Carteggio 1959-1993
Franco Fortini – Giovanni Giudici
Andrea Cavazzini

F. Fortini, G. Giudici, Carteggio 1959-1993, a cura di R. Corcione, Firenze, Olschki, 2019.

Il libro consiste in sessantasei lettere scambiate tra i due poeti, con l’aggiunta di estratti dai taccuini di Giudici che illustrano e spiegano il contesto delle singole corrispondenze. I materiali provengono dal Fondo Giovanni Giudici del Centro A.P.IC.E dell’Università degli Studi di Milano e dal Fondo Franco Fortini dell’Università degli Studi di Siena.

Le prime lettere sono in genere brevi: invii reciproci di poesie e di suggerimenti in vista del lavoro poetico. Dal 1963 (lettera di Giudici del 24 febbraio) cominciano le lunghe lettere di analisi critica della congiuntura letteraria, ideologica e politica, ma anche di studio del senso dell’istituzione letteraria e del fare poetico (non cessano però gli scambi di versi). Più lunghe e numerose in questo periodo sono le lettere di Giudici.

I due autori discutono anche della loro opera saggistica e delle collaborazioni con riviste quali «Quaderni Piacentini»; ricorrono riferimenti a Noventa, Vittorini, Lukács, Fanon, don Milani… Si comprende che l’amicizia e la solidarietà individuali si inseriscono progressivamente nella costituzione di un’area morale e politica, dei cui dibattiti e delle cui linee portanti rende conto la ricca prefazione del curatore Riccardo Corcione alle pagine 171 e seguenti.

Il 17 febbraio 1967, Giudici lamenta una «scarsa consuetudine» tra i due negli ultimi anni (p. 115): seguono numerose lettere, sempre di Giudici, che alludono a un allontanamento personale e ad un conflitto di natura politica e morale: il più giovane poeta fa riferimento ad una sua collaborazione con «l’Espresso» (p. 117) e all’insofferenza di Fortini a riguardo della sua «ironia» (p. 118).

Un lungo intervallo separa le lettere di Fortini tra il 13 agosto 1965 (p. 110) e il 3 gennaio 1970 (p. 124). Dalle lettere di Giudici apprendiamo che i contatti e le discussioni sono continuati per telefono, ma Fortini parla chiaramente di «distacco» (p. 125).

Le lettere successive contengono numerose poesie, e sulla poesia vertono ormai essenzialmente gli scambi tra i due autori; una lettera di Fortini del 29 maggio 1976 (p. 138) sembra esprimere un rimpianto per una prossimità umana ed etica ormai sostituita dall’affetto reciproco e dall’ammirazione per l’opera letteraria. L’ultima lettera di Fortini, già gravemente malato, è del 3 novembre 1993, e contiene una testimonianza di questa prossimità che pare assumere i contorni di uno scambio, e di una perdita, dell’identità. Una perdita che sembra congiungere un momento di smarrimento ed uno di agnizione, secondo un movimento non raro nell’ultimo Fortini:

Quando ho letto il finale di quella tua poesia dove parli di tua moglie [Sotto il volto, in Quanto spera di campare Giovanni, A.C.], mi è accaduto un fatto molto strano ma molto significativo. Al momento di passare dal sonno alla veglia ho avuto l’impressione di avere scritto io quei versi al fine di rappresentare (anche criticamente) Giovanni Giudici. Questo mi dava gioia grandissima. Ma appena un poco più sveglio mi rendevo conto, con sofferenza invidiosa, che quei versi non li avevo scritti io ma Giovanni Giudici medesimo (pp. 167-168).

Se Fortini dice, parlando delle proprie condizioni, che «l’avvenire non è sereno», la risposta di Giudici, del 16 novembre 1993, ultima lettera della raccolta, pare spostare l’ombra della malattia e della morte prossima verso un orizzonte storico divenuto cupo e disperato:

Potrebbe, del resto, amaramente consolarci il pensiero che nessuna serenità sia più possibile […] nella cupezza di un mondo maledetto da Dio che esso stesso, il mondo, ha maledetto e continua a maledire (p. 168).

