il tema

John & Julio

Julio Cortázar, A passeggio con John Keats, Roma, Fazi, 2014


Se un editore non del giro grosso pubblica un libro come A passeggio con John Keats – oltre seicento pagine di doppia ed esuberante genialità, quella di John e quella di Julio, che s’incontrano e dialogano sulla poesia, sull’esistenza e sul mondo – la cosa migliore che può succedergli è che nessuno ne parli. Raccapricciante invece il pensiero del destino più ovvio: che ne parlino gli specialisti, siano essi di Cortázar o di Keats. Potete immaginare cosa scriverebbero, non è vero? Sono certo che potete, e allora perché preoccuparsene? E poiché anche voi – ne sono certo – siete stati o sarete giovani, ascoltate John e Julio che discorrono di the murmurous haunt of flies on summer eves, di Rimbaud e di Fanny,  di Siena e della grotta di Fingal, della brughiera di Hampstead e di Rilke, della Barcaccia di Bernini padre e di Burns, di visione e di creazione, all’infinito… Forse sarà allora come se, di citazione in citazione e di traduzione in traduzione, in John si specchiasse il futuro di Julio e questo avesse scritto e commentato, insieme alla vita e alla poesia di John, tutti i vostri e nostri possibili, postumi e indicibili futuri.

Nonostante Gramsci

Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento, Macerata, Quodlibet, 2016, pp. 191.

 

L’Italia si conferma «paese senza». Oltre che «paese senza eroi», secondo una recente e felice formula, sembra essere anche paese senza teorici. Più precisamente: senza teorici letterari gramsciani. L’ultimo stimolante lavoro di Marco Gatto si intitola Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento. In esso si ricostruiscono cinquant’anni di incontri mancati fra marxismo letterario e pensiero gramsciano. Seguendo una scansione cronologica, che si dispiega dalla fase post-bellica degli anni Cinquanta agli anni Novanta del trionfo postmoderno, vengono passate in rassegna diverse figure di critici ascrivibili all’area marxista tra cui Angelo Romanò, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Carlo Muscetta, Alberto Asor Rosa, Franco Fortini, Romano Luperini, Leone De Castris. La specola attraverso la quale si conduce l’analisi è quella, sempre delicata, dei rapporti fra intellettuali e popolo, fra arte e società.  Un nodo teorico che non può essere impostato secondo la vetusta, eppure sempreverde, ottica idealistica dell’autonomia, ma che va inserito più correttamente nell’alveo di un’analisi materialistica della società e delle sue produzioni sovrastrutturali. Per Gramsci conoscere voleva sostanzialmente dire «il perenne modificarsi della teoria in relazione al perenne modificarsi della pratica». Continua la lettura

I nostri poeti

I nostri poeti. Antologia civile essenziale dell’Italia repubblicana, a cura di Stefano Guerriero, Roma, Edizioni dell’Asino, 2016

 

Stefano Guerriero ha curato un’agile antologia della poesia civile pubblicata in Italia a partire dal secondo dopoguerra. L’operazione non era certo facile, poiché la nostra poesia ha più volte esibito, lungo tutto il Novecento, un rapporto contraddittorio nei confronti della memoria collettiva, dei valori unanimemente condivisi, dell’identità nazionale. Ad apertura di secolo, com’è noto, campeggiano le parole di Gozzano; è il componimento Pioggia d’agosto che mina in profondità qualsiasi uso strumentale della poesia e rivendica la separazione di quest’ultima dalla retorica e dal patriottismo: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose» (con un uso delle maiuscole che è già tutto ironico). Ungaretti invece intitola due suoi testi rispettivamente Popolo e Italia. Il primo è, negli anni e significativamente, più volte rimaneggiato e il secondo spicca per l’apostrofe diretta all’Italia, ipotesi di una sublimazione dello sradicamento di un io esausto («E in questa uniforme / di tuo soldato / mi riposo / come fosse la culla / di mio padre»). Continua la lettura

