A proposito della
generazione smartphone
Pratiche sociali e forme di controllo.
Una riflessione a partire dal libro
di J.M. Twenge, Iperconnessi

Alessandra Reccia

Citazione da checov
Ai tempi della sciagura…

Il giardino dei ciliegiò…
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Iperconnessi (Einaudi 2018) è un recente libro dedicato alla generazione degli attuali adolescenti, definiti dall’autrice, la studiosa statunitense J.M. Twenge, iGen (iPhone generation). Si tratta di un ampio lavoro sociologico costruito su un’enorme quantità di dati, sia quantitativi sia qualitativi, recuperati da una serie di ricerche, strutturate su diversa scala e tipologia di campione, e ha per oggetto le rappresentazioni che questa generazione tende a dare di sé, le sue aspirazioni e aspettative, individuali e sociali.

La ricerca punta a delineare il ritratto dell’adolescente medio statunitense e finisce per fornire il modello “omologante” a cui, loro malgrado o forse inconsapevolmente, tendono le giovani generazioni di tutte società ad alto tasso di digitalizzazione.

Dati alla mano, l’attenzione dell’autrice, infatti, è focalizzata, più che sull’uso/abuso dei social da parte degli iGen, sulle conseguenze dell’iper-esposizione alla luce blu, in termini di comportamenti privati e collettivi, abilità sociali, rischi inerenti la salute mentale generale e, dunque, di stabilità socio-economica.

Da un lato, quindi, difficoltà o, in alcuni casi, incapacità di interazione, tendenza a prolungare l’infanzia, ritardo nell’affrontare le esperienze tipiche dell’adolescenza (dal possesso delle chiavi di casa, all’autonomia negli spostamenti, dal fumo all’alcool, alle prime esperienze sessuali), angoscia relazionata alla prospettiva di crescere ed essere autosufficienti.

Dall’altro, senso di insoddisfazione, di vuoto, dipendenza fisica ed emotiva dai social, insicurezza costante nei confronti del mondo circostante, paura degli altri, solitudine, cyberbullismo, depressione.

Nel libro è spesso sottolineata la relazione tra l’aumento di problematiche legate alla salute mentale negli adolescenti (dalla depressione al suicidio) e l’uso sconsiderato dei social. Alla base di questa interrelazione è posto il gap che inevitabilmente si crea tra le aspettative che vengono dal mondo virtuale, per la sovraesposizione a sorrisi, like e successi altrui, e la realtà quotidiana di chi osserva la quale, al cospetto di tanta ostentata felicità e socialità, non può che apparire triste e solitaria. Queste situazioni sempre più frequentemente possono avere esiti patologici e in alcuni casi anche tragici, con ripercussioni sullo stato sociale generale della salute mentale.

In effetti, Instagram, Snapchat, Xbox, non ci darebbero tanto da pensare se non fossero associati a una presenza talmente invasiva della realtà virtuale nella vita quotidiana, invero trasversale a tutte le generazioni, che finisce per incidere sulla struttura mentale degli adolescenti, determinando il loro modo di stare al mondo e quindi anche la loro capacità produttiva e riproduttiva.

Ma l’intento della sociologa non è quello di demonizzare gli adolescenti odierni o di tracciarne il ritratto a fosche tinte. Di questa generazione, infatti, vengono anche esaltate alcune specifiche virtù, come la capacità di autocontrollo, il realismo, il senso della sicurezza e dell’incolumità personale.

Inoltre, la ricerca si basa dichiaratamente sull’assunto che non esistono trend generazionali che possano essere classificati come “buoni” o “cattivi”. I fenomeni di realtà, secondo Twenge, sono «così e basta» e vanno trattati come puri dati sociologici sui quali non è lecito far gravare un giudizio di valore.

Certo, durante tutta la lettura resta il dubbio che le attitudini e i comportamenti, che l’autrice riferisce tout court alla generazione, siano in realtà espressione della specifica struttura socio-economica statunitense.

Così, ad esempio, di fronte al generale disinteresse sessuale degli iGen, ovvero del ritardo di questa generazione a vivere le prime esperienze sessuali reali, non possiamo non domandarci quanto questo, piuttosto che essere un dato generazionale, sia invece una conseguenza del puritanesimo tipico di una certa cultura nord americana.