Espressione di tensioni e di aspirazioni tanto pubbliche che private, cosa ci trasmette questa corrispondenza? Essa non documenta solo il rapporto (intenso ma difficile) di amicizia e di solidarietà di posizioni politiche e morali tra i due poeti, ma anche e principalmente la riflessione comune di due hommes de lettres sull’uso possibile di una vocazione – quella poetica, ma possiamo assumerla come una metonimia di tutte le vocazioni tendenti alle attività dello “spirito” – nel tempo del neocapitalismo.

In particolare negli anni Sessanta, gli scambi tra Fortini e Giudici, che divengono via via più conflittuali fino ad un raffreddamento significativo delle relazioni personali, hanno come centro di gravità una serie complessa di interrogativi: quale posizione autentica rimane per gli uomini della cultura nel mondo dell’industria culturale? Quale rapporto immaginare tra l’attività culturale e un’azione politica volta a rovesciare i rapporti capitalistici? Come evitare la sterilità di una cultura che si vuole autosufficiente e al tempo stesso la fuga in avanti degli avanguardismi politico-letterari? Non si deve dimenticare del resto che il sodalizio tra i due poeti nasce dal loro comune impiego in un ufficio dell’Olivetti, paradigma utopico della fusione tra cultura umanistica tradizionale e cultura industriale moderna, ma anche faro della produzione tecnologica d’avanguardia.

La situazione dialettica della poesia e dei poeti su cui si soffermano i due corrispondenti è la seguente: da un lato, l’industria culturale capitalistica tende a sussumere l’attività letteraria e intellettuale un tempo libera e a liquidarne l’autonomia eteronoma di cui essa godeva all’epoca borghese-classica; dall’altro, la stessa industria culturale ricostituisce e rafforza i privilegi e i poteri di quelli che essa seleziona come officianti del neoculto mercificato delle Lettere e dello Spirito. L’autonomia della mediazione intellettuale e artistica viene scambiata contro lo statuto di vedette e di faccendiere. Ne testimoniano queste note prese da Giudici nei suoi taccuini nel corso delle conversazioni con Fortini:

I letterati come [Citati] […] si affrettano a conformarsi alla parte di amministratori e recensori dei prodotti che il mercato domanda e che l’industria culturale (dominatrice, peraltro, del mercato) offre: si rifanno mentalmente agli alti valori dei “classici”, e si regolano “provvisoriamente” nella pratica su un universo di valori fittizi […]. “Non si preoccupano questi critici – dice F. – della direzione”. Competere con essi – dunque – su un piano di valori immediati, di prodotti, giudicati secondo criteri tradizionali è praticamente impossibile […]. Essi, come dirigenti di industria culturale, non potranno mai rivolgersi a opere di normale (o poco più) amministrazione ma rivolte nella giusta direzione dell’attacco al potere in virtù di una scelta ideologica preventiva operata dai rispettivi autori (19 aprile 1960, p. 172).

In queste note emerge una tematica: quella del valore dei prodotti e delle pratiche culturali, un valore che diventa un criterio obsoleto per l’industria culturale, ma a cui è importante non rinunciare in nome di un discorso unicamente sociologico e politico. Torna spesso infatti la meditazione sul valore in certo senso in sé, irriducibile alle norme della visibilità sociale, dell’attività poetica:

Pensieri sconsolati in una telefonata con F. Fortini, dalla quale emerge un comune convincimento che scrivere poesie (ossia cercare la verità) è l’unica cosa che resta o una – correggo io – delle poche (27 marzo 1960, p. 172).

L’affermazione del valore esistenziale della poesia e della cultura come “ricerca della verità” accompagna la tematica sociale e politica nelle riflessioni dei due autori, vi si intreccia senza ridurvisi introducendo pertanto un elemento di contraddizione dialettica.

