Caporalato: narrazioni, tipologie ed effetti.
Verso una sociologia dello sfruttamento

1. Introduzione

Cosa può specificare una nuova interpretazione sociologica del Lavoro in Italia se non la galassia delle narrazioni sullo sfruttamento dei lavoratori? Narrazioni differenti, nelle forme e negli stili, prevalentemente giornalistiche e giuridiche, in buona parte disancorate da un’immagine univoca (e novecentesca) del lavoro nella nostra contemporaneità. Perché il lavoro è adesso un universo più sfuggente e le sue articolazioni formalizzate ne delimitano soltanto in maniera sfumata i confini. Soprattutto quando questi confini devono segnare la distanza tra il campo dei diritti e quello della violazione degli stessi. Il campo delle norme da quello della loro negazione. Il campo della regolarità da quello, più vasto, dello sfruttamento. Lo sfruttamento del lavoro, nella fattispecie del caporalato, è il campo di indagine più interessante per definire le dinamiche interne al mondo del lavoro contemporaneo. Si tratta di un ring di pratiche vessatorie sul quale, di recente, si è soffermata una porzione dell’intelligenza italiana, producendo inchieste, saggi, racconti, processi e sentenze che ispirano questo nostro contributo lungo l’asse della ridefinizione del fenomeno. S’è fatto, dunque, un gran parlare di caporalato, soprattutto fuori del mondo accademico, forse perché interessato, quest’ultimo, a ritenere ancora valido un approccio standardizzato al tema. Eppure il fenomeno attraversa non soltanto il Paese da regione a regione, da sud a nord e da est a ovest, ma anche le tante articolazioni produttive nazionali, le medesime che sono state oggetto di riflessione di alcuni imponenti sociologi del lavoro come Luciano Gallino. Con questa premessa intendiamo dire che il caporalato – la mediazione illecita tra domanda e offerta di lavoro – opera ora dentro un nuovo quadro economico e culturale, e che pertanto va sottoposto ad analisi partendo dalla sua collocazione dentro una tendenza neoschiavista che coinvolge, potenzialmente, tutto l’universo del lavoro in Italia.

 

2. L’inchiesta post-giornalistica, da Uomini e caporali a Mafia Caporale

Il primo ad affrontare di petto, con un lungo lavoro di inchiesta fondato su esperienze raccolte sul campo e su fonti giornalistiche, è stato Alessandro Leogrande nel suo insuperato Uomini e caporali. Un saggio che approccia il fenomeno partendo dalla sparizione di alcuni giovani braccianti stagionali polacchi in Capitanata. Il saggio narrativo scava sin da subito il solco dentro il quale gran parte della produzione successiva andrà ad inserirsi: il punto di vista delle vittime. Lo sguardo si è dunque soffermato sin dagli albori su una parte del fenomeno, cercando di orientare i lettori verso una sistematica, politica presa di posizione. Successivo al saggio è il contributo largamente autobiografico di una vittima del fenomeno, quell’Yvan Sagnet, ex collaboratore sindacale, che con il suo Ama il tuo sogno offre uno sguardo interno al sistema utile a raccogliere alcuni elementi qualitativi: il superlavoro, il sottosalario, la negazione della privacy, la dipendenza oggettiva dai caporali, la ghettizzazione coatta. Cinque variabili che, variamente intrecciate, delimitano grossomodo il caporalato anche nel suo e nostro successivo Ghetto Italia. Ancora successivo è Morire come schiavi di Enrica Simonetti, giornalista de «La Gazzetta del Mezzogiorno», che rinforza il punto di vista “vittimistico” declinando il lavoro al femminile. Il libro, infatti, narra la vicenda dello sfruttamento subito dalla più celebre vittima di caporalato agricolo della contemporaneità, quella Paola Clemente al cui decesso si deve, in buona parte, l’approvazione accelerata di una normativa di contrasto al fenomeno. I contributi precedentemente elencati si accompagnano a numerosi altri che hanno insistito sull’affermazione dello sfruttamento in settori produttivi diversi dall’agricoltura, senza arrivare a definirlo caporalato. Altri ancora emergono da ricerche e riflessioni accademiche. Su tutti, due lavori di Francesco Carchedi, Piccoli schiavi senza frontiere e Prostituzione migrante e donne trafficate. Restano sempre insuperabili le analisi di Luciano Gallino, compendiate spesso in appositi pamphlet dal sapore fortemente provocatorio come il celebre Il lavoro non è una merce. Chiudiamo questa breve rassegna con il nostro recente Mafia Caporale, con il quale per primi abbiamo tentato di condurre l’inchiesta narrativa sulle nuove forme di schiavitù presenti in Italia ad una matrice di natura criminale e criminale organizzata. In definitiva, l’approccio prevalente è di un matrimonio con chi subisce la ferocia del sistema, orientato di conseguenza ad offrire una variegata possibilità di conoscenza della vita delle vittime. Manca ancora uno studio sistematico ed interdisciplinare sul fenomeno, purtroppo.

