Attraverso la selva oscura
di Franco Fortini
Giorgio Tabanelli

Franco Fortini è nato nell’anno della Rivoluzione d’ottobre: ricordiamo in modo significativo i due centenari che simbolicamente coincidono. Fortini è nato nel 1917, anno di quell’evento tellurico che ha sconvolto il mondo e di cui in Italia, in questo nostro tempo privo di memoria, non sembra essere ancora venuto il momento per una seria analisi storica. Le tragedie del Novecento sono annunciate dagli eventi di quella Rivoluzione che ha mutato il corso della storia e il destino dell’uomo.

Ho incontrato la prima volta Franco Fortini nella sua casa di Milano, l’8 dicembre del 1987. L’opportunità mi era stata offerta da un programma radiofonico sul tema «Letteratura e politica dal ‘45 ad oggi» a cui stavo lavorando per la Rai. Al telefono mi sollecitò a coinvolgere nell’inchiesta Rossana Rossanda, ma non gli diedi retta, in quanto l’inchiesta, secondo la mia impostazione, coinvolgeva gli scrittori italiani. Questa esclusione, confesso, è uno dei miei tanti rimpianti. Nessuno, meglio di Fortini, avrebbe potuto dare una testimonianza sulle accese e infinite polemiche che ci furono nei tumultuosi anni del dopoguerra. Non a caso, la critica riconosce che nella ricerca di Fortini il rapporto letteratura-politica è il tema nevralgico e fondamentale. La conversazione, ininterrotta, si protrasse per oltre tre ore. La lunga intervista si concluse con due dediche che egli mi scrisse sui volumi Insistenze (Garzanti Editore, 1985), e Una volta per sempre – Poesie 1938-1973 (Einaudi, 1978).

Dopo molti anni, rileggendo quelle frasi, mi accorgo che hanno il valore di un lascito spirituale e politico. Prendo spunto da quelle dediche: «…perché rammenti che chi non ha odio per il presente non ha veramente l’amore per l’avvenire. La frase è di Evariste Galois, matematico francese dell’800». Nella raccolta poetica scrisse: «Per Giorgio… perché abbia pietà (pietas) del passato». Credo che in queste parole sia condensata la complessità e la singolarità del personaggio. L’odio per il presente cui allude Fortini non è da intendersi in senso anticristiano, o antireligioso, ma, al contrario nell’accezione antiborghese. La pietà del passato – la pietas cristiana – può solo nascere dalla conoscenza degli orrori della storia e dalla coscienza dei propri errori. Io ho letto e, ancora oggi, continuo a leggere quelle parole con questo significato. Fra l’altro, il titolo di una sua raccolta poetica è proprio Poesia e errore (Feltrinelli, 1959).

Per addentrarmi nella selva oscura e intricata della personalità di Fortini – come Dante, che si addentra nell’inferno delle contraddizioni umane e nel mistero dell’uomo – mi avvalgo dell’aiuto di alcune guide: del contributo di alcuni poeti e scrittori del ‘900, che hanno scritto su di lui con perizia e intelligenza critica. Confesso che, nella fitta e intricata boscaglia della personalità del Fortini, il rischio è lo smarrimento.

Fortini, infatti, non sta in nessuno schema e in alcuna definizione. È la personalità più indecifrabile, intricata, contorta e contraddittoria della letteratura del ‘900. La sua personalità si sottrae perfino a se stessa.

Attilio Bertolucci di lui ha detto: «Sempre in contraddizione, con gli altri e con se stesso, sempre in militanza…». La contraddizione in Fortini è uno dei connotati della sua personalità e della sua biografia.

Come ha scritto Giovanni Raboni, «Foglio di via si trova ad essere, di fatto, il primo importante libro di poesia uscito in Italia nel dopoguerra. Contro il parere di molti – continua il Raboni – sono convinto che l’unità segreta del suo lavoro sia da cercare proprio in…parecchie delle sue poesie».

Raboni arriva ad affermare che Foglio di via «rimane come il documento di ciò che la letteratura italiana avrebbe in quegli anni potuto essere e non è stata: la poesia neorealista». E poi parla di «straordinaria ambiguità di Fortini»: «…di essere nello stesso tempo un’intelligenza radicalmente laica e uno spirito profondamente religioso, un fautore della chiarezza e un amante dell’oscurità».