Contraddizione perché, da un lato, la pratica autentica della poesia resta irriducibile alla logica del neocapitalismo; ma, dall’altro, affidare alla resistenza di una pura nobiltà dello spirito un significato esorbitante di opposizione già morale e politica significa di nuovo rifugiarsi nell’idea della cultura come consolazione criticata già da Vittorini (presenza costante nelle riflessioni di Fortini e Giudici in questa fase, assieme a quella di Noventa, per cui, com’è noto, «la poesia non ha tutti i diritti»).

Riprende la vita d’ufficio e i miei discorsi, ogni tanto, con Fortini. Questa mattina abbiamo parlato della collocazione sociale del letterato, ormai al servizio dell’industria (culturale e non) ovvero incarnato nella nuova figura dello “scrittore che vive del proprio lavoro”. In realtà, ho osservato, la situazione così com’è spiega la funzione per la quale il presente ordinamento sociale accetta l’uomo di lettere, il quale non ha altra alternativa che: a) l’accettazione del ruolo in cui la società capitalistica intende utilizzarlo; b) la rinuncia al mestiere delle lettere; c) la lotta senza speranza e puramente volontaristica e morale contro l’industria culturale così com’è espressa ecc. È evidente che è già una posizione di lotta scrivere cose – i versi – che la società esplicitamente non richiede e che – come materia di consumo dei leisure time – sono schiacciate dalla bassa fanteria (fumetti, roto ecc.) della moderna industria culturale (13 settembre 1960, p. 178).

La poesia racchiude (in quanto opera: ad un tempo prodotto e lavoro) un momento di alterità, Adorno direbbe di non identico, rispetto alle regole della società capitalista. Ma da solo questo non identico non può alimentare che una rivolta «volontaristica e morale», priva di prospettiva di trasformazione dei rapporti sociali.

Tuttavia, cancellare del tutto questo momento di alterità, negare questa consistenza o persistenza di un valore altro, significa accettare la logica del sistema neocapitalista e ridurre ogni strategia politica rispetto all’industria culturale a semplice gioco di potere e a tattica promozionale entro i rapporti vigenti. Una lettera di Giudici del 24 febbraio 1963 allude in questi termini ai «carrieristi alla Umberto Eco»:

Una delle funzioni obiettive dell’echismo poetico è di provocare una svalutazione del medium letterario al cospetto dei possibili destinatari, non solo e non sempre soltanto per svuotare l’intervento letterario di qualsiasi apprezzabile potere d’incidenza storica nel senso di un adempimento, di una marcia verso una verità globale, ma soprattutto per neutralizzarlo nel suo valore ontologico e per renderlo in definitiva sempre più disponibile e docile alle esigenze della sovrastruttura (il momento della moda, della produttività editoriale, il non leggere due volte lo stesso libro) […]. Laddove la classe antagonista aveva tentato senza successo la rozza carta dell’engagement, la classe dominante opera questo rilancio di engagement alla rovescia, all’insegna storica della ricompensa immediata (p. 83).

Un «valore ontologico» della poesia, associato al potere di questa di chiedere un «adempimento» al di là della soddisfazione immediata: appare qui, in termini espliciti e diretti, una visione del fare poetico e artistico che non è improprio associare alle posizioni di Fortini sulla funzione utopica o messianica (nel senso di Benjamin) dell’arte, espresse in saggi capitali quale Le mani di Radek. Pare però che Giudici formuli questa tematica in modo meno allusivo, già nella scelta dei termini invocando appunto l’Essere (quello singolare della poesia, ma forse anche quello trascendente cui la poesia darebbe accesso), fino a postulare una convergenza tattica paradossale con la Destra letteraria ermetica e simbolista:

Se l’insidia è nei confronti dello strumento letterario come tale e se l’insidia (anzi l’attacco) mira alla distruzione dello strumento letterario come forma razionale e storica di intervento, una giusta interpretazione politica della situazione dovrebbe concludere sulla necessità di scegliere la famosa maschera non nel guardaroba novissimo, ma nel guardaroba tradizionale (p. 84).

