«Giovanni e le mani» – «Agonìa di Natale»
Storia editoriale e riflessioni critiche
a partire dalle testimonianze d’Archivio

1.

I due titoli che caratterizzano l’unico romanzo di Franco Fortini – Agonìa di Natale, pubblicato tra «I coralli» Einaudi nel 1948, fu riedito come Giovanni e le mani nel 1972 – sono indizio di un retroscena editoriale tormentato e per certi versi contraddittorio, le cui tappe fondamentali sono documentate da una ventina di lettere della cospicua corrispondenza tra Fortini e alcuni collaboratori einaudiani (Elio Vittorini, Cesare Pavese e Italo Calvino). Perlopiù inedite e conservate presso l‘Archivio Einaudi di Torino e in numero minore presso l’Archivio della Biblioteca Umanistica dell’Università di Siena,1 le missive risalgono ai mesi tra novembre 1946 (quando il romanzo a detta dell’autore era quasi ultimato) e la vigilia della pubblicazione, gennaio 1948. Altre due testimonianze significative sono tarde (marzo 1972) e preliminari alla seconda edizione.

Ripercorrendo il non breve né pacifico iter editoriale di Agonìa di Natale, si individuano alcuni episodi di sicuro rilievo critico (oltre al cambiamento di titolo, la richiesta negata di un dettaglio dell’Apocalisse di Dürer per la copertina), che paiono ancora più significativi se messi in relazione con il contenuto di una scheda di presentazione-recensione anonima pubblicata sul 14° numero del «Bollettino d’informazioni Einaudi» (10 febbraio 1948).2 Il fatto che quest’ultima, intitolata emblematicamente Un romanziere invernale, si soffermi con puntualità e precisione – seppure sinteticamente e in chiave divulgativa – su alcune ragioni essenziali dell’opera a livello ideologico, strutturale, stilistico e intertestuale tenderebbe di per sé a suggerire quanto è confermato da cinque lettere del carteggio Fortini-Calvino: i contenuti della scheda si devono principalmente a Fortini. Del resto l’autore fece il possibile per garantire una degna promozione al proprio romanzo, anche forzando le consuetudini e i tempi di lavorazione della casa editrice come documentano alcune lettere a Pavese e a Calvino dell’autunno 1947 (complice anche la recente delusione per l’insoddisfacente fortuna critica di Foglio di via, uscito tra i «Poeti» Einaudi nel 1946). Da ciò si comprende meglio l’importanza e l’utilità del «Bollettino» quale canale di comunicazione culturale e veicolo di un discorso finalizzato a una ricezione ottimale dell’opera.

Agonìa di Natale è la «storia di una sconfitta» di un uomo che fa della propria malattia un «pretesto per sottrarsi ai richiami della volontà o della coscienza» (così in Un romanziere invernale). La ricostruzione della vicenda editoriale è di particolare interesse anche in quanto il romanzo, focalizzandosi su una tragedia individuale nel contesto della tragedia postbellica collettiva, suscitò l’attenzione – e la reazione – di non pochi critici e testate. Le più importanti riserve, talora veri attacchi polemici, furono di carattere ideologico e incentrate sugli elementi decadenti o irrisolti dell’opera, dissonanti rispetto alle istanze ottimistiche dominanti allora nella cultura della sinistra italiana.3 Spostando invece lo sguardo sui contributi più recenti, si nota che il romanzo è stato uno dei lavori fortiniani meno studiati.4

 

2.

Procedendo dunque all’esame delle testimonianze epistolari, si premette che all’altezza della prima missiva Fortini collaborava con la casa editrice da poco più di un anno. Vi era stato introdotto da Vittorini, che, forte della fiducia e del sostegno economico di Giulio Einaudi, aveva fondato a Milano «Il Politecnico». Fortini ebbe un ruolo fondamentale nella redazione del periodico, e a Vittorini, in virtù del rapporto di collaborazione e fiducia, consegnò Foglio di via, pubblicato nel maggio 1946.

Quando decise di lavorare direttamente per la casa editrice come traduttore e revisore,5 Fortini entrò in contatto con Pavese, figura chiave dell’Einaudi. La lettera inaugurale del carteggio,6 attribuibile al novembre 1946, contiene un primo annuncio del romanzo, presentato con il titolo originario: «aspèttati poi il mio romanzo breve, che è quasi finito e si intitola Giovanni e le mani».7 Alcuni mesi dopo Fortini consegnò la prima (l’unica?) redazione a Vittorini, punto di riferimento e amico oltreché attento alle voci, specie se fuori coro, di giovani narratori. Nei primi di giugno 1947 Vittorini, scrivendogli da Parigi, lo incoraggiò a migliorarla:

Il tuo racconto lungo mi va. Ma credo dovresti lavorarci ancora prima di pubblicarlo. Non posso dirti da qui che cosa mi sembri ancora incompleto. Sarebbe lungo e io non posso scrivere lettere: tanto più da una Parigi dove mi sono ammalato il giorno dell’arrivo […]. È nella prima parte che occorre qualcosa d’altro. Ma aspetta il mio ritorno prima di riprenderlo. Dovrò dirti molte cose. La parte svizzera dovrebbe essere, mi sembra, più sviluppata.8