Pier Vincenzo Mengaldo ha osservato che le raccolte poetiche nelle quali si articola il lungo discorso poetico di Fortini scandiscono con impressionante esattezza «i tempi storici che abbiamo attraversato, e ci aiutano a capirli».

Formatosi nel clima ermetico se ne allontanò presto per rifugiarsi nel gruppo del dissenso creato da Giacomo Noventa con «La Riforma letteraria». Ebreo, da parte di padre, abbandona il cognome paterno Lattes e nel ‘39 si converte e viene battezzato nella fede valdese. Prende parte attiva alla resistenza, e dopo avventure e peripezie partecipa agli ultimi giorni della Repubblica della Valdossola. Molti anni dopo, attaccherà duramente la posizione di antifascismo elitario assunta da Giaime Pintor.

Vorrei ricordare la serie di polemiche di Fortini nei confronti di Carlo Bo e dell’ermetismo fiorentino, e la sua avversione alla cosiddetta “letteratura come vita”. Ho intervistato Mario Luzi su questi temi e ho messo a confronto la posizione di Fortini con quella di Luzi. Nel saggio I pericoli della letteratura del ’49, Bo individua nella politica uno degli ostacoli per la libertà della letteratura. Nel ’51, Fortini accusa la critica letteraria di Carlo Bo di essere il vero pericolo per la letteratura. A proposito di quella posizione, Luzi ha dichiarato: «Fortini faceva il suo mestiere di polemista, in primis contro se stesso e poi contro gli altri. Il biasimo di Fortini, visto oggi, è un po’ ridicolo, e forse se ne sarà pentito anche lui. È un discorso che non sta in piedi».

La rivista «Officina» nel ’55 celebra una sorta di «processo all’ermetismo». Pasolini e Fortini accusano gli ermetici di collusione con il fascismo. Su questo Luzi ha risposto: «Fu un rimprovero molto rozzo, perché in fondo del tutto ingiustificato. L’accusa di collusione con il fascismo, ma anche di segreta o involontaria connivenza o collaborazione, è proprio assurda». Poi ho ricordato a Luzi che nel ’54 Fortini gli ha dedicato un bel saggio che ricostruisce le diverse fasi della sua ricerca poetica. Però poi rivolge una dura accusa ai poeti dell’ermetismo. Cito Fortini: I «giovani fiorentini» rifiutavano sprezzantemente il «tempo minore», «tra la morte di Gramsci in carcere, di Lorca al muro e di Machado in esilio, tra l’occupazione di Praga e l’istituzione del Governatorato Generale di Polonia». Luzi ha risposto: «Queste affermazioni sono tipiche del Fortini di quell’epoca, affermazioni che possiamo considerare demagogiche. Lo scritto su Quaderno gotico fu intelligente e penetrante dal punto di vista tecnico linguistico e stilistico. Però poi, se si contrappongono due aspetti contradditori e vistosi della realtà, si ottiene sempre l’effetto di rilevare un’incoerenza che appare in qualche modo insopportabile. Ma sta lì l’apertura mentale di un critico nel far convivere significativamente aspetti così lontani fra di loro. Tali posizioni demagogiche appaiono oggi quasi come comizi, e spero che con il tempo Fortini se le sia un po’ rimangiate».

A Bo Fortini dedicò due epigrammi passati alla storia letteraria: «Bo [titolo] / No [testo]». Oppure: «A Bo non piacciono i miei versi. / Ai miei versi non piace Carlo Bo».

Fortini è tra i primi in Italia a stigmatizzare lo stalinismo della politica culturale togliattiana. Redattore del «Politecnico», nella polemica Vittorini-Togliatti, dà ragione a Togliatti accusando Vittorini di essersi fatto illusioni sul Partito Comunista Italiano.

Le lunghe conversazioni in Svizzera con Ignazio Silone, la lettura delle sue pagine, insieme con quelle di Koestler, che sarebbero poi confluite nel celebre libro Il Dio che è fallito, gli hanno risparmiato i patimenti e i piagnistei di tanta intellettualità nostrana. Polemizzò con Vittorini per le sue visioni illuministiche.