In una lettera di parecchi mesi posteriore, Fortini riprende polemicamente il termine «ontologico»:

Parimenti, mentre si respinge il sofisma ontologistico della “contestazione che la poesia opererebbe per il solo fatto di esistere”, l’atto del respingere non dovrebb’essere tanto interno al discorso poetico quanto esterno. Ho sempre pensato, in questo senso, che una “operazione letteraria” di lungo respiro possa e debba fondarsi soltanto su di un fittissimo discorso critico e su di una selezione rigorosissima di testi creativi. Essere la “scorta” della poesia in modo da esser utili anche se la poesia non ci fosse (1 gennaio 1964, p. 103).

Il 2 gennaio, una lettera di Giudici cerca di precisare le posizioni del poeta rispetto a quella che gli pare une riduzione polemica da parte di Fortini delle sue posizioni:

Soffermiamoci un momento sul “sofisma ontologistico della contestazione che la poesia opererebbe per il solo fatto di esistere”: non credo di aver detto nulla di simile, bensì di aver battuto sul valore episodico, occasionale e non sistematico della poesia come contestazione. E non mi è molto chiaro in che modo (pag. 4 tua) “l’atto del respingere non dovrebbe essere tanto interno al discorso poetico quanto esterno”. Vuoi dire che un certo tipo di poesia, anzi un certo tipo di intenzione poetica sia da incoraggiarsi a preferenza di un altro o di altri? Tendenzialmente sarei d’accordo, ma con estrema cautela: una certa contestazione esterna sul piano inventivo è stata a loro modo assunta dai neoavanguardisti […]. Sul piano dell’invenzione la nostra ricerca – proprio perché contestativa dell’istituto e dell’aura istituzionale corrente – è prevalentemente problematica e for its own sake deve restare (pp. 107-108).

Giudici sembra temere che la proposta di Fortini sulla contestazione esterna al fare poetico riproduca una posizione contro la quale l’autore di Verifica dei poteri si è sempre battuto, in particolare all’epoca di «Officina» e della sua dissoluzione: contro cioè la confusione tra politica e poetica, tra stili (o cenacoli) letterari e posizioni politiche, dunque contro l’idea che un certo modo di scrivere, o peggio la teorizzazione parenetica di un certo modo di scrivere, sia già leggibile in quanto tale secondo categorie e discriminanti politiche. L’avanguardia storica, con la sua proliferazione di manifesti, incarna ovviamente la versione tragica ed eroica di questo errore, che la neoavanguardia ripete come tecnica di marketing industrial-culturale.

La cattiva immediatezza della politicizzazione diretta della cultura, che è in realtà lo schermo dell’estetizzazione della politica, è criticata da Giudici il 24 febbraio 1964 nei termini seguenti, che uniscono evidentemente i due interlocutori:

Perché se è vero che il nostro agire sul terreno politico propriamente detto deve essere politico e non essere letteratura camuffata come ai tempi del vecchio engagement (e deve quindi prevedere atti e comportamenti di tipo politico e di lotta, come per il cristiano cattolico l’essere tale si determina non nel dichiararsi o nello scegliere ad argomenti dei propri scritti – se è un letterato – vite di Santi, bensì nell’andare a Messa, nel confessarsi e comunicarsi regolarmente, nel vivere conforme i comandamenti ecc.), è anche vero che nell’operare letterario la coerenza con un determinato agire politico si manifesta nel salvaguardare gli strumenti di intervento storico (tra cui la letteratura) che gli agenti (nel nostro caso letterari) del potere tentano di distruggere o di svuotare conforme alla loro funzione strumentale rispetto alla classe dominante (p. 84).