Nessuna delle testimonianze di cui dispongo lo documenta, ma è molto probabile che Fortini abbia messo in pratica il suggerimento di ampliare alcune parti del romanzo – o «racconto lungo», con Vittorini –, data la fase ancora iniziale e incerta della sua carriera di scrittore e la fiducia riposta nell’interlocutore. Anche le date avallano questa ipotesi: un mese trascorse prima che il dattiloscritto definitivo giungesse a Einaudi (sempre tramite Vittorini, come documenta una lettera del 7 luglio 1947).9 Il romanzo fu approvato: il favore (con riserve) di Pavese ebbe la meglio sul parere negativo di Natalia Ginzburg10 – insieme a Vittorini, principali responsabili della collana narrativa «I coralli».

L’iter editoriale, seguito da Pavese nelle fasi di realizzazione del libro e da Calvino in quelle di promozione, fu affrontato da Fortini con particolare apprensione. Deluso e reso diffidente da quello che gli sembrò un insuccesso di critica di Foglio di via,11 insistette per una rapida pubblicazione e per prendere parte attiva nella cura del servizio stampa: «vorrei occuparmi anche del servizio stampa perché insomma il libretto non seguisse la triste sorte di Foglio di Via»; «non vorrei che il Giovanni andasse alla prossima legislatura»;12 «Sul Giovanni e le mani non vorrei proprio uno scarabocchio»; «vorrei che il libro […] non fosse seppellito nel silenzio generale – non se lo merita».13

Il «vorrei» è un vero ritornello delle lettere di fine estate-autunno 1947. Pavese, con l’attento scrupolo che dedicava a ogni pubblicazione, si fece tramite tra Fortini e Einaudi (arbitro finale unico) di molte questioni, anche pratiche, relative a Giovanni e le mani. Tuttavia le risposte alle richieste di Fortini furono, per volontà di Einaudi, perlopiù negative,14 e culminarono con l’irritazione di Pavese per l’invasione di campi tradizionalmente di competenza dell’editore.15 Alcune delle proposte respinte, e in particolare quelle inerenti alla veste tipografica del libro, sono però di particolare interesse ai fini di un discorso critico sull’opera. Nella lettera citata del settembre 1947, Fortini chiedeva una copertina di suo «gusto»: «un dettaglio in rosso su bianco o in bianco su rosso di un legno della Grande Apocalisse di Dürer» (con riferimento alle quindici xilografie che Albrecht Dürer realizzò per un’edizione dell’Apocalisse di San Giovanni tra il 1496 e il 1498). Einaudi glielo negò, così come respinse, sempre tramite Pavese, la successiva proposta di illustrare personalmente la copertina.16

Nel giro di un mese Fortini scoprì che il titolo stesso scontentava alcuni collaboratori einaudiani. Agonìa di Natale nacque allora, un po’ all’improvviso e forzatamente, per sostituire Giovanni e le mani, come si legge in una risentita lettera a Pavese del novembre 1947:

Piati mi sono giunti a Milano contro il titolo di Giovanni e le mani; io avevo pensato a un titolo un po’ cubista ma anche neutro e non compromissorio. Mi sembrava poco banale. Una voce torinese non firmata mi ha fatto giungere quei piati. Pensa e pensa m’è venuto un altro titolo. L’ho sottoposto a Vittorini e a Giulio ed è stato approvato senz’altro. Si tratta di

AGONIA DI NATALE

Meglio se con accento grave sull’i (agonìa) e con la majuscola a Natale […]. Tutto questo, sarebbe stato possibile dirmelo quando sono venuto a Torino ma allora né Natalia né Calvino né Balbo me ne hanno detto nulla.17

In concomitanza con il cambiamento di titolo Fortini iniziò a corrispondere con Calvino, impiegato nell’ufficio stampa. Un leitmotiv delle lettere (una decina) che si scambiarono tra dicembre 1947 e gennaio 1948 è rappresentato proprio dall’insoddisfazione, se non dall’insofferenza, per il nuovo titolo, che Fortini percepiva come fastidiosamente imposto. A Calvino che gli scriveva «preferivo il primo titolo»,18 Fortini rispondeva: «che il primo titolo fosse migliore del secondo ne sono convinto quanto te».19 In un paio di altre lettere a Calvino, Fortini lo stravolgeva beffardamente: «Quando dunque esce sta benedetta Agonìa di Pasqua»;20 «Ti accludo un elenco di persone alle quali gradirei fosse inviata Allegria di Natale».21