Nel decennio ’46-’56 si nutre di letture capitali: Gramsci, Sartre, Lukács, Goldmann, Brecht, Adorno e Benjamin. Simone Weil è per Fortini una figura di riferimento molto importante: «Tutta la tematica anarco-cristiana e la sua polemica anti scientista l’ho ricevuta, credo piuttosto a fondo». È tra i pochi marxisti eretici ad aver compreso, se non ammirato, il coraggio teoretico del filosofo Augusto del Noce. Col passare del tempo e delle diverse stagioni arriverà ad affermare: «Lo studio dei testi marxisti lentamente mi ha portato a una rivalutazione di alcuni fondamenti del cattolicesimo», mettendo così in luce un percorso di ricerca opposto e contrario a quello di molti intellettuali nelle fila del marxismo.

Nel ’57 abbandona il Partito Socialista e continua le sue collaborazioni a riviste e giornali cosiddetti “impegnati” sul fronte politico-letterario. In ogni compagine redazionale in cui si trova a lavorare – «Comunità» di Adriano Olivetti, «Nuovi Argomenti», «Officina», «Ragionamenti», «Quaderni rossi», «Quaderni Piacentini» – ha sempre assunto posizioni intransigenti ed estreme provocando situazioni di polemica o rottura che a volte lo hanno indotto ad abbandonare il gruppo e ad isolarsi.

Sin dalla prima raccolta poetica, Foglio di via, Fortini afferma quel carattere profetico e insieme ribelle e politico, del tutto estraneo alla poesia italiana. «Poeta sempre politico – afferma Pier Vincenzo Mengaldo – anche quando parla di alberi e di nidi». Nel saggio Astuti come colombe Fortini arriverà a concludere: «Vorrei che a leggere una mia poesia sulle rose si ritraesse la mano come al viscido di un rettile».

Cesare Garboli scriverà: «La politica è stata la sua selva oscura, la grande boscaglia dove si è perso. È stata il suo vanto, il suo amore ma anche il suo “errore”».

Con l’amico Pasolini, Fortini ha polemizzato per diversi anni, senza tregua. Romano Luperini nel saggio La lotta mentale – Per un profilo di Franco Fortini (Editori Riuniti, 1986), ha stilato una sorta di profilo comparato tra le due personalità, analizzando analogie e differenze. Citiamo le analogie: il forte narcisismo, la milizia, l’interesse per le problematiche religiose, il risentito moralismo e la propensione per posizioni politiche nette ed estreme e, soprattutto, nella produzione artistica, la propensione al «teatro della crudeltà».

Le differenze: Fortini è il poeta dell’obbedienza e dell’inibizione, Pasolini della disobbedienza e dell’esibizione. Fortini tende al distanziamento razionale e quasi classico, Pasolini alla visceralità. La contrapposizione fra i due «riguarda in realtà l’intero rapporto intellettuale-realtà».

Fortini parla al futuro: il classicismo è da lui assunto per far stridere passato e presente; l’anticlassico Pasolini parla al presente. E arriviamo alla descrizione della poesia di Fortini: «Poesia intellettuale, magari allegorica ma non allusiva, non giocata sulle analogie, fortemente razionale, invito incessante alla riflessione».

Fortini è stato l’intellettuale del ’68, Pasolini del movimento del ’77. La rottura divenne insanabile nel ‘68 a causa della presa di posizione contro i contestatori definiti da Pasolini, in una celebre poesia, «figli di papà». Fortini, gli scriverà: «Sei confortato dal PCI e dai preti… Non ti bastava essere D’Annunzio, hai voluto essere anche Malaparte». Questa citazione la troviamo nell’interessante volume di Fortini Attraverso Pasolini (Einaudi, 1993) che ricostruisce, attraverso lettere e documenti quei vivaci dibattiti e la lunga querelle fra i due poeti, dai primi anni cinquanta ai primi anni novanta.

Fortini ha avversato la letteratura industriale e polemizzato duramente con gli esponenti del Gruppo 63 – nel ’93 con Alfredo Giuliani – colpevoli secondo lui di saldare neo-avanguardia e neo-capitalismo.