Che Fortini sia, dal canto suo, vigile rispetto al rischio della sovrapposizione immediata tra politica e cultura, lo dimostra la lettera (di rottura) del 10 ottobre 1966 a Hans Magnus Enzensberger:

Avevo creduto che in lei, il superamento del volgarprogressismo per una visione più approfondita del conflitto mondiale avrebbe potuto dire la fine di quel linguaggio, tanto diffuso fra i pubblicisti delle neoavanguardie, che tratta le barricate di carta come barricate vere e vuol far credere o quasi che lo strutturalismo sia un episodio della guerra di classe. Mi ero sbagliato e me ne spiace.1

Si vede la complessità e la difficoltà della posizione di Giudici e di Fortini: rifiutare l’idea di una letteratura o di una cultura “socialiste” nel senso di un insieme di intellettuali che dicono e scrivono cose “socialiste”. Le uniche posizioni autentiche sono, da un lato, la pratica quotidiana di intellettuali e scrittori che militano nel movimento operaio in modo non diverso da qualsiasi militante o quadro, e, dall’altro lato, l’investimento, a partire da una prospettiva politica comunista, del ruolo e dello statuto delle forme dell’attività intellettuale e artistica nella società capitalista avanzata.

Si tratta di affermare, al tempo stesso, che l’intellettuale non ha doveri e compiti diversi da quelli di tutti i militanti ordinari, e che la specificità degli oggetti e delle pratiche cui l’intellettuale si consacra non può essere negletta senza rendersi complici della loro sussunzione all’industria culturale. Assistiamo pertanto al tentativo di produrre e sviluppare una doppia divisione dialettica – dell’intellettuale e del suo “campo” di intervento – che resta estremamente difficile da sostenere soggettivamente.

La proposta di Fortini sull’insufficienza della contestazione immanente operata dalla poesia va intesa come un modo per decentrare l’attività poetica e artistica, ovvero per mediarla nel senso della mediazione saggistica, cui allora spetterebbe di tradurre i valori autonomi della poesia e dell’arte in codici altri, dalla riflessione filosofica all’impegno morale fino alla decisione politica. In tal modo, la riduzione sociologica ed economicistica della poesia sarebbe scongiurata, evitando però al tempo stesso di far scivolare l’autonomia dei valori artistici nella contemplazione dell’ineffabile che accompagna il culto del «rifiuto silenzioso». Insomma, se la poesia rappresenta il non identico, diventa decisivo il non chiuderla nella sua identità a sé stante, ma portare anche in lei la contraddizione dialettica.

D’altronde, Giudici sembra proporre un decentramento analogo, anche se un po’ spostato rispetto alla posizione di Fortini, in ogni caso irriducibile ad un mero ontologismo alla maniera ermetica:

Tutto è già stato detto, non possiamo forse davvero dire alcunché di nuovo; possiamo evidentemente alludere a qualcosa di nuovo, ma forse l’unico modo di alludervi è quello di continuare il vecchio discorso; la sola cosa che può differenziarci nella continuazione di questo vecchio discorso da quelli che fanno un discorso vecchio [la “destra letteraria”, A.C.] è lo scrivere supponendo destinatari e fare un discorso che presupponga (o che postuli, che auspichi) destinatari non specialistici, che abbia per oggetto […] altro che la letteratura; tendere a una forma come proposta nel corpo della storia, non […] a una forma vertente su se stessa, tautologica […]; ma a una letteratura (perdona la demagogica banalità della definizione) della vita (p. 85).

Se Giudici scommette sul lettore, Fortini sembra alludere ad un decentramento operato dal lavoro critico:

Sono assolutamente persuaso della opportunità di praticare il “seminario privato” […]. Tra le forme “nuove” di struttura dell’organizzazione letteraria mi pare che quella stravecchia delle “arcadie” o delle “accademie” abbia possibilità di essere ringiovanita. Penso ad un volume annuo o biennale di contributi e di testi, ma più ancora alla preparazione costante e “clandestina” (1 gennaio 1964, p. 103).