In quest’ultimo nucleo di missive si collocano importanti indizi relativi alle schede su Poesia ininterrotta e Agonìa di Natale pubblicate nei numeri 13° e 14° del «Bollettino d’informazioni» Einaudi.22 Calvino il 18 dicembre 1947 affidò a Fortini la scheda su Éluard, in programma per gennaio:

puoi farci un pezzetto per presentare l’Eluard sul «Bollettino»? Una cartella, scritta semplice, che possano riportare i giornali di provincia ed orienti i librai. Firmata o non firmata, come preferisci.23

In una lettera fortiniana non datata si legge: «tra qualche giorno ti manderò una pagina su Poesia ininterrotta».24 La scheda Eluard trova nuove parole all’amore fu collocata, anonima, in apertura del 13° «Bollettino» datato 10 gennaio 1948. Il 17 gennaio Calvino fece eco alla propria richiesta di un mese prima, con una missiva contenente informazioni importanti per l’attribuzione di Un romanziere invernale:

Seguiamo sempre le tue recensioni. Il pezzo sull’Eluard andrà molto bene. Se non sono indiscreto ti chiederei di far lo stesso per Agonìa. Io non ho avuto ancora il tempo di leggerlo e avrei bisogno d’un pezzo al più presto. Mi riservo di recensirlo con più calma sull’«Unità» di Torino. Ma se ti secca, non fa niente, provvederò lo stesso.25

Dalla risposta di Fortini «ti mando degli appunti per l’Agonìa, non il pezzo»,26 si deduce che la scheda pubblicata nel «Bollettino» del 10 febbraio 1948 e riportata qui in appendice fu un lavoro a quattro mani a partire da «appunti» di Fortini. Calvino aggiunse molto probabilmente ex novo il paragrafo di presentazione dell’autore come «una delle personalità letterarie più note della giovane generazione cresciuta “dentro” il ventennio», ma gli altri contenuti della scheda si devono con ogni probabilità a Fortini. Una conferma ulteriore è consegnata da un paio di testimonianze tarde, preliminari alla seconda e ultima edizione del romanzo, caratterizzata come si è visto dal recupero del titolo originario Giovanni e le mani e arricchita dalla nota prefatoria di Giovanni Raboni.

A proporre la ristampa fu Fortini in una lettera a Calvino del 2 marzo 1972, ricca di dati interessanti – alcuni dei quali già noti (l’accoglienza poco incoraggiante della prima edizione da parte di non pochi intellettuali di sinistra, qui rappresentati da Giansiro Ferrata; e il fastidio dell’autore per l’”imposizione” del titolo «assurdo» Agonìa di Natale) e altri nuovi (il «premaoismo molto curioso» scorto nel romanzo da qualche anonimo lettore degli anni settanta, in contrapposizione al «kafkismo» preponderante agli occhi di molta critica negli ultimi anni quaranta;27 e l’ambigua attribuzione a Vittorini del titolo originario e prediletto Giovanni e le mani):28

Ti scrivo per chiederti di far ristampare Agonìa di Natale. Quelli che l’hanno letto ora dicono che è molto bello. Lo credono sinceramente. Il kafkismo se ne va e c’è, nella seconda metà, un premaoismo molto curioso.
Per rispondermi di no, usa qualche precauzione. L’età si fa sentire.
“Agonìa” uscì alla vigilia delle elezioni del 1948. Mi ricordo che Ferrata lo trovava troppo pessimista. […]
Quel titolo assurdo (“Agonìa di Natale”) mi fu imposto dalla Casa editrice. Forse da te. O da Pavese. O dalla Natalia. Cioè, dovetti proporlo in fretta perché non gradivano il primo titolo che era vittoriniano: “Giovanni e le mani”. Ma come era meglio!29

Calvino, nella risposta del 15 marzo 1972, accetta con entusiasmo la proposta di ristampare il romanzo, e con l’occasione rievoca alcuni particolari di una vicenda editoriale che aveva seguito in prima persona e molto da vicino:

Ottima idea ripresentare Agonia di Natale; anche a Torino (da sondaggio telefonico) mi sembrano d’accordo. Lo rileggerò nel mio prossimo soggiorno a Torino dove ne conservo un raro esemplare. Il mio ricordo è soprattutto atmosferico: paesaggio e stile. (E ricordo anche una tua autorappresentazione su un bollettino ciclostilato che allora facevo io, in cui delineavi un filone invernale della prosa italiana). Ricordo che io preferivo molto il titolo Giovanni e le mani (titolo che fu definito, mi pare da te, cubista) ad Agonia di Natale.30

Più della predilezione per il titolo originario (già espressa nella lontana lettera citata del 3 dicembre 1947), e più dell’indicazione degli elementi “atmosferici” («paesaggio e stile») del romanzo come dei più longevi nella memoria di Calvino, nel passo riportato colpisce la definizione di Un romanziere invernale quale «autorappresentazione» dell’autore, che dissipa ogni dubbio sulla paternità della scheda pubblicata nel «Bollettino».

 

3.