Negli anni ’60, dopo aver coniato la formula della fine del «mandato sociale degli scrittori», colse nel problema dell’organizzazione della cultura e nel potere perverso dei mezzi di comunicazione, la battaglia politica decisiva. Per quanto mi riguarda, questa vis polemica su questi fronti è stata giusta, profetica e oggi, nel riconoscerne la lucidità e la forza profetica, rimpiango la sua figura di intellettuale che mette il dito nella piaga degli orrori delle “Comunicazioni di massa” che distruggono la nostra umanità e la nostra identità.

Invitato a parlare nelle università in stato di agitazione, nell’«anno della pantera», ricordava agli studenti di essere stato bollato negli anni ’60 e ’70 come un «cattivo maestro».

L’ultima volta che ebbi modo di ascoltarlo fu il 13 febbraio del ’90, all’Università di Urbino, durante i giorni di occupazione della Facoltà di Filosofia. Per l’occasione organizzai le riprese televisive, consapevole del valore di testimonianza e di documento del suo intervento. Dopo la lettura di una serie di poesie, sollecitato dalla domanda di una studentessa, sui processi di trasformazione dell’industria culturale e sui mezzi di comunicazione, venne subito al punto cruciale: «Se si crede – come io credo – in una frase di Brecht secondo la quale la tentazione del bene è irresistibile, allora si crede anche che si formano degli anticorpi, delle resistenze capaci di trasformare, come fanno certi enzimi, lo schifo, la menzogna, le feci dell’industria culturale di massa, di trasformarlo in altro. Può perfino darsi che alla inumanità totale che ci sta metabolizzando noi riusciremo egualmente a trovare umanità, relazione, comunicazione, amore».

In quella circostanza uno studente gli fece una domanda sulla sua collaborazione con il «Corriere della Sera», il “giornale della borghesia”. Fortini rievocò le alterne vicende, di sintonia e contrasto, vissute con i vari direttori, ricordando anche l’ostilità o l’incomprensione di quanti – Biagi, Calvino, Moravia e perfino Testori – lo hanno snobbato o criticato aspramente. Giovanni Testori, negli ultimi anni della sua vita, aveva compreso che sotto la dura scorza dell’uomo politico, del ribelle all’Establishment, si agitava e si dimenava una forte tensione religiosa. Con la morte di Testori, Fortini arriverà a dichiarare: «Salvo le remote origini, tutto ci divideva… Sono arrivato a vedere nell’ultimo Testori uno scrittore autentico e importantissimo… Ho capito la sua rilevanza, l’importanza, la purezza. Prendetevi i libri e leggeteveli».

In una conversazione il poeta Alessandro Parronchi mi ha ricordato le parole di Andriano Olivetti su Franco Fortini: «Una macchina perfetta ma tutta sbagliata».

L’ultima volta che l’ho sentito al telefono nel ‘90, gli chiesi una poesia per un volume dedicato agli ottant’anni di Carlo Bo, il suo “avversario” di una vita. Da ricordare che Bo non ha mai risposto alle sue polemiche, che sono state a senso unico. Mi inviò una poesia inedita – Prinsengracht – quasi a voler farsi perdonare i toni astiosi di quella lunga corrosiva polemica. Fu un gesto di lealtà e umanità, da riconoscere e apprezzare.

Al termine della lunga intervista dell’87, Fortini mi parlò di un film che egli ha molto amato: I duellanti di Ridley Scott, tratto dal racconto di Joseph Conrad. Quel duello durato una vita tra due ufficiali dell’esercito napoleonico è forse l’immagine che più gli fa onore. Io lo ricordo così: un duellante determinato e battagliero, in perpetua lotta e rivolta contro le insopportabili contraddizioni del presente, contro sé e contro gli altri. Grazie.

Prisengracht

Ti rammenti quel marzo ad Amsterdàm
i mattini giulivi i vivi tram

stucchi vernici e colmigni lassù
lustri nel primo platino e nel blu

e l’acque nere di un nero di lito-
grafia? Non era ancora a noi finito

il vero, ancora usava Europa audace
– ebani e argenti – una festosa pace,

navigli ricchi agli èuri sulla pendola
monumentale. E noi, giovani.
In fondo

a bui specchi l’amica ci prepara
le uova il thé la marmellata amara…