 

3. Variabili per una sociologia dello sfruttamento

Le inchieste e i saggi summenzionati ci portano ad individuare una decina di variabili alla base dell’affermazione sistemica del caporalato, del suo radicamento e della sua eventuale egemonia dentro il mercato del lavoro:

1) la dipendenza di un sistema produttivo dalla Grande Distribuzione Organizzata che fissa il prezzo (fa letteralmente il mercato) e da una domanda di massa di beni e servizi (assistenza clienti via call center, acquisti via web e corriere espresso, eccetera);

2) un sistema produttivo oligo- o monopolistico (latifondo a monocoltura, monopolio stile Amazon, eccetera);

3) la lunghezza eccessiva tra luogo della produzione del bene/servizio e luogo del consumo/acquisto;

4) la debolezza o l’assenza di un sistema pubblicamente controllato di collocamento della manodopera;

5) la numerosità e la fragilità sociale dei disoccupati e degli occupati;

6) la scarsa autorevolezza delle centrali sindacali;

7) la tolleranza sociale verso forme di lavoro sottosalariato, nero e grigio;

8) l’esistenza concentrata di fenomeni di concorrenza al ribasso tra sacche di manodopera (autoctoni/stranieri, maschi/femmine, adulti/giovani, specializzati/non qualificati, eccetera);

9) la scarsa presenza di presidi investigativo-repressivi (Dia, Dda, Ispettorati del lavoro, comandi della Guardia di Finanza, eccetera);

10) la presenza di sistemi criminali tradizionali (mafie) in rete con le imprese;

11) l’assenza di una normativa preventiva e repressiva adeguata;

12) l’assenza di regole contrattuali.

 

4. Alcuni tipi di sfruttati

La prostituta

Sì, gli italiani che vengono con me sono tanti. Se non erano tanti, io non ci stavo qua. E quando sono pochi, per me è peggio, perché me la fanno pagare. Devo portare soldi. Soldi e soldi. Non posso buttarmi il vento. Me la fanno pagare. E io ho paura.

Nella gerarchia dello sfruttamento le prostitute occupano il gradino più basso, insieme ad un altro tipo sociale: il mendicante racketizzato. Lo sfruttamento sessuale in Italia occupa una posizione di tutto rilievo nel business criminale, fruttando dai tre ai cinque miliardi di euro l’anno. È uno dei settori nei quali i sistemi tradizionali autoctoni entrano sempre meno, garantendosi un’entrata dalla concessione degli spazi a reti criminali alloctone come quella nigeriana, rumena e albanese.

Che ti devo dire? Non c’è altro. Non so fare altro. Non posso fare altro. Anche se tu mi dici che non è così. Lo so che non è così, ma per ora questo devo fare.

Il tasso di sfruttamento, se così possiamo chiamare l’intensità della vessazione, raggiunge in questo gradino della gerarchia livelli accertabili di riduzione in schiavitù. La violazione del corpo si associa alla costrizione attraverso ricatto psicologico e induzione alla tossicodipendenza. La subumanizzazione è l’esito di questo processo di assoggettamento coatto finalizzato all’arricchimento criminale.

Il bracciante

Lo sfruttamento dei braccianti ha un campo di azione molto vasto. Il caporalato in agricoltura è un dispositivo predisposto per favorire lo sfruttamento sui tempi lunghi.