Lontananze

Il volume “Come ci siamo allontanati”. Ragionamenti su Franco Fortini, pubblicato nel maggio 2016 dall’editore Arcipelago di Novara, è in gran parte costituito dalla rielaborazione degli interventi tenuti tra l’ottobre e il dicembre del 2014 a Milano, presso la Libreria Popolare di via Tadino, nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati da Paolo Giovannetti in occasione del ventennale dalla morte dell’intellettuale fiorentino. A questo nucleo originale, però, sono stati aggiunti gli articoli di due giovani studiosi fortiniani, affini per argomento e per taglio ermeneutico ad alcune delle precedenti relazioni. Continua la lettura

Il lavoro del poeta

Niccolò Scaffai, Il lavoro del poeta. Montale, Sereni, Caproni, Roma, Carocci, 2015.

 

Esperienze, letture, incontri, missive, «occasioni». Ma anche sviste, abbagli, «operazioni microscopiche e silenziose»:1 rimuginazioni. Dietro la poesia c’è tutto questo: sono le circostanze dell’esistenza – mediate attraverso la tecnica – a nutrire la scrittura, e a tenerla in piedi, come fili sottili ma impossibili da recidere. Lo sapeva bene Vittorio Sereni, che nel 1980, in un intervento dal titolo Il lavoro del poeta, esprimeva un senso di difficoltà nel definire “lavoro” un sistema così complesso e determinato dal caso. Lo sapeva Contini, che nel 1937 pubblicava Come lavorava l’Ariosto, il suo saggio sulle varianti ariostesche. Lo sa senz’altro Niccolò Scaffai, che nel suo ultimo libro – una raccolta di saggi uscita per Carocci nel 2015 – si concentra sul mestiere del poeta: nella sua materialità, nel suo legame con l’esistenza, nel potere condizionante delle esperienze. Lo sa soprattutto perché non si concede nessuna deviazione verso la critica biografica: secondo lo studioso, infatti, «la critica letteraria non è storia aneddotica né filosofia, non è riassunto né microscopia della forma. Né tantomeno è un’esternazione apodittica, basata su pseudocategorie che vorrebbero esprimere militanza»; al contrario, consisterebbe nella «ricerca del nesso tra esistenza ed espressione, attraverso gli strumenti propri dell’analisi letteraria».2 Continua la lettura

I Canti Orfici rivisitati

Ormai le ricorrenze1 sono una sorta di rituale ineluttabile per proporre “eventi” o iniziative che in genere giovano soltanto a chi li realizza, ed è tanto inflazionato il costume (in effetti ogni giorno è una ricorrenza) per cui forse un giusto omaggio ai celebrandi potrebbe esser quello di tacere, almeno per un giorno. Nel caso di Dino Campana e del centenario dei Canti Orfici (1914), però, oltre al solito convegno, all’Asor Rosa di rito e a una più che dovuta mostra alla Marucelliana di Firenze, si è registrata nel 2014 una felice eccezione, che si deve a Dino Castrovilli e altri aficionados del poeta: una edizione anastatica del libro (edita da Cronopio), tale da consentire al lettore comune di fruire dell’esatta riproduzione dell’originale stampato a Marradi, accompagnata dal cd con la lettura integrale dei Canti a opera di Claudio Morganti. Continua la lettura

Dodici apostati

Dodici apostati. Dodici critici dell’ideologia italiana, a cura di Filippo La Porta, Brescia, Enrico Damiani Editore e Associati, 2015, p. 128, € 15.

 

Se una dottrina religiosa, o anche solo un’ideologia, diventa silenziosamente dominante fino a restringere sempre più il campo del possibile, la sua negazione diventa un atto liberatorio: un movimento di partenza per aprire nuovi orizzonti di sviluppo. Nella raccolta di saggi Dodici apostati. Dodici critici dell’ideologia italiana (a cura di Filippo La Porta, Brescia, Enrico Damiani Editore e Associati, 2015), ciò che si presenta al lettore è questo: un rifiuto, godibile ma anche argomentato, dei riti della società culturale italiana dei nostri giorni. Continua la lettura

Majakovskij, la gloria eterna e la mistificazione

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi, Milano, Adelphi, 2015, pp. 284.