L’unico modo per non dissolvere la letteratura e lo “spirito” nella soddisfazione dei bisogni alienati del neocapitalismo è di negare che lo Spirito e la Poesia esistano e prosperino nella loro autosufficienza mitologica: l’autonomia e la forza di contestazione dei loro valori storici non possono attualizzarsi senza che essi ritrovino la via della “vita”, del «corpo della storia», cioè si attualizzino come paradigmi della forma possibile di una comunicazione più intensa e più autentica degli uomini tra loro. La riflessione di Fortini e di Giudici ruota attorno a questa doppia esigenza di conservare l’extraterritorialità della poesia, non solo rispetto alla sua amministrazione totale, ma anche rispetto a sé stessa.

La posizione dei due intellettuali è rischiosa, nel senso che la critica simultanea delle alienazioni simmetriche cui soggiace l’attività letteraria e culturale nelle società di classe rischia di situarsi in un no man’s land suscettibile di scontentare tutti. Inoltre, essa presuppone la persistenza di una sfera della poesia, dell’arte e della cultura dotata di un’autonomia e di un’evidenza socialmente abbastanza riconosciute per poter innescare un processo dialettico di contraddizione e di superamento rispetto alle estraneazioni date. Come ribadisce Fortini:

L’azione possibile, possibile a noi e raccomandabile ad altri, ha da essere […] azione di contestazione aperta e cosciente di quelli che tu chiami “i singoli momenti fenomenici dell’istituto letterario in quanto mistificato ecc. ecc.”: ma al tempo stesso assunzione del “campo” di quello, della sua “verità” provvisoria (1 gennaio 1964, p. 102).

Il non identico che fa ostacolo al processo storico dominato dal capitale è esso stesso portatore di un indice storico da cui dipende la sua efficacia critica: una fase più avanzata della sussunzione reale dell’intelligenza all’industria culturale renderà caduca la tensione tra destra sublime e neoavanguardia, provocando l’indistinzione postmoderna tra gli Eco e i Bo, ma soprattutto rendendo invisibile e forse impraticabile la strategia dialettica del buon uso delle Forme tradizionali dello spirito.

Il confronto serrato e la collaborazione tra Fortini e Giudici, che si inscrivono in una congiuntura impossibile da riassumere qui (l’introduzione al carteggio di Riccardo Corcione ne delinea bene i tratti generali), testimoniano delle possibilità critiche, ma anche dell’irripetibilità storica di quelle circostanze. La sequenza politica che stava aprendosi all’inizio degli anni Sessanta si chiuderà catastroficamente portandosi via tutte le risposte, e precludendo l’intelligibilità delle stesse domande, a cui allude questo carteggio. Nella lettera del 1 gennaio del ’64, Fortini evoca delle linee di tendenza che assomigliano ad una profezia sulla nostra attualità:

C’è una certa fase di sviluppo della concentrazione capitalistica in Europa; la fase della pianificazione e programmazione […]. Chi farà le spese? Il ceto medio inferiore e il salariato, nella doppia forma di compressione temporanea dei redditi e della mobilità sociale ma soprattutto di una crescente e spaventosa atomizzazione sociale, anzi della sostituzione (molto probabile) di forme pseudo collettivistiche (uso Middletown americana) alla presa di coscienza politico-mondiale (che implica, appunto, il mondo, che è anche quello dei sottosviluppati) (pp. 101-102).

La pianificazione non c’è più, ma l’atomizzazione è cresciuta, e ad essa è seguita la proliferazione di appropriazioni immaginarie dell’essenza umana, di identità e comunità fantasmatiche oggi divenute armi micidiali.

Ma questo carteggio è profetico anche in altro senso. Il ceto degli intellettuali-massa, sussunti all’industria culturale capitalistica, non ha smesso di crescere, complicarsi e generalizzarsi man mano che le istituzioni dell’insegnamento, dello spettacolo, dell’edizione, della comunicazione ecc. crescevano e assumevano un ruolo strategico. Tuttavia, dopo la fine della stagione politica degli anni Sessanta e Settanta, nessuna proposta politica è stata rivolta a queste categorie ponendo il problema, non solo della loro subalternità, ma anche del buon uso delle loro competenze e vocazioni singolari.