L’esame delle testimonianze chiarisce dunque che Calvino offrì a Fortini un’occasione di presentare autonomamente il proprio romanzo nel «Bollettino» Einaudi – così come aveva fatto, poco prima, per la traduzione Poesia ininterrotta. Se Un romanziere invernale è qui pubblicato integralmente e sarà in seguito commentato, vale la pena soffermarsi ora rapidamente su un paio di punti salienti della storia editoriale (il senhal del titolo prediletto Giovanni e le mani e il dettaglio dell’Apocalisse richiesto invano per la copertina), entrambi allusivi all’Apocalisse di San Giovanni.

Alle riflessioni critiche suggerite da questi elementi è indispensabile premettere qualche minima coordinata biografica: si ricorda che la persecuzione razziale che colpì ripetutamente la famiglia Lattes e l’impossibilità di riconoscersi nell’Ermetismo (componente fondamentale della cultura fiorentina degli anni Trenta) spinsero Fortini a intraprendere percorsi di formazione alternativi, tra i quali spiccano la collaborazione alla controcorrente e antiermetica «Riforma letteraria» di Giacomo Noventa e Alberto Carocci e l’accostamento alla Chiesa valdese, presso la quale chiese il battesimo nel 1939.31 Agli stessi anni risale la rilettura appassionata della Bibbia (già uno dei «testi davvero decisivi» della sua infanzia)32 e durante l’esilio svizzero la meditazione religiosa si intrecciò con le prime letture marxiste. Significativa la testimonianza autoriale di un cinquantennio dopo: «Credo che di tutto questo un segno si legga nel mio primo libro di versi e, più tardi, in Giovanni e le mani […] meglio che nella mia pubblicistica di allora».33

Nel romanzo si nota una fruttuosa interazione tra la prospettiva dialettico-marxista conquistata nell’esilio svizzero e nel dopoguerra, e la visione millenaristico-religiosa radicata dalla crisi religiosa giovanile. Una chiave di lettura di tipo storico-sociale è evocata direttamente dalla perentoria noticina premessa dall’autore:

ci importa moltissimo che la malattia di Giovanni abbia avuto, abbia o sia per avere uno o più nomi e significati, storicamente e socialmente individuabili.34

Il morbo incontrastabile e la morte del protagonista Giovanni Penna sono innanzitutto, con Raboni, metafora del «lento, ambiguo, amaro dissolversi della borghesia».35 Raboni nota anche che il «versante più attuale» e «profetico» della metafora, nonché «insostituibilmente preliminare» all’«insostituibile discorso [fortiniano] degli anni sessanta-settanta», è la «specifica identità nozionale […] fra rivoluzione e resurrezione della carne». La prefigurazione di una rivoluzione-resurrezione è veicolata nel romanzo da metafore apocalittiche, come quelle che si concentrano nella profezia di guarigione collettiva da parte dell’emarginato e derelitto dottor Milone:

Forse un giorno […] i più malati, e più decrepiti fra noi, sentiranno un sangue nuovo come il latte correre nelle vene e la malattia lasciarli per sempre, […] e il mondo tornare limpido e fresco. Questo è il contenuto di molte canzoni e molti libri.36

Un corredo di metafore apocalittiche, «archetipo per l’immaginario di tipo escatologico»,37 era già presente in Foglio di via, e ritorna nella produzione successiva di Fortini. Questo immaginario ricorre nella lettera di Maria, che come Milone indica la possibilità di una guarigione, in questo caso però individuale e accompagnata dal coraggioso proposito di iniziare con Giovanni un cammino comune d’amore e devozione:

E ora ti scrivo col cuore felice e ti dico che se tu vuoi, io voglio vivere insieme a te fino agli ultimi giorni. Non ho nessuna paura della malattia […]. Vorrei essere vicina a te […]. Che cosa importa che tu sia ammalato. Tu guarirai, guarirai…38

Il caso personale del protagonista, che non comprende l’invito alla fratellanza di Milone e ignora il messaggio salvifico di Maria autocondannandosi a una tragica morte solitaria, ha suggerito un’altra possibile chiave di lettura. Se è vero quanto osserva Pagnanelli («le tematiche psicologiche […] quanto sono più rimosse, tanto più significano»),39 è possibile infatti scorgere nell’opera un riferimento autobiografico. Già Berardinelli aveva letto la malattia innominata, la solitudine volontaria e la morte semi-volontaria di Giovanni Penna come una «resa dei conti con il morbo più sottilmente insidioso e micidiale ereditato dagli anni fiorentini»,40 e Pagnanelli, riprendendo tale prospettiva alla luce dei paradigmi junghiani, vide adombrata nel romanzo:

l’antica cerimonia dell’iniziazione (alla vita dell’adulto), una rinascita che non può avvenire se non dopo una specie di morte (che uno scrittore può cogliere nella sua opera o in un suo personaggio).41

Una transizione-iniziazione, quindi, simbolo di un possibile riscatto, attraverso la morte del protagonista, dagli errori e dall’isolamento in parte cercato e in parte subito da Fortini negli anni giovanili; premessa (e promessa) di un rinnovato impegno etico-morale.