E via di questo passo anche per il tema degli “spazi protetti”, ovvero dei luoghi chiusi, istituiti su parametri di tipo sociale, etnico o emotivo, da gruppi di persone che, in base ad essi, si reputano simili tra loro e diversi, dunque, da tutti gli altri. Lo scopo di chi si chiude in questi spazi è preservare e difendere le proprie “fragilità”, che diventano a loro volta presupposti identitari e come tali possono avere risvolti positivi, in termini di presa di coscienza di sé, ma anche, avallare comportamenti estremistici o paranoici che, da quanto ci spiega l’autrice, finiscono addirittura per influire sulle politiche didattiche degli atenei statunitensi, sempre più condizionate dalle esigenze degli studenti-clienti.

Allo stesso modo, viene da pensare che la frammentazione sociale, giustificata su base etnica, il razzismo e l’incertezza etica che ne derivano, sono certamente una conseguenza della strutturazione etnico-sociale e delle contraddizioni statunitensi, nel momento in cui, per la prima volta nella storia degli Usa, viene meno il primato numerico dei bianchi.

Tuttavia, non si fa fatica a generalizzare il discorso e a riportarlo alla nostra realtà.1

Dietro questi aspetti specifici, caratterizzati geograficamente, individuiamo infatti alcune tendenze generali, come ad esempio quella di costruire un’idea omologata e condivisa di sessualità, basata tra l’altro su non pochi stereotipi sessisti e omofobi, che ha tra suoi esiti estremi, da un lato, la sostituzione della pratica sessuale con la sua idea e, dall’altro, il sessismo adolescenziale che può anche sfociare, in casi estremi, o in ricatto mediatico o in forme di violenza sessuale di gruppo. Allo stesso modo, dietro la logica tutta statunitense degli “spazi chiusi” riconosciamo la necessità dei nostri figli o alunni di creare continue sotto-chat o sotto gruppi virtuali e di strutturare su criteri di “esclusività” le logiche di inclusione ed esclusione.

Su alto fronte, nonostante Twenge assicuri che il profilo che se ne ricava sia trasversale ai gruppi socio-economici e etnici, è alto il sospetto che questo ritratto dell’iper-connesso corrisponda, in realtà, a quello del teenager delle classi medie.

L’autrice nota che, dal punto di vista del possesso materiale degli strumenti digitali, non esistono su larga scala differenze sostanziali tra gruppi sociali.

Tuttavia, non può essere negato, intanto, che strumenti come la Xbox o la Playstation non sono alla portata di tutte le famiglie, così come non tutti sostengono un abbonamento mensile a Netflix. In secondo luogo, che nonostante i pagamenti rateali, l’indebitamento o gli sconti sui prodotti di seconda mano rendano accessibili la strumentazione digitale a fette sempre più ampie di popolazione, il gap sociale non si gioca tanto sul possesso dei mezzi, ma sulla capacità di controllarne e gestirne l’uso e finalizzarlo alla personale promozione economica e sociale.

Come qualche anno fa spiegava M. Gui parlando di «obesità mediale», i maggiori danni derivanti dalla «distrazione» da social sono collocabili nelle classi medio-basse, e cioè dove maggiormente mancano le risorse culturali per gestire gli effetti dell’abuso da luce blu.2 Questo per dire che il fatto che l’uso dei videogiochi o dei social sia attestato in maniera omologa su tutta la popolazione adolescenziale degli Usa, indipendentemente dall’origine etnica e dalla provenienza sociale, non significa che gli effetti di questo abuso siano uguali in tutti gli strati e gruppi della popolazione.

Tuttavia, i dati che ci fornisce la Twenge delineano, ancora una volta, una tendenza generale, ed effettivamente trasversale, che riguarda la frammentazione sociale su base etnica nelle società occidentali.

