 2010.

41 Ferracuti, Addio, cit., pp. 58-59.

42 Ivi, p. 219.

43 Ivi, p. 241.

44 Talvolta, è innegabile, ci sono delle vere e proprie banalizzazioni e cadute di stile: «Ha capito subito che c’è sempre uno scambio reciproco, impari sempre qualcosa durante gli incontri, un po’ come quando leggi i libri, c’è sempre un insegnamento, qualcosa che resta, dopo» (ivi, p. 151); «in certe ore c’è un silenzio che grida» (ivi, p. 158); «“Vedi, lo scrittore è spesso un personaggio stravagante – dice, – in molti casi è uno che non tiene i piedi per terra, sta con la testa per aria, confonde la realtà e l’immaginazione, e vive in maniera insopportabile la normalità”. Annuisco. Mi pare una costatazione inoppugnabile, ne so qualcosa, insomma» (ivi, p. 179); «questa esperienza bellissima e terribile che è la vita» (ivi, p. 180); «Chi è povero ha un cuore, pensa all’altro» (ivi, p. 186); «Dietro di lui i tomoni di tutti gli studi universitari, una biblioteca scientifica austera, fatta di annali e riviste» (ivi, p 200); «queste nemiche delle mosche, quelle del Capitale di cui scriveva il grande Volponi» (ivi, p. 209).

45 L’espressione “reale invisibile” allude al mondo interiore, alla rappresentazione di quanto appunto è reale e però invisibile. Cfr. V. Baldi, Reale invisibile. Mimesi e interiorità nella narrativa di Pirandello e Gadda, Venezia, Marsilio, 2010. Fortini spiegava l’osservazione di Ottiero Ottieri – chi conosce il mondo industriale tace e chi non lo conosce ne parla – sottolineando l’importanza decisiva, la serietà assoluta, del lavoro: «la serietà assoluta dei processi produttivi e delle loro implicazioni sociali […] è tanto grande da imporre alla metafora letteraria un livello molto arduo». Aggiungeva, però, subito dopo, che «l’industria non è un tema, ma è la manifestazione del tema che si chiama capitalismo. E tanto più quanto maggiore è la importanza extramurale dell’industria capitalistica moderna», Fortini, Astuti come colombe, cit., p. 53. L’importanza extramurale dell’industria: a partire da questa prossimità crescente tra l’industria (e implicitamente il lavoro) e il mondo della vita, «la difficoltà di parlarne [dell’industria]», per Fortini, «non differisce in nulla dalla difficoltà che si trova a voler veramente parlare di qualcosa di vero» (ibidem).

46 Mi rifaccio qui in parte alla mia recensione di Addio uscita su «Allegoria», 76, II, 2017.

47 Per quanto citate espressamente da Ferracuti come modelli esemplari di narrazioni impegnate e civili, le opere di autori come Dickens, Zola e Steinbeck mi sembrano appunto costruite in modo molto diverso rispetto ad Addio.

48 Cfr. S. Zatti, Il modo epico, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 5. «Connesso con l’idea di epica è il concetto di inizio, di origine, di racconto delle cose prime. A epico è legata infatti l’idea di gesto, o testo fondatore: ciò che fissa in forma mitica le origini di una civiltà», ivi, p. 15.

49 Ferracuti, Addio, cit., p. 83.

50 Ivi, p. 117.

51 Cfr. G. Lukács, Teoria del romanzo [1920], trad. it. di F. Saba Sardi, Milano, Garzanti, 1974. Su questi aspetti cfr. anche S. Givone, Il bibliotecario di Leibniz. Filosofia e romanzo, Torino, Einaudi, 2005, in particolare il capitolo terzo («La storia della verità»), pp. 32-48. Mancano inoltre altri elementi chiave dell’epica: lo stile sublime, la ripetizione di formule espressive, la presenza di forze sovrumane.