Quest’ultima chiave di lettura psicologica e individuale condivide con quella politico-sociale, che riguarda i “destini generali”, la prospettiva di una trasformazione radicale attraverso una morte e una resurrezione simboliche, davvero centrale nel romanzo se Fortini tentò invano di alludervi anche attraverso il paratesto del libro. E a Giuseppe Del Bo che polemizzava contro la «storia di una morbosa decadenza» (non vedendo nel testo altro che l’abbandono compiaciuto e acritico dell’autore al resoconto del decorso di una malattia fisica e morale) Fortini fece notare il carattere in verità chiaroscurale del romanzo, il cui senso profondo va oltre il caso singolo del protagonista, ma scaturisce dalla contraddizione tra quest’ultimo e gli esempi moralmente positivi incarnati dalla «pura Maria» e dall’«umano Milone»:

Chi può dire, come dici, che tutto il libro non sia altro che la storia di una morbosa decadenza? […] c’è il tentativo di una solidarietà fra i miserabili, di un soccorrerli, […] come dice Milone […]; c’è soprattutto tutta l’allegoria della salute e della purezza e santità e possibilità di riconciliazione umile e non trionfante con la realtà «francescana» della lettera di Maria: che è il vero senso del libro.42

Se nella concezione dell’autore il senso del romanzo non si esauriva nella morte del protagonista, gli spiragli di speranza aperti fuggevolmente da Maria e Milone non si serravano alla chiusura del libro.43 La vicenda di Giovanni, vittima colpevole di una tragedia personale che poteva essere evitata, si poneva innanzitutto come esempio negativo agli occhi di tutti coloro (compreso lo stesso Fortini) che, avendo la medesima possibilità di scelta, avrebbero imboccato con una maggiore consapevolezza la via opposta della responsabilità e dell’altruismo («l’amore di Maria e le parole del dottor Milone […], gli rivelano, troppo tardi, ciò che avrebbe potuto essere la sua vita e che sarà, forse, per altri», da Un romanziere invernale).

 

Note

1 Nel fascicolo n. 1263, cartella n. 83 della serie «Corrispondenza con collaboratori italiani» dell’Archivio Einaudi (d’ora in poi AE, depositato presso l’Archivio di Stato di Torino) è conservata un’ingente mole di lettere e documenti allegati (pareri di lettura, schemi di lavoro, relazioni, appunti vari), per un totale di 1235 fogli. Se integrati con un nucleo meno cospicuo di lettere conservate presso il senese Archivio Fortini (d’ora in poi AFF, dove la corrispondenza inviata e ricevuta è suddivisa in cartelline ordinate alfabeticamente), tali documenti consentono di ricostruire un rapporto di collaborazione editoriale che impegnò Fortini come scrittore, traduttore e intellettuale a tutto campo dal 1946 alla morte. Ringrazio Walter Barberis per l’autorizzazione a consultare i documenti einaudiani e Luisa Gentile che mi ha accolta presso l’Archivio torinese. Quanto a quello senese, la mia gratitudine va a Luca Lenzini e a Elisabetta Nencini per la grande disponibilità. Aggiungo ancora che le lettere delle sezioni qui considerate dei carteggi di Fortini con Vittorini, Pavese e Calvino sono edite in minima parte (E. Vittorini, F. Fortini, Lettere scelte 1947-1965 e allegati, a cura di E. Nencini e G. Nava, in «L’ospite ingrato», III, 2000, p. 211; C. Pavese, Lettere 1945-1950, a cura di I. Calvino, Torino, Einaudi, 1966, p. 166; I. Calvino, F. Fortini, Lettere scelte 1951-1977, in «L’ospite ingrato», I, 1998, p. 111; I. Calvino, Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, Milano, Mondadori, 2000, pp. 206, 210, 1154-55).

2 Del «Bollettino» ciclostilato curato da Calvino tra 1947 e 1948 si parlerà oltre. Qui anticipo che Luca Baranelli ha gentilmente messo a disposizione dell’AFF i rari numeri 13° (10 gennaio 1948) e 14° (10 febbraio 1948) del ciclostilato, contenenti rispettivamente una presentazione di Poesia ininterrotta di Paul Éluard tradotta da Fortini, e una di Agonìa di Natale. Questi rari documenti contribuiscono alla ricostruzione delle prime fasi della lunga collaborazione tra Fortini e la casa editrice, che coincidono con il suo esordio di scrittore e traduttore. Presso Einaudi Fortini pubblicò infatti la prima raccolta di versi (Foglio di via, 1946); la seconda traduzione dal francese (Poesia ininterrotta, 1948, certo più determinante nel panorama letterario italiano e nel percorso intellettuale dell’autore rispetto alla prima, da G. Flaubert, Un cuore semplice, Roma, Lettere d’oggi, 1942); il romanzo (Agonìa di Natale, 1948); la prima traduzione dal tedesco, in collaborazione con la moglie Ruth Leiser (A. Döblin, Addio al Reno, 1949).