È interessante notare che gli adolescenti di cui si parla sono trattati in tutta la ricerca come soggetti artefici e mai passivi. L’autrice suppone sempre che il comportamento generazionale implichi una scelta attiva da parte dei soggetti.3 Acconsentire significa accettare, e finanche richiedere, che siano esercitate continuamente forme di controllo dell’attenzione, dello svago, del comportamento o del pensiero. In questa esigenza generazionale, la sociologa non vede mai, come però suo malgrado suggerisce, una introiezione, da parte dei soggetti, del sistema di controllo diffuso esercitato dai social e riprodotto nelle relazioni sociali, dalla scuola alla famiglia ai contesti informali.4

Questo orizzonte di pensiero, anzi, è totalmente estraneo alla Twenge.

È chiaro che alla base del libro c’è un forte ottimismo progressista, che si basa da un lato sull’ideale del radioso avvenire della razionalità borghese, secondo il quale le inevitabili conquiste democratiche hanno bisogno solo di tempo per affermarsi, dall’altro, sulla convinzione che l’umanità non possa arretrare in termini di emancipazione sociale. Razzismo, omofobia, sessismo sarebbero così destinati a finire naturalmente. Con il tempo, cioè, e grazie all’aiuto dei mezzi di comunicazione di massa, la società si avvierebbe ad una “normalizzazione” della percezione del “diverso”, elemento preliminare a qualsiasi progressismo sociale.

In realtà, sulle questioni dell’omo e trans-sessualità, ma anche in una certa misura sul razzismo, pare l’autrice scambi le forme di teatralizzazione mediatica per volani emancipatori piuttosto che per mezzi di ghettizzazione culturale, per i quali la diversità dal modello dominante (maschio-bianco-etero-borghese) è sempre accettata, a patto di restare confinata in una riconoscibile cella sociale.

Ma la Twenge non si spinge a formulare questo genere di ragionamenti. Il suo libro, del resto, ha uno scopo pratico: consegnare, nel prossimo futuro, alle industrie e alle agenzie interinali giovani lavoratori meno remissivi e più capaci.5

Infatti, più che agli adolescenti di cui parla, il libro è destinato ai genitori e alle istituzioni universitarie, ma soprattutto alle aziende e alle società di marketing.

Nel libro non si sospetta quindi una relazione tra gli effetti dell’iperconnessione e il contesto socio-economico di riferimento.

La ragione di fondo che motiva la ricerca risiede piuttosto nel fatto che questi giovani, tanto insicuri ed emotivamente fragili, incapaci di relazionarsi in maniera articolata con altri esseri umani, poco educati a prendersi le proprie responsabilità, a gestire il proprio tempo in modo produttivo, a rischiare e a investire nel futuro e nelle proprie capacità, rischiano di mettere in crisi il modello statunitense del man self made.

Però, secondo l’autrice, se aiutati, ben consigliati e guidati dal contesto, gli adolescenti sapranno indirizzare le proprie capacità al progresso economico sociale e alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo occidentale.

Gli iGen hanno infatti tra i lori punti di forza un forte spirito pratico, che se unito all’importanza che danno al concetto di sicurezza – ovviamente emendato degli aspetti patologici che attualmente presenta – potrebbe contribuire alla formazione di un modello positivo di cittadino e lavoratore del futuro.

Poiché l’autrice fa della condizione adolescenziale un problema di educazione, fa ricadere la responsabilità principale sulle famiglie e sulle agenzie formative. Di conseguenza, la ricerca arriva alla formulazione di una serie di misure cautelative che i soggetti destinatari del ruolo socio-educativo potrebbero acquisire, per prevenire e curare gli effetti negativi dell’iperconnessione.

Il consiglio generale è di lavorare soprattutto sul senso di sicurezza e sulle abilità sociali di base, tra cui la relazione tra pari, incitando le famiglie a favorire gli incontri con i coetanei, a far praticare sport e ad educare a gestire il tempo/schermo. Agli insegnanti di ogni ordine e grado si chiede di riformulare il sistema di trasferimento delle informazioni e delle conoscenze, attraverso lezioni più brevi, avvincenti e ricche di effetti speciali e di rieducare al confronto tra opinioni e idee, a cui i ragazzi non sono più abituati. Infine, agli editori, di strutturare manuali e libri più vicini allo stile cognitivo degli adolescenti. D’altro canto, risultano indispensabili una serie di misure sociali, come l’implementazione del sistema di assistenza ai problemi psicologici per far fronte al disagio emotivo.6

Ma anche le aziende, se vorranno trattenere gli iGen dovranno modificare il loro atteggiamento, mostrandosi più comprensive e accomodanti, rassicurando continuamente le giovani leve sul percorso lavorativo che dovranno affrontare e cambiando le strategie di comunicazione.

