Compagni e maestri

Luca Baranelli, Compagni e maestri, Quodlibet, Macerata 2016, pp. 102.

Prima di cominciare, invochiamo la Musa. In un articolo su Pasolini del ’92 Fortini ebbe a scrivere che, nonostante le brucianti divergenze, li accomunava l’idea di «una società che non vuole padri, se non dopo avere incontrati dei fratelli, né maestri se non dopo avere riconosciuti dei compagni». Compagni e maestri dunque – e magari, con Meneghello, rigorosamente «piccoli». L’ordine di successione implica una priorità morale, e un’idea di società. Compagni e maestri è il titolo del libro involontario di Luca Baranelli, che un gruppo di amici, insieme all’editore Quodlibet, ha deciso di dedicargli per festeggiare i suoi ottant’anni.

Baranelli è stato redattore all’Einaudi dalla primavera del 1962 al 1985 e poi alla Loescher fino al 1994. Ha inoltre dedicato a Italo Calvino diversi lavori: un Meridiano che raccoglie le sue lettere (2000), un’accurata Bibliografia (2007) e un libro ancora più recente che mette insieme le interviste dello scrittore (2012). L’ultima sua fatica è la cura del carteggio Cases-Timpanaro già uscito in una terza edizione riveduta e ampliata (2015). Adesso, dopo una vita professionale spesa nel confezionare i «libri degli altri», si vede recapitare tra le mani un volumetto a sua firma. Vi sono raccolti sette scritti usciti su riviste e volumi collettivi in un arco di tempo che va, di massima, dal 2004 al 2015 – fatti salvi due articoli antecedenti, che risalgono al 1982 e al 1996.

Ma quali sono i compagni che l’autore si è scelto? Elenchiamoli: Leone Ginzburg, Raniero Panzieri, Sebastiano Timpanaro, Italo Calvino, Renato Solmi, Piergiorgio Bellocchio e Gianni Sofri. Eccetto Ginzburg, si tratta sempre di figure con cui Baranelli ha intrattenuto, e in alcuni casi ancora intrattiene, rapporti diretti di conoscenza e amicizia. Ed è in fin dei conti proprio questo angolo visuale privilegiato, che conferisce all’autore, innanzitutto ai suoi stessi occhi, il diritto di parlarne.

Il ritmo mentale degli articoli sembra sostenuto da un’impronta di metodo che chiamerei volentieri “erodotea”, per cui si può sapere veramente solo ciò che si è visto e conosciuto in presa diretta. Appare in questo senso rivelatrice la tipicità di alcuni incipit, nei quali Baranelli prende per mano il lettore, guidandolo in modo ordinato e lineare: «Ho conosciuto Piergiorgio a Torino», oppure «La mia conoscenza di Calvino è avvenuta», e ancora, ma stavolta con un filo di tristezza, «l’ultima volta che ho visto Renato Solmi». Nell’unico caso in cui non si è data conoscenza personale diretta abbiamo comunque un inizio che si incide sempre sullo stesso solco, e con una chiarezza addirittura paradigmatica: «Quel che sappiamo di Leone Ginzburg lo dobbiamo soprattutto alle testimonianze di chi ebbe il privilegio di conoscerlo» (i corsivi sono miei). Tale abito mentale, teso a ricostruire con passione e acribia contesti umani e culturali che rischiano di dissolversi o di essere mistificati, si riflette per intero nel primo di questi scritti, dedicato a Leone Ginzburg. In questo caso, con l’aiuto di una testimonianza della moglie Natalia, l’autore prova a ristabilire la reale portata del lavoro immane che Leone si sobbarcò, inizialmente da solo, per la nascita della casa editrice Einaudi. Un ruolo fondamentale che rischia di essere disconosciuto. Ancora una volta si parte dagli inizi; in questo caso addirittura dalle origini. È come se Baranelli volesse mostrare la giusta riconoscenza postuma verso chi ha reso possibile, in una situazione impervia, quell’esperienza gloriosa che poi altri, incluso lui, hanno continuato. Non si tratta tanto di incensare una figura intellettuale, quanto piuttosto di valorizzare quelle tensioni morali e sociali emancipatrici che all’epoca informarono la condotta di migliaia di uomini, e che devono essere consegnate a chi verrà dopo.

Di Ginzburg allora si sottolinea l’amore per il lavoro impeccabile e per i libri ben fatti. La capacità di battersi, allo stesso tempo e con la stessa forza, per la libertà di tutti, ma anche per una corretta definizione delle parole in un abecedario per bambini. In un ideale rovesciamento del Dizionario dei luoghi comuni flaubertiano vediamo polverizzarsi le risibili confusioni fra «cammello» e «dromedario» o fra «chiocciola» e «lumaca», perché sostiene Leone: «è inutile che i bambini imparino cose sbagliate».