3 Significativamente le maggiori riserve provennero in parte dagli stessi intellettuali che avevano aderito con entusiasmo ai saggi critici fortiniani pubblicati nel «Politecnico», edito fino al dicembre 1947. Semplificando molto, sulla base della nutrita rassegna stampa conservata nell’AFF, presentano ragioni di sfavore i pur corposi e articolati interventi di: G. Petrocchi, Franco Fortini comunista a metà, in «La fiera letteraria», 12 marzo 1948, che rimprovera all’autore la rinuncia a una diretta polemica antiborghese per un eccesso di letterarietà; M. Mazzocchi, Fortini narratore, in «L’Italia socialista», 27 marzo 1948, che nota un «andamento a scatti» della narrazione, riflesso dello schematismo del protagonista («casuale, irrisolto, inutile») contrapposto alla maggiore «vitalità narrativa» di Maria; G. Del Bo, Ogni giovane ha la sua storia, in «Avanti!», 14 aprile 1948, che sottolinea nel romanzo «un messaggio di sfiducia anziché un’accusa critica»; R. Zorzi, Agonia di Natale, in «Mondo Nuovo», 9 maggio 1948, che parla addirittura di una «retorica del dimesso e del peccato», di un’«indagine rimasta in superficie», di «una verità sofisticata e di comodo». Più positivi i giudizi di: F. Virolia in «La voce repubblicana», Roma, 1948; L. Serravalli, Pagine invernali di Franco Fortini, in «Corriere del Po», 22 febbraio 1948; L. Lischi in «Ragguaglio librario», marzo 1948; P. Santarcangeli, Agonìa di Natale, in «L’idea liberale», 9 ottobre 1948; e il più autorevole E. Cecchi in «L’Europa», luglio 1948, poi con il titolo Due romanzi brevi, in Id., Di giorno in giorno: note di letteratura italiana contemporanea (1945-1954), Milano, Garzanti, 1977 (I ed. 1954), pp. 54-56, che riconosce a Fortini «il cervello e il polso di chi sa il fatto suo», seppure con un (non troppo velato) sospetto di «estetismo»: «Senza nessuna intenzione di mettere innanzi un’ipotesi insidiosa […], vorrei pur chiedere se, in fondo […], non sia anche, […] identificabile sotto aspetti di una certa novità letteraria, una dose di “estetismo”». Anche il secondo per autorevolezza E. Falqui, Uno strano realismo, in «L’illustrazione italiana», 28 novembre 1948, poi in Id., Tra racconti e romanzi del Novecento, Messina-Firenze, D’Anna, 1950, pp. 258-262, parla di «manifestazioni estetizzanti», ma attribuisce a Fortini una «maniera più vigilata» rispetto ad altri narratori contemporanei e un «accento così severo da meritar distinzione».

4 Come afferma Luca Daino, Agonìa di Natale è «uno dei lavori fortiniani […] su cui i critici si sono meno esercitati. Eppure, al momento della prima uscita non ebbe scarsa fortuna» (Fortini nella città nemica: l’apprendistato intellettuale di Franco Fortini a Firenze, Milano, Unicopli, 2013, p. 138). Tra i critici che, nell’ambito di studi più ampi, dedicarono un’analisi più o meno sintetica anche al romanzo troviamo innanzitutto A. Berardinelli, Franco Fortini, Firenze, La Nuova Italia, 1973, pp. 37-39 (questa prima monografia su Fortini è resa più autorevole dal fatto che fu scritta sotto la sua supervisione come attesta un gruppo di sei lettere di Berardinelli a Fortini del biennio 1971-1972, conservate in AFF, scatola II, cartellina 28, numeri d’archivio 4-9). Un decennio dopo R. Pagnanelli, Fortini, Ancona, Transeuropa, 1988, pp. 25-28, ci consegna una persuasiva lettura junghiana del romanzo; e più recentemente anche P. Jachia, Franco Fortini: un ritratto, Civitella val di Chiana, Zona, 2005, pp. 51-57, si sofferma sull’opera fortiniana, a suo parere non pienamente riuscita per la mancanza di una «precisa definizione formale». Infine Luca Daino, che rispetto ai precedenti dedica all’opera un’analisi più estesa, avvalora la chiave di lettura proposta originariamente da Berardinelli («romanzo della fine dell’adolescenza», p. 38) e ripresa da Pagnanelli (p. 25) alla luce della «traiettoria intellettuale compiuta fino a quel momento da Fortini» (Daino, Fortini nella città nemica, cit., p. 137). Fondamentale, infine, la prefazione di Giovanni Raboni alla seconda edizione (Giovanni e le mani, Torino, Einaudi, 1972, pp. VII-IX), che mette a fuoco il legame essenziale tra l’opera giovanile e il discorso fortiniano degli anni Sessanta-Settanta.

5 Lo attesta una lettera di Giulio Einaudi a Fortini datata 30 giugno 1946 (AFF, scatola F1 V, cartellina 2, num. arch. 1).