Ad ogni modo, si invitano tutti i destinatari a non usare un atteggiamento oppositivo, ma a venire incontro ai comportamenti di questa generazione, al fine di trovare un utile compromesso.

In queste conclusioni individuiamo un limite importante del libro, che non sta tanto nella tipologia dei consigli, alcuni dei quali potrebbero anche risultare sensati e praticabili. Ma piuttosto, nel fatto di non sospettare che gli effetti del comportamento degli adolescenti siano riflessi della struttura ideologica del capitalismo attuale e non un suo danno collaterale.

È interessante notare che molte delle situazioni sociali e comportamentali che la Twenge individua come specifiche degli «iperconnessi» sono state più volte indagate come conseguenze nella vita dei lavoratori del sistema di produzione flessibile, almeno da Sennett in poi.7

Recentemente, nel suo Realismo capitalista, Fischer parla di un sistema socio-relazionale che punta sul “sentire”, dentro un’ideologia che bada più ad indirizzare l’emotività che non a costruire una morale condivisa. In essa predominano solipsismo, paura e cinismo, emozioni che «non ispirano né ragionamenti coraggiosi né stimoli d’impresa: coltivano semmai il conformismo, il culto delle variazioni minime, l’eterna riproposizione di prodotti-copia di quelli che già hanno avuto successo».8

Questa costruzione ideologica si riproduce e si afferma dentro e per mezzo delle comunità virtuali le quali, nonostante abbiano le potenzialità per costruire una cultura dal basso, «una resistenza alla compressione critica che altrove è diventata tristemente dominante», hanno finito per produrre una «cultura infantilizzata» e dominata dall’insicurezza.

Quest’ultimo punto rappresenta un elemento di crisi dell’ideologia tradizionale capitalistica, per Fischer come per Twenge, con la differenza che il primo ne fa una possibile base per un rilancio dell’anticapitalismo; l’altra, invece, un allarme sociale a cui rimediare con ricette socio-politiche riformiste.

Il carattere utopico del progressismo della Twenge non tiene conto, inoltre, di alcune semplici considerazioni. La prima fra tutte è che in genere, ad esempio, in un sistema di produzione di tipo capitalistico, notoriamente non è l’azienda che si preoccupa di trattenere il lavoratore.

Ma, soprattutto, additando nei comportamenti assunti dagli adolescenti le cause del loro stesso malessere e di quello sociale, presente e futuro, finisce per confondere cause ed effetti.

Così, ad esempio, i problemi di salute mentale, che stanno tanto a cuore alla Twenge, in questo tipo di ragionamento sono destinati alla semplice medicalizzazione, perché sono trattati per se stessi e non come scompensi strutturali, ovvero contraddizioni tra individuo e società che si generano dentro e per mezzo di uno specifico sistema di produzione economico e quindi sociale.

Non si tratta, infine, di appianare gli effetti collaterali dell’iperconnessione in termini di socializzazione e di salute mentale ma, come ha ribadito Fisher riprendendo un concetto chiave della teoria marxista, «di legare l’effetto alla sua causa strutturale».9

Non sembra di essere troppo lontani dal vero affermando che la questione, al cui centro chiaramente è l’iPhone, non è, nella sostanza, differente da quella impostata classicamente del rapporto uomo/macchina nel sistema di produzione capitalistico.

Se si accetta l’assunto che le forme di conoscenza utili alla sopravvivenza del sistema sono inscritte in forma astratta nelle macchine, si capisce che il modo di ragionare dei dispositivi elettronici struttura le nostre forme di conoscenza e le modalità di acquisizione e uso dei saperi.

D’altra parte, come l’alienazione era nel sistema industriale una forma passiva di resistenza, necessaria alla sopravvivenza dell’individuo atomizzato, così la distrazione e la mancanza di perseveranza, che sono alla base degli scompensi individuati dalla Twenge, sono forme di difesa, compensative di frustrazioni e mancanze; in altre parole sono le attuali forme di alienazione.