Guarda che se non c’era il caporale, io non lavoravo mai. Sì, lo so che non è giusto, ma come faccio se non lavoro? Mi dai tu da mangiare?

La garanzia offerta dal caporalato in agricoltura è di tipo classico: la certezza del lavoro dentro territori affetti maggiormente da disoccupazione endemica o da nuove forme di sottoccupazione: la Puglia – la Capitanata dove si concentra il numero più alto di braccianti sotto caporale (almeno trentamila tra italiani e stranieri nella stagione della raccolta del pomodoro) e il Salento; l’Agro pontino; l’Astigiano; la Romagna; il Ragusano e il Catanese; la Piana di Albenga; la bassa Lombardia; il Veneto delle vigne; la Piana di Gioia Tauro; l’alta Campania; il Vulture.

Ormai giro l’Italia da un posto all’altro. La regola è sempre la stessa. Stai sotto, non fiati, se no perdi il lavoro. Prima non era così. Ora, se vuoi lavorare, questo devi fare e non ci esci. Una volta lavoravo in una fabbrichetta… Adesso sono a Rosarno.

Il sistema piazza perfino manodopera espulsa dal manifatturiero. Non di rado, infatti, i braccianti adoperati nelle raccolte vengono da quelle aree del Paese colpite dall’irreversibile declino industriale. Questo flusso va ad innestarsi sulla presenza più stabile di braccianti, in aree dove l’agricoltura ha fidelizzato nel tempo i lavoratori, come nel territorio di Saluzzo o nel Chianti.

Il magazziniere, la commessa

La conversione di una porzione dell’economia industriale in economia di servizi (commercio, logistica e trasporti) a basso contenuto intellettuale sta reintroducendo nel terziario pratiche di assoggettamento della manodopera.

Non ci sono più feste. Lavoro anche a Natale. Tanto a loro non gliene frega niente. Per cosa, poi? Due lire due. Uno schifo. Non posso prendermi nemmeno la malattia, perché il mio contratto… Non è un contratto.

Più che nella piccola impresa, è nella grande (ipermercati e grandi magazzini, catene di multinazionali dei servizi come Carrefour e Amazon) che la figura dello sfruttato si standardizza, anche a seguito dell’introduzione e dell’interiorizzazione di sistemi di controllo, verifica dei tempi di lavoro e della qualità di ultima generazione (braccialetti elettronici, carte magnetiche per le pause, eccetera). Questa forma di controllo, che allude al campo ben più complesso del potere che entra nella carne viva dei lavoratori, si spersonalizza con i sistemi informatici e tende a robotizzare gli addetti.

Ci sono momenti che mi sento una macchina. Devo fare questo e quest’altro, mai sia non lo faccio. Il computer registra che non l’ho fatto in tempo e quando passo la scheda mi segna che non ho piazzato la merce quando dovevo.

Dov’è il caporalato in tutto questo? Nel sistema di reclutamento degli addetti. Sistema affidato ad agenzie di reclutamento e somministrazione, talvolta in forma cooperativa, che possono essere scatole dentro le quali si costruiscono rapporti di forza uguali a quelli dei campi agricoli.

L’agenzia è una. Sai chi l’ha fatta. Vai là e ti proponi. Poi devi lasciare una cosa a loro, perché se no non lavori.

Dunque, all’intensità dello sfruttamento in qualche misura consentito dai dispositivi normativi si aggiunge la beffa del ricatto nella selezione.

Il mendicante sotto racket

Simile al tipo della prostituta sfruttata, anche il tipo sociale del mendicante sotto racket sottostà alle regole di una filiera criminale gestita da caporali che agganciano esseri umani e li immettono sul “mercato della carità”.

Che devo dirti? Questa zona la bazzico perché mi ci portano, non perché la conosco. Arriviamo con quel furgone che hai visto. Ci lasciano qua. Io, per fortuna, riesco più o meno a camminare. Gli altri stanno peggio. I soldi? Chi li vede mai, i soldi. Però mi danno un letto, in una roulotte. Siamo in sette. Fa freddo, ma almeno non sto per strada o nel campo profughi dove stavo in Grecia. Io? Vengo dalla Bulgaria.