6 Sul carteggio Fortini-Pavese (19 lettere tra editoriali e non, perlopiù inedite, sparse tra l’AE, il senese AFF e il torinese Centro Studi Gozzano-Pavese) rimando a E. Arnone, Lettere con Casa Einaudi: Franco Fortini e Cesare Pavese, in Dall’altra riva: Fortini e Sereni. Atti del seminario svoltosi presso l’Università di Losanna il 10 maggio 2017, a cura di F. Diaco e N. Scaffai, Pisa, ETS, «Quaderni sezione italiano», in corso di stampa. Per l’affascinante e controversa figura di Pavese editore e organizzatore culturale rinvio a: M. Lanzillotta, La parabola del disimpegno: Cesare Pavese e un mondo editoriale, Rende, Università della Calabria, Centro editoriale e librario, 2001; la scelta di lettere editoriali di Pavese, Officina Einaudi. Lettere editoriali 1940-1950, a cura di S. Savioli, Torino, Einaudi, 2008; il recente bilancio di G.C. Ferretti, L’editore Cesare Pavese, Torino, Einaudi, 2017.

7 AE, numero d’archivio 10. L’annuncio è inserito quasi en passant tra più impellenti rivendicazioni di pagamenti arretrati e impegni inevasi, dovuti agli strascichi di una paralizzante crisi economica dalla quale la casa editrice si stava lentamente riprendendo. Sulla crisi, strettamente legata all’impresa editoriale del «Politecnico», si veda la ricostruzione puntuale e documentata di L. Mangoni, Pensare i libri: la casa editrice Einaudi dagli anni Trenta agli anni Sessanta, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 246-83.

8 La lettera autografa, conservata in AFF, si legge in Vittorini, Fortini, Lettere scelte 1947-1965, cit., p. 211.

9 Vittorini vi sosteneva l’opportunità di pubblicare Giovanni e le mani in quanto «novità», pur con «difetti». Per ottenere una risposta tempestiva avvertiva che, in caso di rifiuto, Fortini si sarebbe rivolto a Bompiani. La lettera di Vittorini a Einaudi è pubblicata in E. Vittorini, Gli anni del «Politecnico». Lettere (1945-1951), Torino, Einaudi, 1977, p. 125.

10 I pareri editoriali si leggono in Mangoni, Pensare i libri, cit., p. 416, nota 412. La Ginzburg si esprimeva senza mezzi termini, come in gran parte dei suoi giudizi di lettura: «A me non piace, io sono contraria […]. La struttura […] è governata molto straccamente. Mi pare una storia senza nessun sugo, mi sono annoiata a morte mentre la leggevo». Per il giudizio più favorevole di Pavese, cfr. infra.

11 La recensione di maggiore rilievo era stata quella di Calvino, allora ventitreenne, «Foglio di via» di Franco Fortini, in «L’Unità», 14 luglio 1946, poi in Id., Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995, I, p. 1057.

12 I due frammenti sono ricavati da una lettera di Fortini a Pavese della prima metà di settembre 1947 (AE, 27).

13 Questi ultimi frammenti provengono da una lettera di Fortini a Pavese dell’ottobre 1947 (AE, 38).

14 Già il 15 settembre 1947 Pavese avvertì Fortini in questi termini: «Per quanto dici sulla veste tipografica e sul servizio-stampa, credo che urterai nella gelosia di Einaudi che in questi due campi vuole muoversi con la massima libertà» (AE, 31, in Pavese, Lettere 1945-1950, cit., p. 166).

15 Pavese non risparmiò a Fortini un’energica lettera di rimprovero (AE, 48), alla quale Fortini rispose in toni anche più acuminati (AE, 49). Per la polemica che segnò lo scambio epistolare tra i due, rimando agli atti del convegno losannese cit. supra.

16 Il diniego di Einaudi è documentato dalle lettere di Pavese a Fortini AE, 40 e 48.

17 AE, 47.

18 3 dicembre 1947, AE, 21, edita in Calvino, Lettere 1940-1985, cit., p. 206.

19 6 dicembre 1947, AE, 22.

20 AE, 53.

21 AE, 50.

22 Il «Bollettino», ciclostilato, fu ideato nel 1946 per ospitare schede informative delle novità librarie. Iniziò a uscire, a cura di Calvino, il 23 aprile 1947. Dal 1° numero al 16° e ultimo del 23 marzo 1948, crebbe per dimensioni, tiratura e importanza dei contributi, firmati dai collaboratori einaudiani oppure anonimi. Attingo questi dati da Mangoni, Pensare i libri, cit., p. 347; e dal saggio di L. Baranelli, Italo Calvino redattore editoriale, originato da una relazione letta presso il torinese «Circolo dei lettori» il 5 maggio 2017 e ancora inedito. Vi si ritrae l’eclettica figura di Calvino redattore dai primi contatti con la casa editrice nel 1942 agli anni Ottanta, sulla base di una ricca documentazione in parte inedita.