Quindi, il problema non riguarda l’esistenza in sé della “macchina”, ma la forza di dominio che essa da un lato esercita e dall’altro rappresenta e la sua capacità di creare e di rappresentare l’alienazione che, nel passaggio all’economia diffusa, si sposta dalle fabbriche e dal proletariato per pervadere finalmente tutto il tessuto sociale, attaccare anche la classe media e finalmente diventare un tratto comportamentale.

L’adolescente che esce fuori dal libro sembra una realizzazione del modello sennettiano dell’uomo flessibile in versione teenager, ma con in più un tratto inquietante. I protagonisti di Sennett, infatti, riflettevano nella loro vita, i termini del conflitto, posto per mezzo della strutturazione del tempo nel capitalismo flessibile, tra la dinamicità, mutevolezza continua e frammentarietà delle esperienze del lavoro. Da qui il contrasto tra la realtà relazionale degli individui e la necessità di basare la propria personalità e le relazioni interpersonali su valori duraturi e permanenti. Quella frustrazione, che lì era sperimentata in relazione al mondo del lavoro, negli adolescenti della Twenge è non solo anticipata, ma diventa appunto un tratto comportamentale.

Il ritratto dell’iperconnesso, ripetiamo, utilissimo nel rilevare le tendenze in atto e per collegarle all’uso delle tecnologie digitali, finisce per descrivere un adolescente preparato ad accettare la realtà che gli viene proposta proprio perché in balia di essa, a partecipare in forma inter-passiva al contesto sociale di rifermento, reagendo a stimoli piuttosto che creandone e, quindi, a vivere in maniera formale l’esperienza democratica.

Queste considerazioni non possono, naturalmente, indurre a demonizzare e rifiutare in toto la comunicazione e le relazioni digitali o ad auspicare un mondo senza di esse. Piuttosto, mettono in evidenza la necessità di attivare resistenze non tanto agli strumenti in sé, quanto al discorso ideologico che li fa apparire innocui e ne nasconde il carattere oppressivo.

L’immobilismo sociale e il sentimento di terrore nei confronti del futuro, individuati come strettamente relazionate all’iperconnessione, favoriscono inevitabilmente forme di controllo e di diseguaglianza, sfruttabili dal sistema nell’immediato, ma di cui non conosciamo gli effetti sul lungo termine.

In ultima analisi, parlandoci di questi ragazzi come degli alleati dei loro “carcerieri” (famiglia, scuola), il libro ci ricorda inevitabilmente che nessuna forma di servitù è più forte di quella in cui lo schiavo non vede, e non conosce, alternativa alla sua condizione e, come il servo di Cechov, biasima l’idea stessa di una liberazione, formale o sostanziale, chiedendo ai suoi padroni di stringere vieppiù le sue catene.10

Note

1 Ci sostiene su questa linea il recente libro, M. Lancini (a cura di), Il ritiro sociale degli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa, Milano, Raffaello Cortina editore, 2019.

2 M. Gui, A dieta di media. Comunicazione e qualità della vita, Bologna, il Mulino, 2014.

3 A titolo esemplificativo, cfr., pp. 64, 68 e 71.

4 E. Morozov, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, trad. it. di M. Renda e F. Ardizzoia, Torino, Codice, 2013 e S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, in «Le Monde Diplomatique», gennaio 2019.

5 Questo scopo è dichiarato con insistenza nel libro. Cfr., pp. 199, 209-210, 246, 248, 252, 254, 37, 351-356, 363-368.

6 In particolar modo, cfr., pp. 168-169.

7 R. Sennett, L’uomo flessibile: le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, trad. it. di M. Tavosanis, Milano, Feltrinelli, 1999.

8 M. Fisher, Realismo capitalista, trad. it. di V. Mattioli, Roma, Nero, 2018, p. 145. Le citazioni che seguono sono rispettivamente alle pagine 143 e 147.

9 Ivi, p. 147.

10 Cfr., M. Belpoliti (a cura di), Putin e l’animo russo. Intervista con Gian Piero Piretto, in «Doppiozero», 13 ottobre 2014.