 

Inarrivabile cantore della Rivoluzione e padre del cubofuturismo sovietico, Vladimir Majakovskij è universalmente riconosciuto come uno dei poeti più acclamati e influenti del XX secolo. “Così grande e così inutile”, come egli stesso si definiva, la figura dell’autore georgiano, iconizzato ad aeternum in bronzee o marmoree pose celebrative, ha indubbiamente pesato come un macigno nella tradizione letteraria russa: lo ammette Pasternak, lo conferma la Cvetaeva, lo testimonia la mole di monografie a lui dedicate in mezzo mondo. Continua la lettura

Nicola Lagioia, «La ferocia»
Einaudi, 2014

Nicola Lagioia, La ferocia, Torino, Einaudi, 2014, pp. 418.

 

All’uscita di La ferocia di Nicola Lagioia, quasi un anno fa, avevo scritto in una breve recensione (sulla «Nuova Sardegna», 3 novembre 2014) che si trattava d’un romanzo importante, sfaccettato e preciso: destinato, probabilmente, a restare. Ripensandoci oggi, mi pare opportuno aggiungere qualche nota a quei ragionamenti, soffermandomi sulla sostanza letteraria del romanzo, magari prendendo piede da un discorso relativo, diciamo così, alla società letteraria. Se di quella scelta aggettivale ero, e resto, convinto, anche sull’altro fatto – quello della resistenza al tempo – forse ho indovinato: se è lecito fidarsi, in tal senso, del successo al Ninfeo di Villa Giulia. Mi rendo conto che parlare d’una possibile autorità del premio Strega schivando la coda di polemiche, spesso fatue, è cosa ardua. Ma forse ora, a qualche mese di distanza e ad animi meno caldi, si può nuovamente tentare di approssimarsi, pur brevemente, al problema. Continua la lettura

Letteratura come storiografia?
Un libro di Emanuele Zinato

E. Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana, Quodlibet, Macerata 2015, pp. 238.

 

Che cosa hanno in comune lavoro e letteratura? La famigerata “mutazione” antropologica è un fenomeno inevitabile o un evento storico reversibile? Il conflitto dialettico fra servo e signore è ancora categoria viva e attuale, o è stata definitivamente espunta da ogni griglia interpretativa? Sono queste solo alcune fra le domande che vengono in mente dopo la lettura dell’ultimo volume di Emanuele Zinato, Letteratura come storiografia? Mappe e figure della mutazione italiana. Continua la lettura

Trepido seguo il vostro gioco.
Antologia di sport e letteratura

Donatello Santarone, Tre­pido seguo il vostro gioco. Anto­lo­gia di sport e let­te­ra­tura, Bologna, Zani­chelli, 2015, pp. 250.

 

In questo libro, il cui titolo è tratto da un verso di Umberto Saba, indirizzato sia agli studenti sia a quanti siano appassionati di calcio e di sport in generale, Santarone coniuga le proprie conoscenze delle letterature europee e mondiali con la passione per il calcio e altri sport popolari quali ad esempio il ciclismo o la boxe. Continua la lettura

Resistenza e Neorealismo
Note su Gaspare De Caro, «Rifondare gli italiani?»

G. De Caro, Rifondare gli italiani? Il cinema del Neorealismo, Milano, Jaca Book, 2014, pp. 123.

 

L’ultimo libro di G. De Caro, Rifondare gli italiani?, è una storia non convenzionale del cinema neorealista italiano e dei suoi effetti sulla cultura e sull’immaginario collettivo del secondo dopoguerra. In quel contesto storico, una naturalis oboedientia, una servitù volontaria, permette – secondo de Caro- la rimozione dei traumi storici del fascismo e della guerra perduta: la cultura italiana viene ricodificata in termini di conciliazione e unità nazionale. Continua la lettura