Ristabilire alcune verità storiche in modo esatto: ecco la stella polare di questi scritti. Ma l’organicità, tanto profonda, quanto involontaria, del volume si può desumere anche altrove.

Come i fuochi di un’ellisse, sono due i centri attorno a cui ruotano le traiettorie del libro. Si tratta di due deflagrazioni sentimentali e politiche entrambe luttuose, seppur in modo diverso. Esse si scandiscono nel giro di un anno, e orientano l’esperienza umana e professionale di Baranelli. Sono momenti in cui il giovane intellettuale, che a meno di trent’anni si affaccia su una svolta esistenziale complicata, varca idealmente la sua conradiana linea d’ombra. Il primo evento si colloca nell’ottobre del 1963, quando Einaudi blocca la pubblicazione del libro sull’immigrazione meridionale a Torino, commissionato da Panzieri a Goffredo Fofi, e curato redazionalmente da Solmi e Baranelli. Si tratta di un punto cruciale, sul quale si torna più volte, e che avrà come conseguenza, fra l’altro, il licenziamento dell’amico Solmi. L’altro buco nero che si spalanca sotto le pagine terse e cristalline del libro è il fantasma di Raniero Panzieri. Sempre in ottobre, stavolta nel ’64, arriva la morte prematura di Panzieri. Il fatto che lo stesso lungo passaggio della bella lettera indirizzata due giorni dopo da Baranelli a Timpanaro ritorni in due scritti diversi, è coincidenza involontaria, ma non certo “casuale”. Di un uomo straordinario come Panzieri vengono ricordate tante cose. Si citino, a mo’ d’esempio, questi frammenti: Raniero «rideva e sorrideva» sempre. E poi: di lui qualcuno aveva detto che era «pazzo», perché voleva «rovesciare la prassi». Panzieri diventa lo specchio di un’impasse dolorosa, che diventerà col tempo sempre più invasiva e generalizzata: l’impossibilità di tenere assieme analisi teorica e prassi. Ed ecco la rosa che Baranelli porge all’amico scomparso, alla fine della sua lettera: «E in questa contraddizione, o meglio in questo salto fra analisi e intervento, Raniero ha finito per consumarsi».

Per verificare la tenuta del binomio fra soggettività dello sguardo e pietas storica, si possono scorrere con profitto le pagine su Calvino, a proposito del quale possiamo apprendere una serie di “dettagli”, talora minuti, ma sempre significativi. A partire dalla sua pavesiana laconicità, intesa come somma virtù, fino allo spiccato senso del comico. Assaporiamo la descrizione di un Calvino che cammina rapidamente, imponendo all’interlocutore un passo «ginnico-militaresco». Ma poi Baranelli ritorna sulla questione che più lo ha segnato, specificando quale fu la posizione di Calvino a proposito del libro di Fofi, e la condotta dello scrittore nei mesi immediatamente successivi. Come capita spesso in questi articoli l’ultima parola viene lasciata alla figura che sta al centro del saggio. In questo caso abbiamo la citazione di un bel passo di Calvino, che si scaglia contro la genericità della parola, elogiando l’uso preciso del linguaggio. L’esattezza – non siamo lontani dalle Lezioni americane – è un valore da custodire e tramandare. Il filo rosso con il ritratto di Leone Ginzburg appare evidente.

La citazione è un altro dei dispositivi chiave della scrittura di Baranelli. Non si tratta solo di strumentazione retorica, ma di una misura etica. La questione della testimonianza è in lui, lo abbiamo già visto, decisiva. Viene privilegiata in questo modo quella posizione di ascolto, che indica un profondo rispetto per il lavoro altrui, oltre che per il proprio. Abbiamo analizzato prima gli incipit di questi scritti. Ma va anche notato che le conclusioni, in diversi casi, si dipanano all’insegna delle parole di coloro che sono oggetto del saggio. È come se si volesse, cavallerescamente, cedere l’ultima parola. Sono strutturati così gli articoli dedicati a Solmi, a Sofri, a Calvino, a Timpanaro e, seppur in modo difforme, perfino a Bellocchio – l’articolo su di lui si chiude con la citazione dei suoi titoli.

Andando ben al di là di ogni miope egocentrismo, il Baranelli saggista vuole ricordarci il senso più intimo dell’espressione «compagno», condividendo fino in fondo con tutti il pane speciale della parola. Così facendo, ci consegna un immaginario, e molto ginzburghiano, lessico «editoriale», in cui sguardo “dal basso”, amore per i dettagli, e tensione etica si sciolgono di continuo e senza sforzo nel tono familiare di una conversazione garbata ma rigorosa. In una sola parola, civile.