Non è qui importante definire quali sono i meccanismi della tratta che precede normalmente il racket dei mendicanti. Sono interessanti gli aspetti riguardanti, invece, l’oggettiva dipendenza di questi esseri umani dai loro carcerieri e collocatori. Una dipendenza psicologica e fisica aggravata dalla eventuale condizione di diversamente abile.

Il lavoratore dei call center

Molta la narrativa intorno a questa figura di nuovo sfruttato o di sfruttato dei servizi di soddisfazione della clientela attraverso la telefonia. In sé, questo tipo di lavoratore contiene gli elementi della negazione sociale del valore identitario del lavoro.

Mi sento niente. Non sono niente. Ho un diploma come geometra ma sto tutto il giorno con la cuffia. Ci controllano che manco possiamo andare in bagno, un altro poco. E dobbiamo anche ringraziare che c’abbiamo questo schifo di lavoro.

Nonostante i lavoratori siano concentrati in gruppi, non si crea quell’amalgama identitario che ha contraddistinto, al contrario, tutto il secolo scorso. È il segno dei tempi: assecondare anche culturalmente lo sfruttamento intervenendo sulla frantumazione antropologica del senso del lavoro.

Non mi sento un lavoratore, se devo essere sincero. Non so che cosa è lavorare. Mi ricordo mio padre, che era un ferroviere. Quello era un lavoro. Io mi stanco per parlare, per convincere le persone a non mandarmi a quel paese. Questo non è un lavoro.

La badante

Gli addetti ai servizi di cura per la persona e per la famiglia sono un tipo particolarmente interessante. La sua diffusione dipende dal processo di degiovanimento della società e dalla rarefazione degli investimenti in welfare e servizi per la popolazione anziana.

Mi hanno fatto venire che già sapevo chi dovevo chiamare. Vengo dall’Ucraina, dove molte abbiamo fatto le infermiere. Per noi è facile lavorare in questo settore, siamo abituate.

Queste lavoratrici sono dentro sistemi di reclutamento lunghi, informali, sempre più illegali.

Per accompagnare questa signora ai giardini pago. Sì, pago! Mi sono comprata questo lavoro. Stavo senza far niente. Non arrivavo alla fine del mese. Allora sono andata in chiesa, ho chiesto a una signora mi ha fatto capire che poteva aiutarmi se le davo qualcosa. Così ho fatto e ora lavoro.

 

5. Il tipo sociale del caporale: un esempio di leaderismo criminale glocale

Il caporale è un tipo sociale a sé, dal momento che rappresenta l’apice di una stratificazione di rapporti di potere dentro particolari sistemi di sfruttamento. Il nuovo caporale nasce nella struttura della porzione di società glocale in cui opera e prospera. L’attività dei caporali è orientata all’arricchimento personale attraverso la compressione dei salari e il tendenziale azzeramento dei diritti contrattualmente garantiti. Esiste poi un loro preciso piano di intervento culturale il cui prodotto è un codice di pratiche, anche di natura mafiosa, che sanciscono due cose: la superiorità del caporale all’interno del sistema sociale di riferimento e l’irrobustimento dei rapporti di forza dati. I caporali segnalano la loro presenza con l’accumulazione di capitale sociale derivante dal loro inserimento privilegiato nel tessuto datoriale e politico glocale. Questo li rende pezzi di nuovi e più fluidi sistemi criminali, come si stanno definendo nella società postindustriale, post-sindacale e post-democratica. Il caporale, quindi, si muove nella contemporaneità trasformandola. Favorisce lo spostamento di popolazione tra continenti e aree interne alla penisola, estende la sua rete attraverso sistemi di reclutamento sempre più virtuali, diventa spesso un terminale locale di ben più organizzati sistemi di trasferimento coatto di esseri umani che va sotto il nome di tratta. I caporali che intraprendono investimenti in agenzie di reclutamento e di somministrazione lavoro adoperano spesso il web per fissare anche il salario. Questo insieme di attività fa del caporale un leader criminale.