Réflexions sur «Soumission»
Un roman poétique et populaire

Bouvard et Pécuchet lisaient Sand et Balzac, fort sérieusement d’après ce que nous conte Flaubert ; le personnage de Houellebecq, qu’on aurait tort de tout à fait confondre avec l’auteur, lit et apprécie profondément J. K. Huysmans, réputé beaucoup plus ennuyeux. Il essaie par là, comme tout vrai lecteur l’entendra, de pratiquer ce qu’on nomme communication littéraire, autrement dit « entrer en contact avec l’esprit d’un mort » (Soumission, p. 13) ; et peut-être avec nous qui la consommons, vivants, sous forme d’un livre qui fut – une première ! – téléchargé avant sa sortie, puis porté / exacerbé / englouti par les événements de janvier 2015 que l’on sait… D’emblée se trouve posé là un jalon important de l’entreprise romanesque de Houellebecq : retenir, sinon piéger, le public cultivé, a priori hésitant devant un récit aussi proche de l’actualité quant aux thèmes, aussi tenté par l’essai quant au traitement et, parfois, au style (développements réflexifs, dialogues didactiques, citations, etc.). Continua la lettura

«Pensare dal limite» di Massimo Cappitti
Recensione di Mario Pezzella

M. Cappitti, Pensare dal limite. Contributi di teoria critica, Arezzo, Zona, 2013.

 

I saggi raccolti in questo libro di Massimo Cappitti, Pensare dal limite. Contributi di teoria critica, pongono a confronto alcuni autori del “comunismo eretico” del ‘900 (come Luxembourg, Korsch, Montaldi) con la scrittura letteraria (Flaubert, De Lillo, Glissant), interrogando il rapporto tra narratività e pensiero politico. I differenti percorsi sono accomunati da una passione del molteplice, come s’intitola il capitolo centrale del libro dedicato a Canetti, e dalla riscoperta dei possibili indecisi e in bilico che caratterizzano un evento storico, prima che i vincitori del momento riescano a imporre la loro tradizione e la loro lettura a senso unico: «L’ordine dei significati appare rovesciabile e le concrezioni di senso – salde solo all’apparenza – perdono la loro presa, cosicché i possibili inespressi e latenti nelle pieghe della storia tornano, leibnizianamente, a rivendicare il loro diritto ad esistere» (Cappitti). Il significato di un evento non è dato una volta per sempre, ma si costituisce in una sorta di futuro anteriore, che proietta la luce selettiva delle lotte presenti sull’immagine irrigidita del passato. Continua la lettura

Autori e intenzioni

Roberto Talamo, Intenzione e iniziativa. Teorie della letteratura dagli anni Venti a oggi, Bari, Progedit, 2013, pp. 116, € 18,00.

Il recentissimo saggio di Talamo è un libro che va conosciuto almeno per due valide ragioni, per due qualità che aprono la sua destinazione a un pubblico vasto consentendone una doppia modalità di lettura. L’autore, infatti, riesce a distinguere e intrecciare due piani ugualmente necessari: da una parte quello della proposta teorica originale e militante, dall’altra quello della rassegna storico-critica. Si tratta, cioè, di uno studio che avanza sì delle ipotesi innovative ma che, allo stesso tempo, ripercorre quasi un secolo di riflessioni, riassumendo con precisione e lucidità un dibattito fitto di voci e punti di vista differenti. Tale strategia coniuga un’umiltà estrema a un’irrinunciabile dose di ambizione: l’obiettivo perseguito non è solo la ricostruzione di un enorme ambito di ricerca, bensì la definizione nitida della propria teoria per mezzo di una leale esplicitazione della propria genealogia, cioè attraverso un percorso che sottolinea somiglianze e differenze rispetto alle formulazioni precedenti. Continua la lettura

«Domani» di Velio Abati

Il libro di Velio Abati, Domani, pubblicato da Manni (Lecce, 2013), dal punto di vista del genere letterario è un romanzo. Vi si legge non solo una attenta e precisa ricostruzione di fatti storici accaduti fra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo, ma altresì la visione di una società, prevalentemente agraria, di tipo marxista. Tale lettura non si ha per volontà dell’autore, non si impone dall’esterno, non è ideologica; traspare dai fatti narrati, dai drammi vissuti dai protagonisti. Continua la lettura

I pareri di lettura di Franco Fortini

«Meglio peccare fortiter». Poeti e versificatori, ritardatari e aggiornatissimi nei pareri di lettura di Franco Fortini, a cura di M. Marrucci e V. Tinacci, Pisa, Pacini, 2013.