23 AE, 54. La lettera è edita in Calvino, Lettere 1940-1985, cit., p. 210.

24 AE, 53.

25 AE, 61.

26 AE, 50.

27 Il primo dei molti che qualificarono il romanzo come «kafkiano» fu proprio uno dei più tempestivi lettori einaudiani: Pavese, che in un parere editoriale datato 17 luglio 1947 (non sfavorevole nonostante un’idiosincrasia apertamente dichiarata) scriveva: «Antipatica l’insistenza sulle cose tristi e schifose, ma notevole il senso simbolico che questo mondo assume, specie verso la fine. È chiaramente Kafkiano; la malattia è la condizione umana, la colpa originaria» (Mangoni, Pensare i libri, cit., p. 416, nota 412).

28 Nessun’altra testimonianza a me nota attribuisce a Vittorini il titolo Giovanni e le mani; e si ricordi che Fortini, scrivendo a Pavese nel novembre 1947, aveva presentato tale titolo come propria ideazione («io avevo pensato a un titolo un po’ cubista ma anche neutro e non compromissorio», AE, 47, cit.).

29 La lettera (AE, 797) è edita in Carteggio Calvino-Fortini, cit., p. 111.

30 La lettera di Calvino a Fortini è conservata in fotocopia presso l’AFF e edita in Calvino, Lettere 1940-1985, cit., pp. 1154-55.

31 Per gli anni giovanili rinvio a Luca Lenzini, Cronologia, in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, Milano, Mondadori, 2003, pp. LXXV-LXXXVI.

32 Fortini parla delle letture fondamentali della sua giovinezza nell’intervista con P. Jachia, Leggere e scrivere, Firenze, Nardi, 1993, pp. 11-42 (la cit. è a p. 37). La prima Bibbia letta da Fortini fu la Riveduta del teologo svizzero Giovanni Luzzi, edita dalla Società Biblica Britannica e Forestiera di Roma nel 1927; mentre conobbe la Vulgata solo «da vecchio» (ivi, p. 22). La Riveduta si legge nella biblioteca digitale Intratext all’indirizzo http://www.intratext.com/ixt/ita0169/ (Roma, Èulogos, 2007). Per una campionatura di lessico e metafore biblici nella poesia e nella saggistica fortiniane si veda D. Dalmas, La protesta di Fortini, Aosta, Sigma, 2006.

33 Fortini, Jachia, Leggere e scrivere, cit., p. 37.

34 Fortini, Giovanni e le mani, cit., p. 3.

35 Raboni, Nota, cit., pp. VII-VIII, dove sottolinea, tra l’altro, la «durezza metaforica» del romanzo.

36 Fortini, Giovanni e le mani, cit., p. 109.

37 Lo rileva Luca Lenzini in Da un seminario su «Foglio di via», nel suo volume Un’antica promessa. Studi su Fortini, Quodlibet, Macerata, 2013, p. 98. Lenzini riflette sul significato delle metafore apocalittiche adottate in Foglio di via anche nell’Introduzione premessa a F. Fortini, Tutte le poesie, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2014, pp. V-XI.

38 Fortini, Giovanni e le mani, cit., p. 129. La personale catarsi di Maria avviene sullo sfondo simbolico di un paesaggio naturale assimilabile a quello altrettanto pacificato e luminoso contemplato da San Giovanni nella nuova Gerusalemme. Con le parole di Maria: «C’è un bosco, poi un pendìo verso il fiume, un canneto e poi l’acqua […]. Erano delle mattine chiarissime e molto luminose di giugno […] ogni cosa era nitida e pulita» (ivi, p. 128); e con quelle di San Giovanni: «[l’angelo] mi mostrò il fiume dell’acqua della vita, limpido come cristallo […] d’ambo i lati del fiume stava l’albero della vita» (Ap., 22,1-2).

39 Pagnanelli, Fortini, cit., p. 26.

40 Berardinelli, Franco Fortini, cit., p. 38. In questo senso Agonìa di Natale sarebbe il «romanzo della fine dell’adolescenza».

41 Ivi, pp. 25-26. Il critico precisa poi che questa «trasformazione» pare non del tutto riuscita per un’eccessiva «programmazione “esterna”».

42 Fortini a Del Bo, 16 marzo 1948. Quando scrisse la lettera, Fortini aveva già invitato Del Bo a stemperare le punte di denuncia politica della sua recensione (cit. supra), allora inedita, e alla quale Fortini si riferiva in questi termini: una «critica in capite et membris […], che mette in discussione anche la dignità, la posizione storica e insomma la “buona o la mala fede” […] della persona criticata!»; aggiungendo polemicamente: «nessuno scambierebbe quel libro per un libro da raccomandarsi su “Rinascita” o da vendersi alle sezioni». La lettera è edita con il titolo Giovanni e le mani in F. Fortini, Un giorno o l’altro, a cura di M. Marrucci e V. Tinacci, Macerata, Quodlibet, 2006, pp. 49-51.

43 «A libro chiuso l’immagine di Maria resiste nella memoria» notava Muzio Mazzocchi (Fortini narratore, cit).