 

6. Alcuni evidenti effetti sulla società

La pratica del caporalato non è soltanto una forma di spossesso economico, una rapina nei confronti del sistema d’impresa sano. È prevalentemente una mannaia contro la salute dei lavoratori coinvolti, dai costi sociali incalcolabili. Non è possibile stimare quali sono i costi effettivi, ma dalle informazioni raccolte nel tempo – mediante i rapporti sanitari di Medici per i Diritti Umani (Medu), di Emergency, dell’Inail, eccetera – traspaiono evidenti patologie legate tanto al lavoro quanto a una sempre meno salutare condizione di vita. Malattie gastrointestinali, respiratorie, della pelle, dentarie, muscolari, osteoarticolari, reumatiche, sessuali, accanto a forme di acuta malnutrizione, di depressione, di ansia accompagnata da episodi di autolesionismo con tentativi di suicidio. In assenza di assistenza medica, il sistema costringe questi esseri umani a uno stato di malattia inguaribile, di dipendenza da antidolorifici o da oppiacei venduti dal sistema stesso, come spesso ci ha ricordato Marco Omizzolo nei suoi innumerevoli reportage e interventi sulla piaga del caporalato nell’Agro Pontino. Se vogliamo, anche la morte di Paola Clemente nell’estate del 2015 ne è la prova.

Circa gli effetti sociali, il più tragico è quello della ghettizzazione coatta (in accampamenti stile jungle di Calais). Si tratta di forme di insediamento coordinato dai caporali fondato sull’esclusione sociale e talvolta somatica dei lavoratori. Questo avviene anche dentro i centri abitati, dove i quartieri dei nuovi schiavi appaiono molto simili tra loro e rispondono a due esigenze: risparmio dentro la povertà, mantenimento di una gerarchia paramafiosa di potere nel territorio. Nella forma più acuta troviamo i ghetti dei braccianti e delle prostitute come quelli di Rignano Garganico e Borgo Mezzanone nel foggiano, sempre più nelle mani di sistemi mafiosi di provenienza centrafricana integrati nel sistema criminale territoriale di stampo tradizionale.

Vi sono effetti sull’economia, perché vengono violate le norme più elementari di tutela e salvaguardia della libera concorrenza. Ne viene lesionato l’intero sistema, a vantaggio di forme illegali e molto concentrate di arricchimento. Le imprese più piccole tenderanno con il tempo e dipendere dai caporali e/o dalle loro agenzie, impoverendosi e rischiando di farsi letteralmente fagocitare dalle imprese più grandi.

Sul piano, infine, della tutela del lavoro viene favorita dal caporalato la nuova diffusione di una cultura di stampo premoderno che abbrutisce i rapporti tra lavoratori e impresa negando, nei fatti, la possibilità di mediazione sindacale.

 

7. Conclusioni

Il caporalato postmoderno, come fenomeno sociale nasce dove si ricostruiscono condizioni economiche di stampo premoderno. Il latifondo, i monopoli, l’egemonia del capitalismo finanziario e il dominio delle multinazionali sono le cause della trasformazione della mediazione lecita (garantita dagli Stati) di manodopera in caporalato. Questo a causa della nuova necessità (imposta dalla crisi del sistema economico dominante) di controllare la manodopera e i nuovi schiavi entro un certo perimetro di tempo e di spazio. La teoria sociologica deve riordinare i suoi attrezzi se vuole prendere ad analizzare i mondi del lavoro alla luce di questa diffusione globale dei fenomeni di sfruttamento. Fenomeni che si avvantaggiano dei flussi globali di esseri umani e delle tratte transcontinentali. Che si ripercuotono sull’economia locale indebolendola. Che snaturano il senso stesso del lavoro e delle relazioni sociali sottostanti. Che hanno origini materiali e culturali insieme. Siamo di fronte ad una sfida epistemologica, perché il Lavoro si è ribaltato nel suo esatto contrario, la Schiavitù. Non possiamo perdere questa occasione. La scienza sociale deve avvicinarsi al fenomeno impegnandosi a ridefinire il lavoro a partire dalla prevalenza oggettiva delle tendenze glocali all’asservimento degli esseri umani.