Con la doppia esperienza di occasionale e non professionale datore e ricevente di pareri su testi di poesia, leggo con curiosità un prezioso libretto dal titolo lunghissimo: «Meglio peccare fortiter». Poeti e versificatori, ritardatari e aggiornatissimi nei pareri di lettura di Franco Fortini. Edito in questo 2013 da Pacini (Ospedaletto di Pisa) – un’ottantina di pagine, in copertina una paginetta con una decina di nomi di poeti nella nitida grafia fortiniana e una sua foto da giovane (1948), chino e come in agguato, su un’Olivetti Lettera 32 (se non sbaglio) – è stato preparato da Marianna Marrucci e Valentina Tinacci. Le due studiose, già curatrici di Un giorno o l’altro, prima parte del suo «diario in pubblico», hanno attinto all’Archivio Franco Fortini dell’Università di Siena, che conserva ben 500 pareri di lettura da lui stesi per Mondadori, Il Saggiatore, Einaudi e Feltrinelli su testi – editi e inediti – di scrittori – noti o ignoti – attivi nel periodo che va dalla fine degli anni Cinquanta alla fine degli anni Ottanta; e hanno messo a disposizione dei lettori il materiale di una loro prima ricognizione, limitata alle opere di poesia.  Continua la lettura

La perseveranza. Sui versi di Cristina Alziati.

Più di due anni sono trascorsi dalla pubblicazione e a Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2011) seconda raccolta poetica di Cristina Alziati (la prima, A compimento, è del 2005), non sono mancati, nel frattempo, i riconoscimenti. Basterà ricordare l’importante Premio Pozzale – Luigi Russo, raramente attribuito a poeti; e del resto, fin dalla quarta di copertina del libro un autore affermato e competente come Fabio Pusterla dichiarava (e anche dichiarazioni del genere non sono frequenti): «Non vedo in Italia molti poeti in grado di tenere il passo di Cristina Alziati».

Neanch’io, lo dico subito, ne vedo molti. Ora, potrebbe anche darsi che Pusterla ed io – e numerosi altri che il libro hanno elogiato – non siamo ben aggiornati; ma credo proprio che il «passo» di Alziati colpisca davvero il lettore per la sua perentoria andatura, di chi sa dove vuole andare. E credo, anche, che questo avvenga perché chi ha scritto le poesie diCome non piangenti ha fatto i conti con se stesso, lucidamente, ma i conti li ha fatti anche con chi è venuto prima; ed ha saputo scegliere, quindi, i propri maestri. Continua la lettura

Emanuele Trevi, «Qualcosa di scritto»

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle Grazie, 2012, pp. 246.

L’immagine di copertina, una fotografia scattata nel 1969 da Elisabetta Catalano, è un segno, in certa maniera, emblematico: Laura Betti in posa, lo sguardo intenso e drammatico, si fa largo in primo piano. Leggermente discosto, un passo indietro, Pier Paolo Pasolini scruta lo spazio tra sé e l’obbiettivo, come fosse lui, e non la macchina, a osservare e forgiare l’immagine. A quella plastica della Betti, che determina la necessità di impadronirsi dello spazio, si contrappone la figura bidimensionale di Pasolini, quasi una sagoma di cartone, vagamente spettrale.

L’elaborazione grafica propone, accanto al titolo, un suggerimento di lettura: «La storia quasi vera di un incontro impossibile con Pier Paolo Pasolini». Il titolo, infine: «Qualcosa di scritto» è la formula con la quale Pasolini stesso – in vari luoghi, a partire dall’omonimo Appunto 37 – si riferisce a Petrolio. Che questo di Emanuele Trevi sia, come pare naturale credere, un libro – romanzo, divagazione, saggio? – su Petrolio è giusto solo in parte: e in quella, forse, più esteriore. Continua la lettura