In luogo di una tale proposta, si sono avuti degli orientamenti che prolungano e inverano le soluzioni criticate da Fortini e da Giudici: se l’echismo poetico e politico ha trionfato, amplificato dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione, l’immediatismo criticato dai due poeti si è manifestato nella liquidazione del problema in quanto tale ad opera dei discorsi sul «lavoro immateriale» e sul general intellect o ancora nella confusione inscalfita tra stile e politica, che fa di gusti e tendenze culturali una scelta di campo già interamente politica. Se da un lato la divisione del lavoro è astrattamente negata nella mitologia sociologica della Moltitudine, dall’altro si crede ancora che lo strutturalismo, o il postrutturalismo, o l’operaismo, o Spinoza, ecc., siano in sé portatori di una politica o perfino armi da guerra contro il Capitale.

Tali i discorsi egemoni nella sinistra intellettuale negli scorsi decenni, tra un marxismo immaginario, senza analisi della composizione della forza lavoro, e un comunismo immaginario, senza pratica militante. Gli intellettuali-massa e i caratteri concreti della loro composizione divengono così niente e tutto, ad un tempo dissolti come tali in un produttore collettivo indifferenziato che non lascia spazio ad alcuna riflessione sulla divisione sociale delle attività umane, e rassicurati di sovvertire l’ordine mondiale leggendo (o scrivendo) i “buoni” libri e parlandone nelle aule e nei convegni.

A tal punto che, vista l’inconsistenza degli orizzonti politici associati a questo ceto, non pare eccessivo dire che l’onore ne è stato salvato, da decenni e in questi ultimi dieci anni, precisamente da qualche «arcadia» o «accademia» che, spesso senza averne chiara coscienza, ha saputo condurre alcune «lotte puramente volontaristiche e morali contro l’industria culturale». L’onore è stato salvato, cioè, nella misura in cui tali lotte morali sono state almeno capaci, in modi eventualmente reticenti e confusi, di porre il problema delle vocazioni e dei valori intellettuali nella fase attuale dei rapporti capitalistici, alludendo, forse involontariamente, ad una problematica più vasta che per ora non ha trovato espressioni adeguate. Siamo in molti ad aver vissuto di questo durante una lunga congiuntura.

Il carteggio tra Fortini e Giudici ci parla in ultima istanza di una realtà molto diversa dalla nostra, di un campo politico e intellettuale oggi irriconoscibile, in cui molte cose sembravano ancora possibili e che oggi sono solo oggetto di ricostruzione archeologica. Esso contiene però anche qualche indicazione che, non diversamente dai suoi bersagli polemici, potrebbe aver resistito al tempo per ritrovare un’attualità fragile e precaria. Questa meditazione a due voci ci ricorda la persistenza e l’ostinazione di alcuni comportamenti umani – leggere, scrivere, riflettere, realizzare poemi e saggi – che hanno certo mutato di forme istituzionali, ma che esistono tuttora, eventualmente allo stato diffuso e invisibile dei gas e dell’atmosfera, ma non ancora prive di un potenziale idiosincratico di non-identità nel senso adorniano del termine. L’assenza di prospettive e di proposte politiche in grado di trattare queste persistenze non esime però dall’urgenza di riconoscerne le forme attuali di esistenza, le immagini possibili di sé e del mondo che contengono, e le linee di sviluppo implicite. È l’urgenza non spenta di verificare la “validità provvisoria” dei campi in cui viviamo e agiamo.

Note

1 Cit. in M. Manara, «Ich höre aufmerksam meine Feinde zu – Ascolto attentamente i miei nemici». Il carteggio Fortini-Enzensberger, in «L’ospite ingrato online», 19 aprile, 2016.